martedì 31 luglio 2012

Credere nel figlio tuo

Qui si va come quando alla deriva veliero andava sotto cupo cielo. Allora se nave la caligine permetteva di scorgere, ci si affannava al megafono a chiedere l’essenziale, come l’ultima sicura posizione ottenuta dalle stelle amiche per congetturar dove si fosse. Ma breve e fugace era il contatto,il vento oltre spingeva, poi ciascuno per la sua sorte, e se ne rimaneva delusi di aver capito poco o nulla ché la ridondanza che l’ulular del vento faceva, assordante, or sì or no chiare parole ne lasciava udire. Così della vostra vicenda tragica, madre cara, cose or chiare or velate e incomprensibili ne giungono. Può il mito dell’offesa primordiale al dio fondare l’interpretazione satisfattoria del sacrificio del figlio tuo? Non si aggiunge nuovo mito ai tanti sul dio? E se leggiamo nel libro sacro solo favole, allora prigionieri siamo di una realtà crudele di poca gioia e tanto dolore e morte. Viviamo un brutto sogno e non ne sappiamo uscire! Molti e molti anni sono passati dalla vostra venuta, e l’invito del figlio tuo, “venite!”, è stato trasmesso da credenti eroici ed è arrivato ai paesi più lontani, alle società più arretrate, ai popoli più primitivi e crudeli. Ma nella nostra società, che vanta il maggior progresso, è subentrata l’indifferenza, si sta tra gente noiosa, ottusa, cattiva spesso, e si va come alla deriva, ché la speranza s’è avvizzita e la disperazione rigoglia. E al richiamo del figlio tuo, così pressante, rispondiamo pigri e tardi o non rispondiamo affatto! Voi siete quelli dell’altra nave, che presta passa, gridate e non sappiamo capirvi! Cosa fa tempesta assordante? Eccoci sempre assorbiti in altro, ossessionati da mille cure e preoccupazioni, frastornati, storditi dal vociare e dai rumori di quelli accanto e dagli interessi egoistici, che fan sordità al cuore nel viver d’oggi. E sol qualcuno trova l’amore, se ha interesse più della psicologia che della biologia dell’altro e non lascia scadere il rapporto nel bel gioco inteso a che questa specie malata, cattiva, matta si salvi dall’estinzione. E per chi, dove, cosa? Ecco la noia, il fastidio verso chi parla di valori eterni e che dice vere e importanti le sole cose spirituali! E talvolta ingrati e scortesi si diventa verso chi s’affanna a parlarcene e ne siamo sprezzanti fino al dileggio vile. Anche questi sono dell’altra barca e non li intendiamo. Le loro parole si spengono come i loro gesti di attenzione, inghiottiti dal nulla che sopravviene, e delusi alziamo le spalle e decidiamo di non curarcene. E poi non è forse vero che tanti sono i miti proposti per verità, e quelli che blaterano delle cose eterne non sono spesso ipocriti, che condotta assai diversa hanno dalle indicate giuste? E allora decidiamo che siano tutte frottole le cose che ci vengono da quei pulpiti vocianti. Ma io so che tanto livore reattivo, oppure tanta ostentata indifferenza, potranno essere perdonati da chi ha comandato di amare tutti, i nemici per primi. E chi è più nemico per voi di quelli dalla condotta spudorata, che rubano le vostre parole e fanno sì, con la condotta loro scellerata, che altri ne faccia scempio o ne abbia giustificata indifferenza? E poi la cattiveria imperante, i facitori di male che provocano e vivono delle disgrazie altrui. Orrore! Ma quello che non è difficile per voi, per noi, i confusi di qui, diventa arduo. Pensa, madre, a chi è schiavo del dio denaro, il Mammona del figlio tuo, si lascia stravolgere da matta bestialità e tutti tenta di far grami, togliendo, per la cupidigia sua, il poco o l’appena. Come perdonare e amar addirittura chi abusa dei piccoli o lascia che madri vedano morire i loro bambini di fame? E incapaci di tanto, preferiamo pensare che favola sia la pretesa di una vita eterna in cui si dispensino castighi di ravvedimento a chi ha avuto condotta disonesta, il male degli altri promuovendo, e premi a chi ha accumulato meriti, almeno agognando il bene diffuso e i nemici ha saputo perdonare e amare. Ma il figlio tuo ha detto di essere lui la vita e chi crede in lui vivrà comunque. Ma che significa credergli?
Forse solo una cosa è essenziale, attuare o almeno tentare con tutte le forze di render operativo il suo comandamento sull’amore!
Per dircelo forse è venuto!
E se questo capiamo, allora eccoci penitenti ravveduti. L’anima nostra è rivestita di fiamma,e dal candore, forse ingenuo che crede ai miti e se ne appaga, della sua fede essa raggia amore. Come fa il sole che di rosso dipinge le cime delle montagne nostre innevate d’inverno e quelle ne riflettono la luce. Morto è l’uomo vecchio e il nuovo ha indossato l’abito più bello, quello nuziale e rosseggia al novello sole, che tutto indora. Ecco i nostri buoni propositi, tentare di dissipare le tenebre! E mani non abbiamo se non le nostre, che l’egoismo anchilosar vorrebbe, siano le mani della tua luce! E gli occhi nostri i tuoi, che ci aiutino nel discernimento! Ecco un giorno lontano, saremo esenti dal frastuono assordante dell’andare a caso di qui e saliremo alla tua serenità. Ma forse rimpiangeremo di non aver fatto di più, qui tra volgarità e crudeltà. Laceri di troppo andare, strattonati, spinti in disparte, affamati di bene, assetati di giustizia ci muoviamo tra tristezza d’egoismo e ipocrita compagnia. E sanguinano questi piedi ormai ché di lontano veniamo alla tua mensa. Stupidi e ignari, nessuno ci ha detto che fare e dove andare o restare, ci ha indicato. E siamo stati pellegrini ed esuli. Ho fatto poco, ho fatto abbastanza? Non so. Ho coinvolto nei miei sogni questa compagna dolce. Avrà il mio stesso destino! Ma io mi contenterò a quella mensa delle briciole, dei rifiuti perfino, dei tuoi commensali...Ho forse fatto davvero poco per te, madre cara! Ho visto poveri, ho visto orfani con occhi grandi imploranti e poco ho fatto! Ho visto malati lacrimosi, ho toccato il dolore, ho visto la morte, son passato oltre! Sì, è vero, poco ho fatto! Ma tu m’ami, me lo dice questa donna, sì, parla con gli occhi la donna mia, e il figlio tuo il mio vero nome dirà!Io non sono l’escluso! Forse nessuno lo è!

sabato 28 luglio 2012

Non la pace del mondo

Tanto oggi da qui tranquillo è il mare sotto al chinale, che specchio lo diresti della pace. Una pace luminosa che ride alla vita! Ma quando all’inverno irosi venti tutta ne sconvolgono la superficie, la metafora non regge che per le acque assai profonde, che nullo turbamento ricevono da tanta rabbia. Così fa la vita sconvolta da tempeste, improvvise procelle sul mare in cui naviga, spesso senza stella alcuna, la navicella sua che porto agogna. Vita che la pace sua deve nascondere, se le è rimasta, e tenerla gelosa in una latebra del cuore, sperando presto torni il sereno. Spesso essa si fa tanto precaria che anche soffio di minimo turbamento, aggiunto all’ansia di sempre, spegnerla può, come talvolta soffio gelido può fare di tenera fiammella. E passeranno sì le fosche nuvole, che greve hanno fatto il cielo tutto, e la navicella riprenderà, forse un po’ più malconcia, la rotta sua, che nessuna carta nautica ha tracciata, quella fiduciosa verso la speranza. Sì, forse per me v’era questa pace, ma l’anima mia, come trepida falena, ai falsi fuochi della luce fredda della malvagità feroce, troppo s’è avvicinata, e la fiamma putrida dell’egoismo e dell’invidia le ha bruciate le ali col gelo suo e quella misera è caduta. Ora va raminga arrancando, come fa navicella in periglioso mare, e rifugio cerca da ulteriori offese. Forse nuova pace avrà, ma senza te, madre mia dolce, solo quella che il mondo sa offrire. E che pace è questa? Io ne dirò qualche aspetto, breve. E’ come quella che assicura il lercio sfruttatore che femmina tenerella ha spinto tra le avide braccia di spudorati libidinosi e poi s’atteggia, ignobile, a protettore di quella bellezza effimera che succhiar deve farsi, vendendosi, ogni notte ai quadrivi o alle passeggiate. Eppoi c’è la pace dello strozzino, che fa esangui le vittime sue, o quella del brigante, che di tutto spoglia il malcapitato. E di altri orrori tipici di quest’epoca mi taccio, la pace delle polverine, che a lento orrido suicidio conducono, la pace estorta dal locale protettore dei piccoli commerci, la pace delle promesse fatue dei politici sol del loro solleciti, “et similia”. Ecco così proprio, ma per gli esempi che ne ho fatto che dire ancora? V’era la bellezza, la speranza di roseo avvenire, un candore forse troppo ingenuo, ora pasto ne fanno lussuriosi rammolliti! V’era serenità e piccola gioia contenuta, contenta del bastevole, poi una necessità improvvisa o la perdita del lavoro o cos’altro, e l’urgenza del denaro, han spinto quel padre allo spietato esoso, che strozzerà ogni speranza della famigliola sua.
Ecco altri aveva del suo, onestamente guadagnato, eppure è venuto il predone con la pace sua di non doversi più preoccupare, spogliandolo di tutto. Ecco, sono queste comuni disavventure di percorso per gli esuli tuoi, madre cara, ma ben altro si inventa oggi la malizia, che il mondo tutto avvelena, e lì fa deserto, altrove la lugubre pace dei cimiteri dona generosa. Oh di quanta viltà e cattiveria è pregno il mondo in cui ci hai messo! E lì l’avido ricco accaparra e qui l’ipocrita velenoso importuna della presenza sua,sì,tanta la malvagità imperante! Allora io, misero, provato che farò? Chi, se non tu sola, mi darà la vera pace? Ecco, un nuovo giorno è sorto e il sole appena salito imperla di stille di luce i capelli tuoi, bagnati delle mie lacrime e la brezza vi fa carezza e asciugarli vorrebbe. Oh sì, ho pianto su te, ché su questa tua icona ho pianto! Perché? Perfidi abbagli, visioni ingannevoli, m’hanno soffocata la fede e spento la speranza di buono, di bello, di bene. Io, vanite le illusioni tutte, ne ho pianto. E donna m’ha confortato di tenero calore e m’è svanito il gelo, che sempre lascia l’amarezza del contatto col male. Ed è femmina la mia, che tanto ha di benevolenza e delicatezza, che vergogna non ha questo suo maschio di piangerle tra le braccia, unico suo rifugio. Ma allora che preghiera ti rivolgerò, se ho già questo conforto? Ti chiedo la pace, la tua, che, se sarà per me, per lei, meritevole del tuo amore, sarà! Sì, quando alla sera di mille e mille stelle si riaccende il cielo, così riappaiono gli occhi dei miei morti e dar cercano l’afflato loro all’anima mia ulcerata, allora vieni tu pure, bella di quelle lucciole, assetato delle labbra tue è questo cuore! Oh vero è che la tua pace comprende e perdona e certo accoglie cuore palpitante, che desidera il bene per tutti, e che a tutti vuol bene! Ed essa s’abbella e si profuma del tuo amore, e riempie di tenerezza cuore di donna innamorata, ché rimedio versi sulle ferite dell’amor suo. E allora riempi il cuore di questa donna, ché ne trabocchi, fa che io più non m’illuda d’amore umano, se il suo tu nel tuo muti! Dammi la tua pace, fa che nessun rimpianto o rancore mi veli il cuore, e intorbidi i miei pensieri. Dammi daccapo coscienza immacolata, che i suoi ricordi rispecchi serena senza più turbamenti, come fa questo cielo terso sullo specchio che ai piedi ha. Sì, la tua pace mi spiri come aura di primavera nell’anima che stanca tutta mi s’è rattrappita d’angoscia. Dammi la pace che vivifica e che certo rideva innata nelle pupille serene di questa donna quando ragazza era e che ora s’accora delle disgrazie mie. Lascia s’imparadisi il cuore suo. Da a lei la pace che viene dalla virtù della mitezza, della mansuetudine, della dolcezza, ché l’aiuola feroce del mondo trasformi per me in lembo del tuo cielo! Dacci la pace, che tu hai, beata, che non ode la contumelia feroce, la chiacchiera impietosa, la maldicenza che sfocia in pettegolezzo ilare. Dacci la pace che la violenza del tempo più non rapisca, quella che, come margherita preziosa, trovata dopo lunga ricerca, fa ogni cura e pena lontane, da scordare. Dacci, o rosa ineffabile, il profumo tuo che inebria e imparadisa! E a me la certezza che proprio te stringo al cuore se di questa donna così faccio. Gioia me ne verrà, che nessuno togliermi potrà!

giovedì 26 luglio 2012

Lasciamela

Tanto nella mente fan talvolta ridondanza i pensieri e lor parole, che s’accavallano, che ciò va a scapito della chiarezza e compiutezza del dirti e allora me ne sto quasi inibito come tema che il pensar mio ti sia grave, sapendo che mi leggi dentro. E allora oggi ti dirò poco. Ti dirò breve di quel che vero temo. Ecco, se pur concreto è quest’amore e io guardi e tocchi questa mia donna e vero palpitarmi la senta, temo che qualcosa, e no so che, me la voglia allontanare e farmela divenir di quelle cose, che pur s’amano senza poterle mai raggiungere. E così talor si son fatte le mie donne, estranee! Ma allora pure tu diverresti di quelle, l’icona tua smarrita, sfuggitami dal cuore. Ecco questo mi turba, fa ansia e fa la mia preghiera per te, quella d’oggi. Ma poi anche temo che tu stessa mi trovi tanto stranito da tal paura di perder con lei tutte le cose belle che amo, da volerti far lontana non più piacendoti questo cuore innamorato. Così perderti sarebbe causa ed effetto a un tempo del loro sfuggirmi, lei smarrendo. Io non so dir meglio e non so perché tutto questo m’accada! E sono esse quelle cose belle che mi permettono di sognarti e certo questo fa per prima l’icona tua e l’idea di questo lor farsi lontane e poterle perdere mi fa sgomento e tristezza. Ed è questa un stato dell’anima che fa di per sé vanire le cose, le fa perder colore, significato, velando tutto, anche nel quotidiano. Ecco, come ci sia un sole scialbo che tutto immerge nella penombra come in un’eclissi. E i pensieri, le parole più belle languono come i sogni e così fa morta gora che insetti operosi e fiori lascino il terreno in cui acqua langue. E tu hai la consistenza di quelli, eterea, e, perdendoli, nulla più di te avrei! Sì, se qui più non trovassimo cose fascinose da sostenerci l’idea della bellezza, di te nulla più sapremmo. E tu non sei le cento varietà d’erbe e fiori che fan dipinto il chinale a primavera e che gareggiano coi loro colori e profumi ad attrar a me la vista e l’odorato e delle farfalle la danza, che fa vaghezza al cuore. E poi nel lucciolaio che esso diviene le sere di tarda primavera, non sei tutte quelle che sfarfallano e che dicono amore mute, e non sei le stelle delle notti d’estate che fan di simile col brillio loro e ci palpitano parole che il cuor vuole siano le tue. E poi non sei l’oro delle aurore o il rosseggiar dei tramonti che fan meraviglia a me e alla donna mia e non certo la pioggia aulente che la terra, da lei resa giovane, imbeve benefica da far rigoglio alle sue piante novelle. E non il canto di uccelli innamorati a primavera. Ma dimmi, senza tutte queste cose belle che fan tenerezza al cuore che sapremmo della bellezza tua, del candor tuo, del tuo rosarti di tenerezza per chi ami? E poi senza il brillio d’occhi di donne innamorate in notti assetate d’amore e le parole e i gesti che ce le fan leggiadre, che sapremmo della tenerezza dell’amor tuo? Ecco come può dire un cuore, la bella del cielo è come la più graziosa e cortese, che mi bussi e quella che mi fa palpitare se m’è vicina e mi fa rimpianto e tristezza quando m’è lontana. E per me una assai dolce hai voluto a significarmi l’amor tuo e a me proprio dicesse le parole tue, sì, è quella che mi fa tristezza al cuore se la so lontana e io non agogno che di rivederla. Ecco se si vela la voce sua e l’età vuol lasci la bellezza sua, questi occhi, pur sempre belli, parlano, dicono di te, gridano l’amor tuo. E, miracolo, eccoti per lei concreta, vicina da udire col respiro, l’afflato tuo per me! Sì, è lei sola che ti trattiene nel cuore mio, t’ha legata ben stretta con tanti lacciuli! Lasciamela, ché veda, ultima luce, degli occhi suoi il brillio a cercarmi nella penombra. Sì, siano essi l’ultimo tuo messaggio d’amore per me, e poi o il nulla o te!

martedì 24 luglio 2012

Piccola lode d'amore

Se, dolce compagna, ti dico che andando da te lontano per breve spazio e piccola ora, ti porto nel cuore, certo uso quella figura del dire che nomina la causa, per gli effetti suoi. E certo dir voglio della serenità e della gioia che l’averti accanto mi fa, come frutti d’amore attento e cortesissimo. Un amore così, solo signora vera, che casta e fedele ami, può donare, e tu lo sei, dignitosa, rosata di pudore, sempre certa ma anche timorosa di mostrare quel che dentro hai, e che la fortuna mia fa gelosa, e io quasi piedistallo della tua regalità mi sento con la miseria di questo mio vecchio cuore da sempre innamorato. Ma di più mi porto appresso, se vero è che da che eri ragazza, giovane e bella, come in un eterno prologo tenti dell’entrarmi dentro a seminarmi di cose eterne, come è certo questo tuo amore, un cuore altrimenti arido, fatto di sterpaglie, che il tempo accespare vuole e farne rigoglio. E lo fai superando le intralciose superfluità che la brama di conoscere vi ha accumulato e le asperità del carattere, scontroso, quasi chiuso, di cui è certo responsabile un’infanzia breve e poco felice. Ed è questa tua immagine che amo portarmi dentro, tu che perennemente mi bussi al cuore, ché io te l’apra tutto, ed è questa che mi richiamo nei momenti bui di quando son solo. Allora, senza te, sento tutto accadermi come se perpetuamente avessi dentro un angelo e un demone, che sempre si combattano, da farmi rispondere altalenando, anche di fronte a piccoli fatti di vita, o con palese ripulsa e forse viltà, o con l’eroismo del buono, che vorrebbe fiorito di bene e di bello il mondo tutto. E allora mi chiedo, se vero ho una ricchezza dentro, che mi fa essere senza nulla avere, chi ve la mantiene? Tu la difendi, lenisci la pena dell’incomprensione e dell’equivoco che sempre vi tentano i mediocri, e il dolore di vederla calpestata e derisa dagli ilari, e tenti d’arricchirla dando generosa del tuo! Ecco, altrimenti povera se ne starebbe quest’anima, scura, negletta, quasi buia falena che mendichi luce. Sì, forse solo impastata di cattiveria, ma anche agitata da impeti che tu sola dici d’amore, ma che io so sbattimenti, rabbiosi talvolta, di poca luce e tante ombre sempre, che certo talvolta suonano generosità e altruismo, ma che così rari e fortuiti m’escono fuori, da non far certo quell’ebbrezza santa, che la madre vorrebbe da chi l’amor tuo le ha destinato. Io sono o da te portato a lei o condannato alla pena della sua lontananza che l’egoismo certo mi prepara. Vero tu , “corde magno et animo volenti”, fai sì che questa farfalla si inazzurri a cercarla, quasi aquilone e tu spago generoso le fornisca a volar alto e il tuo cuore con esso vada tra le nuvole d’oro. Io so di non aver meriti, solo umile sono e un po’, prego, e per te anzitutto, ché la luce ti illumini e tu me la rifletta, ché veda la via che a lei mena e animoso con te la percorra col tremore dell’esule. Siamo peregrini e d’amore, perché se il nostro umano s’eternerà, e certo lo desidera, sarà lei a volerlo. Allora lasciami sognare, lasciami vederti come piccolo fiore col capino ondeggiante alla brezza, bianco, che la sua luce sola baci. Piccola resta la mia lode, ché vero è che sei tu sola che questo cammino alle sue stelle dipingi e soffondi di rosea luce, e tutto profumi!

lunedì 23 luglio 2012

Un mattino uggioso

Mattino è, e le iridi mi palpitano per la luce.
Ma scialba è, ché tutto grigio è questo cielo. Stanotte è piovuto. Assetata ne era la terra e forse là, sulla collina di fronte, i pochi fiori che la calura ha risparmiato, hanno appena aperto la corolla, innamorati di te, a cercar di te la carezza. Ma vento è calato dal nord e attenuarsi non vuole, ed è fresco, forse oggi non potrò andarvi e lì sperare un incontro con le cose che parlami vogliano di te, e tante sono. E io più povero mi sento e stolto, come attenuato mi sia l’ardore bruciante che sempre mi spinge a cercarti e invocarti. Non sarà che ti perda? Spero che trascorso non sia il tempo d’amore per noi! Ma prigioniero mi sento di questa realtà, come una voluttà sadica mi ci adatti, e non vorrei, quasi lupo ormai fatto tra tutti così. Forse allora più non ti piacerò. Ma non m’accadrà, credimi, sono sempre il piccolo uomo bisognoso di parole buone e gesti, e d’amore. E straniero mi sento qui tra i molti tediati d’egoismo, quelli che bene e male confondono, mai per il danno proprio, ma degli sprovveduti solo, e vero io sono tra questi più. E sono come in un lungo incubo e svegliarmi non so. Sì, destarmi, sorgere vorrei per vita novella e con te per quest’amore, ché poco forse le ho dato sebbene in lungo sodalizio. Ecco io vorrei dirti che oggi proprio, come m’abbia contagiato l’uggioso mattino, io sono ancor più straniato dalla verità che sei e dall’amore che da te raggia, ché più lontano, come più non potessi averlo, come sfuggito, avverto. E gridarti come bambino facevo alla mamma per attrarne l’attenzione, vorrei per la tua. E quella risento rispondermi col nomignolo che la tenerezza sua inventato per me aveva. Sarà così proprio che tu mi risponda? Sì, io or lo vorrei da questa miseria che m’attanaglia, per suscitarti pena non per me, ma per quest’amore. Ti prego, chinati su noi, madre consolatrice, sfioraci con le tue mani di luce, stringi a te la nostra umiltà, la nostra miseria assetata delle tue tenerezze. Indicaci la via per un mondo nuovo senza più dolore, il solo per me “ubi consistam”. E se qui questa vecchiaia, che avida vuol prenderci, vuol trattenerci e tarda la morte sorella, che a te portarci vuole, lasciaci riscoprire le cose del quotidiano, sotto la tua luce. E’ benefica, cambia, rinnova, e annuncia la vita novella con te, lì tra le stelle. E intanto mostra i sentieri della tua misericordia, della tua pace, della tua gioia! Sì, madre, manda luce agli occhi di questi teneri amanti, che, se si amano, è te che amano, sola luce delle anime loro! Scendi allora, mostrati, restaci vicina un po’, e frattanto scorra il tempo che ci separa!

sabato 21 luglio 2012

Un oggi d'amore

Quando al mattino svegliandomi mi torna della luce il miracolo, gli occhi subito ti cercano nella penombra e, non trovandoti, la voce mia, che se ne è stata tacita, subito il tuo bel nome pronuncia, ché richiamo ti venga. Sì, il cuore, che solo non sa stare, non chiede che di iniziare un nuovo giorno d’amore con te. Allora non chiederti se questo sarà, ma come sarà, quanto intenso, quanto pieno di palpiti e sospiri, quali parole e loro immagini oggi condivideremo e speranze e sogni, da riempirtene il cuore. Questo è un nuovo oggi d’amore! Ospite hai da sempre questo cuore, che non chiede se non che tua malia gli rinnovi, già con la presenza tua dolce, che sa fargli incantamento, e subito ti cerca, ché la tua premura affettuosa ridomanda e il suono della parole tue, quali siano, anche di nuovo rimbrotto, offrendoti sempre nuova materia il mio disordine e la mia condotta talora vaga. Sì, non chiede che di palpitare ancora, incantato alle piccole cose che la cordialità tua subito gli offre a cuore sincero, a cuore pieno. Sì, inizia di nuovo il colloquio delle anime nostre che va al di là delle parole dette, del suono e del significato loro, e tutto intorno mi trascolora, ché illuminarsi pare di luce che neppure la sopravveniente aurora mi darebbe senza averti ritrovato, quella che il regno trascorso di Morfeo certo ignora con le ombre e i fantasmi suoi, in cui pure dolce m’è stato l’abbandono sapendoti accanto. Ma come un vero sogno per quest’anima inizia rivedendoti. Anzi di più! Le accade ogni volta come se uno specchio le rifletta le cose che ha davanti, ma mute fino ad allora, ed essa possa ricomporre, solo con l’immagine amata, la chiave che reinterpreta il tutto, dando al tutto un senso, che altrimenti stenterebbe a ritrovare o forse perduto sarebbe per sempre, imprigionata rimanendo essa in se stessa. Sì, senza, nulla potrebbero dirle le tante cose che pur le si affollano intorno, ché nulla essa sentirebbe, avvertirebbe, vaga esplorando un mondo senza significato alcuno, in cui straniera s’avvertirebbe. Sì, nulla è quest’anima senza te. Fredda se ne starebbe e nel freddo non germina nulla, né pensieri, fiori di vita, né vita di pensieri, fiori, che ne tappezzano la via. Una via di sogno e d’amore! Sei tu la sua eterna primavera che tutto le infiora. E se lacrime ha di gioia nel ritrovarti, lascia che non me ne imbarazzi se imperlarmi vogliono il viso, a questa sua sola luce, come rugiada che al mattino tutto ricopre, ché ne brilli ai primi raggi del sole. E tu sei questo sole. Sì, questo sei, luce per l’anima mia altrimenti buia e negletta! E quando ti son lontano, lungi dal frastuono delle ore e penso alla bella del cielo, io è a te che penso e se vi penso pensarmi, questo vecchio cuore si imparadisa!   

giovedì 19 luglio 2012

Rossella libera

Se pioggia ora cadesse sui pochi fiori, che la calura ha risparmiato, monito certo sarebbe per il nostro comportamento, ché l’insegnamento del maestro ricorderebbe, cadendo quella sulla sterpaglia prevalente. Ché così è divisa questa umanità, pochi buoni, con mediocri, o cattivi addirittura, più numerosi. Il dio comanda imitazione! Ma cosa pensare quando la nostra Rossella, ora finalmente liberata, qualcuno ha voluto avvilire, allontanandola dalla missione sua d’amore verso i derelitti, che l’aiuto suo prezioso ricevevano, come pioggia piante assetate sotto calura? Che dire di un mondo dal quale sorge chi fa vendetta del bene ricevuto? Perché si risponde odio a chi benefica? E se questo vero fanno a chi li ama che faranno a chi, ingiusto sempre, aumenta la sofferenza della gente loro? E come? Togliendo anche il meno a chi brama poco per vivere in questo mondo che l’egoismo avvelena, se è abbagliato da miraggio di dominio sul povero o perfino di lucro da chi nulla ha. Sì, tanto può la sete di accaparramento dei già ricchi, gli odiosi veri di questo mondo! Perché vero è gente che esiste qui coscientemente cattiva con gli altri, disperata d’odio, vomitante veleno verso i più sfortunati anche o sopratutto! Ma non a questi occhiuti, ben celati avidi, si rivolge l’antico, superato, contrappasso che commisurata vorrebbe la vendetta all’offesa, ma paradosso su chi offre amore dalla sua debolezza di donna e indigenza! Sì, un paradossale comportamento si è riversato sulla nostra, che più orrido è difficile pensare. Ma non furono, madre cara, già gli ebrei ingiusti col figlio tuo, che venne con parola di misericordia e perdono da amore attuoso dettata, non vollero essi appenderlo all’albero infame dell’odio sul colle dell’abiezione? Una storia che ha innumerevoli tentativi di imitazione, ingiusti contro il giusto. E nessuno è più giusto per il dio, di chi attua l’amore! Ma noi da lui abbiamo un comandamento nuovo, amare perfino chi vuol farsi nemico. Questo allarga il concetto di prossimo, ché unisce al dio lo stesso nemico in un‘unica risposta d’amore. Da allora l’amore non solo è niente senza perdono, ma scade nell’erotismo, in una frenesia gabellata per misticismo, un fantasioso isterismo, che si ferma all’esteriorità del gesto, ama la modalità, l’espressione del gesto, ma nulla ha di profondo, non viene dal cuore e non attinge al tuo, non è che un’altra espressione della dilagante follia umana! L’amore vero, che muove da te, sempre scusa, cerca di capire le condizioni aberranti che inviliscono la dignità umana fino a farle rispondere odio al bene offerto, perdona indulgente oltre ogni misura, è eroico, è sovrumano, ché tu lo sostieni! Allora non v’è posto per risentimenti odiosi, che sgretolerebbero l’amore. E’ sempre il perdono che dovrà prevalere, schietto e radicale, richiedente non parole fredde, che nulla mutano, ma nuovi fatti di bene in un impeto animoso, che sorprenda e smarrisca chi s’è macchiato di grave e lacerante ingiuria, avendo risposto col male al bene offerto. Un impeto generoso, che lo inviti a pensare a quanto più degno dell’uomo sia la risposta che venga dal cuore sempre, che sa rispondere col bene al male perfino. C’è una nuova regola di vita, dal figlio tuo dettata: “vince malum in bono”. Insomma io m’aspetto che la generosa Rossella pur provata, ritorni a breve tra i poveri del dio. La vedo tua perfetta icona, rivestita di trepida dolcezza da scoraggiare perfino la rabbia ferina che l’ha appena colpita e certo fatta soffrire per lunghi mesi in prigionia. Sì, la vedo perdonare fin a poter riamare per te, per il tuo nome, o bella degli angeli, e attingere ancora dal tuo adorabile cuore. Io la vedo così, ché so per certo che vero amore è il suo!