domenica 14 luglio 2013

Vita e felicità



Saprò dirlo? M'aiuterà questo cielo tutto brillantato, con la serenità che par indurre? E fiducioso di riuscita, dico. Non è da sempre che gli uomini sognano una età dell'oro e un paradiso col dio, proiettandoli o nel passato, in un mondo perduto e forse mai stato, o nel futuro, in un improbabile mondo da venire? E' tutta qui, una giustificazione mitica dell'assenza del bene con la sua perdita in un passato lontanissimo, smarrito il ricordo del come o confabulato, e posporne in un futuro indeterminato la riacquisizione, la base fragile senza una motivazione profonda del credo mio e del mio stare particolare a questo mondo, e della mia aspettativa di pace e di bene, che coagulo in un simbolico luogo delle stelle e nel tempo loro e che chiamo ricerca del dio? Non v'è di più? Intanto mi chiedo. Non esprimono i sogni i desideri più che la realtà, e non è quella attuale tanto grama, che fa pensare quella attesa fiduciosa, assai migliore? Traducono la speranza di non essere per sempre infelici, e di conseguire almeno le piccole gioie ora negate! Ma anche la volontà di raggiungere quella serenità, quale sia il luogo e il tempo che la consentano, che faccia vivere la vita nella libertà che qui manca. Ed è peculiare della esistenza umana lo star a questo mondo con preoccupazione, “sollecitudo, cura”, cioè con continuo sforzo e impegno per concretizzare l'aspettativa di poterla vivere senza troppi intoppi, dolori, difficoltà, privazioni, bisogni, tutte cose non completamente evitabili però, e se ne ha amara consapevolezza. Allora la felicità davvero non può essere di qui? Forse si realizza in qualche misura se le nostre inclinazioni, la nostra personalità possono espandersi senza troppi condizionamenti, senza sentirsi in un gioco più grande che altri, e chissà chi, dirige occulto, ma liberi di pensare e di fare, e consapevoli, non sue pedine ignare. Cioè nella misura che qui si realizza la libertà di essere e decidere, senza necessariamente dover avere, possedere, come misura del proprio sé. E se le speranze di farcela vengono castigate, sconfessate, allora ecco la tristezza nella banalità della sconfitta, nella forzosa passività, nell'evidenza penosa della non libertà. Ma quand'è che il desiderio di felicità fa l'uomo autentico, senza spingerlo nella mollezza dei sogni? E forse io troppo mi ci sono spinto! Quando egli, ben cosciente della durezza della realtà, fa del suo desiderio di miglior sorte, la volontà etica del superamento dei limiti angusti dello stare a questo mondo. Ma appena raggiunti e creduti varcati quei limiti, appena libero anche solo un po' dal credersi sotto a pesante giogo, ecco tornare il sogno di una meta ulteriore, e allora egli si scopre a lavorare a una speranza più grande. E c'è chi tutti vi vuol coinvolti, ché non si contenta più di quello che pur è stato, fino al quel punto, realizzato per se stesso, anzi vi rinuncia, ché lo vuole per tutti. E' santo costui, laico o confessionale, che sia! E gli tornano i miti e le favole, ma in una spiritualità nuova, li accetta come linguaggio della possibilità dei suoi scopi, che crede fiducioso possano concretizzarsi se lo si vuole abbastanza. Egli ben sa, ma non si scoraggia, che non esistono soluzioni facili e talvolta nemmeno definitive a certi problemi di questo mondo e di questa vita, che si ripresentano ad ogni generazione e domandano, da parte di menti capaci, sempre attenzione nuova, e più adeguate risposte anche dalla scienza. Sì, per certi problemi posti all'umanità, acuiti dalla modernità, sono necessari tentativi rinnovati per cercarne soluzioni nuove e quelle complete, definitive, non relative, avulse dal momento, dimorano sempre oltre, in un lontano luogo e in un futuro imprecisati. E' sono d'oggi l'inquinamento, la deforestazione, il sovraffollamento, la penuria delle risorse, la fame nel mondo... Ma allora come v'è nobile tensione nell'affrontare, da parte di chi sa e può, e cercar di vincere le contraddizioni, i disagi che quei problemi pongono, dando loro risposta accettabile per il tempo e il luogo, non meno nobile è cercare di render la vita per tutti meno umiliante e disumana, quale sia il tempo o il luogo, e c'è appunto chi ne fa scopo di vita, filantropo o santo che sia. E come chiameremmo risoluzione di un problema scientifico, la soluzione sempre cercata, quando al fine trovata, ma, come detto, quella è spesso oltre le possibilità del momento e sfugge, così beatitudine chiamiamo la felicità, che pure sfugge, sta di simile in un oltre e dopo, mentre solo un surrogato accettabile c'è chi propone e attua, spendendovi la vita, a vantaggio però dell'esistenza di tutti. E come la soluzione pur c'è e talvolta non si trova, sta in una razionalità sua inaccessibile al momento, così noi sappiamo che c'è la felicità totale, aurea e paradisiaca, e la libertà di viverla, e diciamo stanno nel dio, realtà negata pur'essa. Il dio è allora nome, concetto, speranza, che indica l'anelito alla felicità nella libertà da tutto ciò che fa ostacolo, impedimento, resistenza, attrito nel procedere verso il bene diffuso agognato per tutti, e che vuole consumare, perfido, molto prima di una tappa significativa di cui essere contento e orgoglioso chi per quello opera e vive, e che chiamiamo male, il male, l'antagonista, il nemico del dio.

Ecco il mito del male che s'oppone al dio ritorna e non esprime che verità! Volendo significare, immaginifico il linguaggio, la lontananza, l'inaccessibilità dell'agognato bene, ma anche il pungolo a non contentarsi di una felicità minore, ma a tendere alla sublime, nella libertà, nel dio appunto! Così l'amore umano diventa prologo di uno, non solo più completo, ma assoluto, che tutto e tutti includa nell'afflato, quello che nei miti dell'infanzia di questa umanità già proiettato era oltre questo mondo, alle stelle, in cui fata buona, la dea, fosse ad attendere, o, per altri, il dio in un bel giardino di aulenti essenze, oltre il deserto del vissuto, nel paradiso. E così nella personale infanzia, bambini si vagheggiava la bella più di tutte stella, raggiungibile in forma graziosa umana, se solo in fretta fossimo cresciuti, acquisendo qualità e prestigio da quella apprezzabili. Allora felicità è piuttosto approfondire la propria umanità, che comprende il sogno, l'aspettativa del bello, del buono, del perfetto, del giusto, della libertà insomma da tutti i laccioli, quelli che hanno motivazioni profonde e vengono da dentro, e gli esterni dal mondo, quelli che comunque insidiano e fanno la nostra vita stupidamente difficile, triste rendendola e buia, ché resti nel male appunto, nel bisogno, ignoranza, dipendenza, ove l'invidia tenta sempre di confinarla. Sì, quelli che perfino i nostri, gli inclusi nella nostra “sollecitudo”, preparano con cura, malizia, ché ci imbriglino quasi fossimo selvaggina minuta, per star da soli al sole, ai primi posti, disturbati dal nostro fare e dalle motivazioni del fare. Vivere nel sogno non è allora evadere, ma accettare il mondo imperfetto ed esigere, con contributo, sacrificio personale, di renderlo più umano, anticipandone, sognandone appunto, l'aspetto sperato. Perché come nulla si può con certi problemi che la vita pone anche alla scienza, se non si tenta, qualcosa conseguendo, seppure talvolta di non definitivo, pena altrimenti il supino rassegnarsi e dover soccombere, ed è necessario che se ne anticipino, sognino, diciamo pur così, le soluzioni vere sempre sfuggenti, così nullo vero avanzamento nella libertà si attua se non la si sogna immancabile e totale. Dove, quando? Dove e quando s'attua la speranza, e quando e dove stanno pure tutte soluzioni, gli scioglimenti da ogni perplessità e affanno, dov'è, diciamo, la razionalità pura, esaustiva, che dà spiegazione di tutti i perché che qui ci assillano senza risposta, sì, proprio presso il mitico, vecchio, buon dio, e la mitica sua stella, madre dei sognatori tutti e ispiratrice di ogni amore, sì dove vive il puro amore! Postulato, premessa cioè da viver vera, è della vita felice e libera agognata, anzi la fede del virtuoso lo fa assioma, evidente verità di per sé al cuore di chi l'intende. Il dio c'è non solo per l'umanità sua, ma per i viventi tutti e le cose tutte, non solo per gli attuali che lo sognano, ma per quelli già stati e che verranno, e verrà pur raggiunto, tutto s'affretta al punto omega, l'incontro col dio veniente! Fede, dice l'apostolo, è certezza delle cose sperate! E io fedele devoto, dico alla stella che da lassù a me e a questa piccola mia donna, guarda amorosa, Dimmi, bella di questo cielo, come io possa da questo cuore già amarti! E quella risponde, sorrisi, brillii! E la mia vita si fa meno stupida, anche se forse rimane ugualmente difficile!

venerdì 12 luglio 2013

Belle stelle di prima estate














Belle le stelle e fanno notte d'incanto, e se questo cuore ad ammirarle si sofferma, gli nasce una favola per la donna sua. Due paiono parlottare tra loro, l'una lancia brillii e l'altra le risponde di simile. Forse lì son simboli delle due compagne della vita mia e come queste si parlano, quelle secondo lor natura anche lo fanno. Che concertino strategia di salvezza? Di simile accadde al poeta. Ma io l'inferno ho quasi tutto traversato, male subendo, male vedendo, male toccando. Aspetto che quest'amore, che guida per gran parte m'è stato, piuttosto mi conduca alla terra del perdono, forse l'alta montagna metafisica che vide il poeta e ne narrò la scalata, come lui lì accorato penitente. Poi, se la bella del cielo lo vorrà, la piccola stella che le risponde sorrisi di luce, al bagno del lucciolaio di brillii stellari mi condurrà, anticipatore delle gioie di lassù. Perché indulgo in questo linguaggio? Perché ho tanto bisogno di simili favole? Ho bisogno di credere che la fata delle stelle sia e onnipotente, dove almeno? Là ove già si viva la libertà dal male, luogo che la musica suggerisce e i sogni tentano di raggiungere! Qui qualcosa sempre le sfugge e ora è la morte di un bambino, assurda come lo son tutte, e di più se piccoli afferrano. Un fulmine dal suo cielo colpito l'ha, come fosse errore del mitico Giove! Ma io se gli occhi chiudo, continuo a vedere quelle fiammelle come conversare. Ecco il mio sogno nonostante, perché vive? Prega la compagna ora o sogna? Sì, m'accade e voglio conservarne la visione, voglio imprigionarla nella mente mia, voglio pensare possibile si cercassero nell'immensità per amarsi, e dire con intermittenza di luce il desiderio loro. Proprio come questa compagna alla bella che l'ascolta dice il suo e, chissà come, ella le risponde e questa s'acquieta, dorme e sogna. E io rimango qui assorto agli accaduti di oggi e ricordo i lontani. Tante le stelle all'epoca della tristezza mia di bambino, per la perdita di mio fratello, bambino più grande! Sì, sempre ricordo, come di ieri l'accaduto in quei nostri tempi difficili. Ma benché disperato, bambino credere potei alla mamma, l'angelo suo sì preso l'aveva, ma per mutarlo in stella e se ben cercato avessi, una stellina s'era aggiunta al cielo, sua presenza là per me! Io cerco ancora la stellina e più difficile è oggi scovarla in cielo tanto povero, ma mi piace credere che se per tutta una notte la cercassi, scrutando il cielo dai nostri monti, pur la vedrei e quella mo mo aggiunta anche. Sì, poche le stelle da qui e pianger devono molto, ché qui son tante ancora le lucciole di tarda primavera, lacrime loro, diceva ancora mia madre. E certo moltissime se ne aggiungono senza poterle vedere, più che per le morti di bambini, sempre troppe, perché moltissime,belle e grandi, significano, mi piace crederlo, vita e amore di donne di qui, e queste sono tante! Ma che hanno ora le mie due stelle amorose? Stanche son forse di sospiri non ricambiati, ma forse è sol vapore d'estate, che non durerà, a velarle. Ma bene sarebbe salire ai monti o per mare in notti come questa andare, accadrebbe come se su un vasel, piccolo guscio su acqua tranquilla, con amici fossi, preso da incantamento, come accadde al poeta, a Guido e a Lapo della brigata sua. Sarebbero da lì miriadi e l'occhio a perdersi nelle profondità del cielo, e al mio cuore amante s'accenderebbe di più amore e il fiato mio bolso si farebbe, tanta la meraviglia! Kant, ricordo, diceva che lo meravigliavano il cielo stellato sopra e la legge morale dentro. Io mi meraviglio di simile, ma la ricerca del dio buono, che di tutti ha cura e dei piccoli di più, falla, eppure il cuore è vagabondo tra queste stelle! E' lì che incontrar vorrebbe la sua bella fata amorosa, stella pur'ella forse, o domina curatrice dei suoi splendori. Oh di quante vaghezze, di quante illusioni è questo cuore, da sempre illuso d'amore! Ecco, da poco, al tacer dell'ultima luce è cessato il frinire delle cicale e ancora non c'è il cri-cri assordante dei grilli a invocare amore, solo il muto guardare in basso di tanti brillii. E dorme la compagna dolce e, stanca, certo il suo brusio fa... Ella fa parte di questo mio mondo semplice e arcano a un tempo. Cantato ha questa mattina l'uccellino che su rametto si culla e s'è congetturato dall'aspetto e dalle tante variazioni del canto, che usignolo sia. E poi ci son le gallinelle che pur di buon mattino cantano il loro verso, appena fatto lor uovo hanno. E c'è, in questo tempo, cura da aver dei pomodori che saporiti lor frutti offrono. E poi c'è la passeggiata e dovrò dir facezie alle amiche incontrate, che se le aspettano, e ne vorrà scrupoloso resoconto la compagna per farsi più gelosa e aver più facilità ai tanti rimbrotti e far finta di negarmi richieste effusioni d'amore. Ma talvolta ho perfino tempo per le stelle! E mi ripeto, vivrò nel solo presente, ma poi quelle mi rimandano ai ricordi e lì sceglier non si può. E se si comincia a ricordare smetter è difficile e ne viene quasi sempre sofferenza. Ma dal passato ecco la piccola Or. Oh quanto ne ho sognato e ne sogno ormai solo confabulando, che l'abbia tutta inventata? E ricordar voglio le prime altre, assai poche invero, e i capelli loro e gli occhi e la voce e lor seno in boccia da punger petto e cuore, e il cuor che a me batteva forte e quello che vi rispondeva nei pochi momenti d'abbandono dalla mia e loro ingenuità. E tutto avveniva sotto le stelle. E ricordo i primissimi approcci d'amore con questa compagna, certo la più dolce, cui mai son dispiaciute e credo dispiacciano le mie cose d'eterno bambino e le favole pure. Solo che a lungo son stato un bambino triste, chiuso nel mondo delle favole sue. E a lei da molto le dico e ne scrivo, ma se frammenti son per le donne della passeggiata, sì, ripeto solo il vero, ne è subito gelosa e sa dirne, sa manifestarne, perfino con veri rimbrotti quasi stizzosi, e io che questo m'aspetto, proprio non ho cuore per le bugie, sebbene bambino, solo suo! E così, autore e vittima di simili dissapori, voglio ancor veder le stelle nell'addormentamento, ché belle son le cose di lassù e forse là m'aspetta lor fata. E poi addormentarmi posso e sognare di raggiungerla e non svegliarmi più. Ma vorrei coinvolta questa compagna ed è per questo che favole mi invento sulle stelle e le racconto a lei, che spesso m'ascolta incantata in notti come questa. Prepararla devo al balzo a quelle e oltre. Bolle d'aria le nostre vite ormai, ché la bella delle stelle, che amarci vuole bambini, come ormai ci vede, piccoli tornati, ingenui innamorati, piccola bambina s'è fatta. E or divertirsi e molto deve a far bolle di sapone e certo in una imprigionarci vorrà e spero insieme, piccoli di più fatti e come senza peso, almeno così son i cuori nostri, e forse solo quelli prenderà per farci salire alle stelle. Resisterà quella che reca di noi, iridescente sotto ai brilli loro, nella fantasia mia vera bolla saponosa? E se no, ella ci perderebbe? E tanto occuparsi deve in questo vero progetto da fata, che più si distrae, vuoi nel gioco in sé, vuoi in queste fantasie, che io le attribuisco. Sì, deve essere per questo, noi e le stramberie nostre complici, che perde qui bambini, che si fanno sue stelle. E noi non ci distraiamo di simile? Perdiamo la vita che fugge via!

lunedì 8 luglio 2013

Favole scambiate











Luogo v'è nel cuore tuo,dolce compagna, fonte dei pensieri miei e come il vento talvolta della rena fa turbo, così io tutta con certe storie mie, vero amare, nella tua mente creo scompiglio, più che partendo da quello, il mio triste versandovi, e tu ne piangi... Allora ché esso ne sia protetto, fa che al tuo il mio cuore sia riparo. E tu mi dici, No resti il tuo cuore nel mio, ché se fodero ne sarà io lo sentirò palpitare e se io lo guardo, così cura avendone, lasciarsi morire non potrà. E lascia che come una lama di coltello scavi pure il mio petto, lascia che sanguinare faccia questo cuore, soffrir vuole, gli basta che tu scampi! Oppure scambiamoci i cuori, cioè i pensieri tutti, che i palpiti del fisico condizionano, li accelerano o li schiantano fino all'arresto suo. Sì, come talvolta facciamo con le favole, io le mie ti racconto per udir le tue. Così se proprio del morir vorrai il gusto amaro, è me che morir farai, mentre io vivrò in te, del mio tu sopravvivendo. E tu che di lusinghe avaro non sei, e dici che il mio cuore quello della buona bella fata già racchiude, allora esso starà nel petto tuo, vero cuore tuo diventando e vi resterà a suo agio, sì, “illud in pectore tuo manebit optime”. E dirtelo ho voluto nella lingua dei nostri sospiri, quando lasciando il tedesco, studio da affrontare alla pari, tu studiare volesti l'antica lingua, io maestra, che chiave ti fosse d'accesso ai diletti studi di medicina. Da allora ho cominciato a rinunciare per te, finché tutto delle aspirazioni mie e sogni hai preso, avido, ma mai me ne lamento pur'ora, se non all'epoca dei pensieri tuoi per altra donna. Sì, per aver questo tuo cuore un caro prezzo ho tutto pagato. E nascosto l'avevo in una latebra del mio. Incatenarlo avrei dovuto, ché non fuggisse o tapparlo in bozzolo, ché alle lusinghe d'altra orecchio non porgesse. Non sono stata accorta abbastanza... Ora nascosto, sotto la mia balìa resterà, e dovrà perfino respirare di me. E dice con l'antica poesia all'amor suo incredulo della determinazione sua, questo cuore, che per migrare sta nel petto tuo, sostituendovi il tuo, “Non lo sapevi che la gente nasconde l'amore come un bene troppo prezioso per essere colto?”.









E io a te rispondo, Oh sì, esso volentieri abiterà il petto tuo e starà sicuro sotto la tua guardianìa, lì imprigionato e certo rassegnato. E ancora, ricordando quell'antica poesia cinese da te citata, in cui pegno d'amore vien dato d'un fiore, Sai, ho dell'antica promessa ancor lo spigo che mi donasti e profuma se stropicciato ancor degli anni tuoi verdi e belli. Conservato l'ho schiacciandolo tra le pagine più belle di questo amore. E sai che metafora quelle facevano di noi? Fiorellino di prato se ne stava negletto, scuro, nonostante la sua corolla bianco neve. E venne bombo burbero a frugar le antere sue e lo trovò acerbo. Ma esso tutt'altra visita sperava..., ma ad esso nessuna farfalla pareva interessata. Poi finalmente una notte di stelle, tutte pronube all'amore, esso si disse, Tutto il mio profumo lancerò da far aulente tutta la notte serena, pur verrà falena e mia sarà. Così si preparò, la corolla sua distendendo tutta, a lasciar liberi gli effluvi suoi. Ma quei petali, già bianchi, il brillio delle stelle più vividi rese, cattivanti. E attratta ne fu piccola falena, più che dall'odore sparso pur gradito, da quel biancore vivificato dalle fate del cielo, che giù a guardar stavano, trepidando esse stesse amore. E fu vero amore... Ecco la storia nostra! La piccola farfalla, bella di notte, bello, in quella notte complice, trovò il fiore suo, né più lo lasciò. E si dice che in notti di stelle più stretto lo tenga, ch'altra non tenti di rubarlo. Ma altri dice che la falena si lasciò morire quando il suo bel fiorellino appassì. Ma tutte le favole bene finiscono. Una notte di lor tardo amore, scese la fata più bella di tutte dal cielo, li raccolse accoppiati e con sé tra le stelle li portò. Sia, piccolo amore, così di noi, come quei due amanti. Sai, io il fiore tu la falena, o più non so, era forse il contrario? Ma allora vero scambiar dovremmo i nostri ruoli nelle nostre favole, più che parteciparle all'altro. Comunque affrettati, tienimi stretto, i sogni svaniscono all'alba ed è vero che sol piccola falena sei nella mia fiaba, ché tu “univira” resteresti, come quella, che più altri fiori non volle. E falena orrore ha della luce eccessiva! Sì, è questa una vera storia d'amore, la nostra!

sabato 6 luglio 2013

Sindrome di Pollicino











Riprenderò con un vero tema il mio percorso morale. E forse niente di nuovo vero dirò, ma almeno ribadirò, forse con maggior chiarezza, il già detto. Come sono gli uomini e le donne di qui? Quelli che tu ami comunque, me compreso? Lo dirò dal punto di vista di un maschio vinto d'amore per te, e vero lo sono! Ma simile conclusione avrei per le donne, icone tue, ognuna cercar deve uno in cui veder il figlio tuo. Ma mi e ti chiedo, Esiste qui una misura dell'essere che non valuti l'avere? E non è forse corsa questa vita in cui frettolosa nostra storia fanno le valutazioni di quelli che abitano il nostro mondo? E non ci sono forse donne che pesano la nostra personalità col successo raggiunto, il cui simbolo è il denaro? E non pensai, ma a torto forse, di simile per me quando improvvisamente la vita m'ha rubato l'adolescenza? Sì, ragazzo, avevo un amore e abbandonato forse m'ha perché non ero nessuno, solo innamorato! Ma forse ella solo più alle favole mie non credeva! Avrei da allora dovuto adattarmi a simili richieste ambientali, che invece già calpestavano le piccole affermazioni mie morali, e invece continuai a sperare un incontro, ostinatamente vagheggiato possibile, con quella che svelata t'avrebbe. Sì, ho tentato di esser per te e forse ho perso. Non che non l'abbia trovata, ma perché vita grama ha dovuto con me condividere sebbene per i tempi, ancora dignitosa. E' proprio vero, molti si adeguano per sopravvivere, ché qui vale il posseduto, cioè i simboli che fanno la superiorità di classe ancora, di casta addirittura, denaro anzitutto, bella rappresentativa compagna e belle cose da far invidia, fino al codazzo infame di amici interessati solo alla personale fortuna. Ma è proprio vero, io a questo fascino sinistro non mi son sottratto per mia sola virtù, tu m'hai dato questa femmina buona. Ancora la lodo e lo faccio troppo? Ma io così lodo te! Ho vissuto però questo mondo con troppo pessimismo, da che accorto mi sono che il denaro chiave è per le porte tutte. Perfino per il cuore delle donne? Sicuramente non di tutte.





Molte di per sé aperto lo tengono e fingono che l'altro, e la sola fortuna lasciano credere complice d'averlo trovato, abbia chiave idonea a dischiuderlo, altre invece ostinate serrato lo mantengono. Queste ultime rare non sono, non comuni forse. Vogliono che il mezzo non sia elevato a fine e disprezzano gli uomini che feticisticamente amano il denaro. Esse questi prevedono scadere in una passione vero strana, possedere senza adoperare, cioè che diverranno prima o poi, avari. E quelle che vagheggiano il vero amore sanno che darlo non può chi persona gretta si faccia. Insomma sono vere donne, vere tue icone, ché inserite non vogliono essere nella roba che l'altro possiede. Proprio non vogliono per il loro cuore chi entra nell'abitudine prosaica del dover avere per essere. Io ho questa fortuna, ho una così. Forse accorta è di per sé o tu le ispiri oculato comportamento che le consente di farci vivere dignitosamente, nonostante il nostro poco. Pensa ha voluto che i soldi messi da parte per festeggiarla fossero inviati ai tuoi bambini bisognosi, che sono tanti! Allora mi chiedo perché per il mio poco che t'offro povero e sprovveduto, mi dai e tanto? Innamorata sei delle mie favole? Perché vorrei saperlo? Sento che tutto mi sta trascorrendo troppo in fretta. E allora ti assillo, però muta rimani come sempre, e da me tento risposta. Non sono stato un cuore di sasso e tu allontanata da me non ti sei mai. Guai, dice Agostino tuo santo, ai cuori di sasso! E quanto lo fa l'attaccamento al denaro! Ma io spero diverso, e che? Io son uno che ha la sindrome di Pollicino, alle passeggiate spezzo rametti secchi e li lascio cadere lungo la via che percorro, anche assai nota, come se, ritrovandoli, mi permettessero di ripercorrerla per ritornare al mio piccolo amore, uno strano quasi compulsivo rituale. Allora sai essa che mi suggerisce? Tu m'ameresti anche se sassolino avessi per cuore. Anzi l'utilizzeresti per indicare la via a quelli che ritrovarti devono. E tanto personale è quella, che, ecco la mia speranza, per ciascuno vorrei possa essere l'icona tua, quella che gli sia compagna, a fargliela trovare, seminando sassolini. Ciascuno cerchi e trovi la donna speciale da amare tra le molte che aborriscono il dio denaro. Guai se no, lontani dall'amore e da te saranno! Nessun sassolino da ritrovare, e solo vero amore, di cui quella che lasciar cadere li deve a far così percorso, traccia, è il solo simbolo, a te mena!

venerdì 5 luglio 2013

Lago d'amore







Arduo è gli altri conoscere, e appena se ne dice, ci accorgiamo che parziale, labile, impreciso è il concluso, minato forse di pregiudizio, ché il nostro resta un opinare, giudicare in superficie e dalle pressioni, che dall'ambiente ci vengono, e dalla storia personale anche, condizionato. Eppure io in onestà dico di conoscer la bella del cielo, un po' o tanto, non so. Induco da quel che so di questa donna mia in lungo sodalizio d'amore, o ne inferisco per l'esperienza che mi viene dall'abitudine mia all'introspezione, analogo pensato al nostro, il far e sentir suoi? Io dell'amore suo dire non ho sentito se non da parolai dell'amore. Molti dicono e nulla sanno e le parole loro non più di pula sono al vento o sterpaglia, strame degna del fuoco. Non posso fidarmi... Ma della donna mia ho fiducia, dell'agire e reagire suoi e così dello guardarmi dentro, in perpetua autoanalisi. Ma non so risolvermi per l'uno o l'altro dei suggerimenti, che me ne vengono. Ma forse i due non son che momenti, stadi non antitetici e nemmeno sovrapponibili e nelle conclusioni che mi permettono, sono complementari, hanno fatto il me recondito e il mio destino! E a te, bella signora, direi se fosse possibile un parlar diretto con risposta, cioè un colloquio e non sempre il monologo della preghiera, So che la felicità tua è nell'amore, e, insignificante uomo ma dai grandi sogni, vi contribuisco pur'io, un po' solo almeno. Cioè piccola parte pur sono della gioia tua! E se lei mi obbiettasse che come ben non so nemmeno di questa mia donna, scrigno il cuore di ognuna, così neppure di lei posso sapere, io che le direi? Vero sì quello che dici, ma lo so dalla stessa gioia che io stesso ho nell'innamorarmi e amare! E lei forse mi direbbe, Tu ben vedi, ben speri e tu non sei piccola parte del mio amore, una briciola, una goccia, ma tutto il mio possibile, come lo è ogni altro per cui morta sono col figlio mio divino. Perché? Chiedo e chiedo, a te dolce interlocutrice, eppur sempre ostinata muta, e a questa donna. Ma tu, bella del cielo, forse rispondermi non vuoi, ché questo è possibile sia uno degli “arcana dei”. E la mia donna rispondermi non sa, ché nulla sa dell'amore per ognuno che di per sé faccia la completezza d'amore. Oppure, ora ti chiedo, vuoi che da me capisca e mi risponda? E' prerogativa solo tua l'amare così? Sì, ti assillo così, ora, e lo farò e rifarò finché qui vivo, e mi chiedo, Non v'è proprio nulla di simile nell'amore umano? E non ti somigliamo nella capacità d'amare? Ma, senza chiara risposta da me, interrogo ancora la donna mia e le chiedo se ami più uno che l'altro dei figli suoi. Naturalmente no, è la risposta sua. E allora le dico, Se tu non distingui nell'amore i figli tuoi, forse di simile accade alla bella che sogniamo veder tra le stelle. Ella aveva solo amor nel figlio suo, suo tutto. Ella è divina nella natura sua e in lui esaurita è tutta la sua capacità d'amare. Quest'amore non l'ha ripartito tra noi tutti. Noi, che lui proprio ha fatto fratelli e figli della stessa madre, non ne abbiamo ricevuto una briciola. Ma ella amando per suo comando, più così non può distinguere tra noi e il figlio suo diletto, divenuto uno dei tanti, sicché come quell'amore primigenio tutto il cuore le occupava, ora quello per ciascuno ne fa il tutto, ché più averne non può. Insomma il suo è un lago d'amore e le goccioline, che vi piovono, fanno lo stesso lago, oppure piccola facella, aggiunta a una gran fiamma, diviene essa stessa quel tutto! Ma il mistero rimane e povera, debole la mente mia altro non sa congetturare. E forse difetta in logica il mio argomentare e le metafore, della parte che si identifica col tutto, valgono sì, ma solo un po'. Forse questo gestir particolare il suo, è simile a una figura retorica del dire, e questa analogia mi sarebbe utile se solo dovessi indicarlo, rappresentarlo. Sì dire che ella risponde, dà a questa donna e a me e tutti, il suo senza ripartirlo, è significare, dar nome, caratterizzare l'amor suo. Ma questo forse è proprio come nomare il non ancora perfettamente compreso, così come nella scienza termini vi sono a indicar fenomeni, ma talora solo appellativi, riassuntivi, descrittivi, non analizzanti, indicano cioè spesso problemi aperti. Meglio è dire che è proprio una risposta tutto o nulla. Ma ella non può negarsi se uno le chiede, deve la sua risposta, il suo tutto. Sì, forse è qualcosa di simile al dover dar tutto di sé, svuotarsi del proprio, come volersi annientare nell'oggetto d'amore e pur restare se stessa, mistero quindi d'amore è quest'amore. E più non so, vero fallace la mente mia. Allora esasperato, afono pur grido, Tu, madre mia dolcissima, facci diventar goccioline del tuo lago d'amore, o piccole facelle estinte nella gran fiamma della luce tua e ardore. “Tu illa es quae actuando manes immutata”. Sei uscita dal cuore del dio per questo, essere vinta d'amore. E tu ami noi come il divino tuo dolcissimo. “Eritis sicuit dei!” E' profezia del serpente, che già si realizza. O cuore d'amore, cuore di fiamma. Ecco il tramonto per noi, solo tu saprai colorarlo d'aurora!

mercoledì 3 luglio 2013

Favola di lumachine











Oh quanto saper vorrei mille e mille favole! Sì, tratte da questo mio cuore innamorato, per le donne tutte, che spesso a immeritevoli maschi sospirano, da intenerirle per dire a te le parole loro, tutte belle, perché d'amore. E così, a te affidandole, lor miglior fortuna sperare. Perché direi alle sole donne? Perché tutte tue icone le vedo, e dico di me, parafrasando il poeta, io mi son uno che come amore mi ditta dentro, cioè come esso lento dice le parole sue belle a questo cuore, agisco, e a chinarmi or mi invita ai più fragili fiorellini di prato! Oh quanto t'ho sospirato nostalgico,mio bel fiorellino, eppure sempre lontano languido amore, che se cento vite mi donassi a far piangere le stelle riuscirei e te tra quelle stella! Ed è accaduto e accade, sai? Ché, fede mia madre, le lucciole proprio lacrime lor sono! Ma una stellina v'è e brilla più di tutte in questo cielo estivo, e par all'unisono rispondere a questi miei lai amorosi, sì pulsa luce come a me cuore fa in speranza d'amore. E deve aver pianto una sua lacrimuccia e lasciata cadere su questa terra. E' come lucciola ora questa e angelo era. Bella e bruna la vedo, ed è femmina anche nei miei sogni, dov'è com'era, la chioma sua a far contrasto sulla veste e l'ali sue bianche e gli occhi, i tuoi neri, a brillar nel buio in notti come questa incantate, come stelle di terra o lacrime qui cadute dalle celesti lucciole. Sì, è ora piccola donna, e tutta pulsa amore, ché s'accende a tratti a dir per brillii, come lucciola è usa, parole sue a questo cuore che intender le sa... Ecco, continuare così potrei e far di questo amore favola, sogno, e facile mi sarebbe, ché dico di stelle e di lor lacrime d'amore, materia che consona è ad affabulatore. Forse simil favola piacerebbe alle donne cui indirizzarla vorrei. Ma vero cantastorie mi fa questo cuore bambino e favola nuova a voi due, che stelle attente siete ai palpiti miei, raccontar voglio e ad altre, incastonate in questo cielo, là celesti simboli di quelle che qui son donne, che desiderio abbiano di saperla. Parla sì d'amore, ma tra creature molto umili, e io e questa mia donna così siamo e “mites inter omnes”, come tu sei, per amarti, e tu ci ricambi coi brillii tuoi, “speciosa” stella sicura su questo periglioso mare, buio e triste, come il mitico oceano. E dico, In queste notti d'estate, fresche e umide, van le lumachine, lente procedendo in fila, a pasteggiar sulla verzura. Profittano della rugiada, ché l'aria umida che qui, sul chinale, sale dal mare, tutti imperla i fili d'erba, i già arsi e quelli che ancora il sole risparmiati ha. Vi permarrà, velo di minutissime goccioline fatta, finché novello sole si desti a indorar tutto del chinale erbe e arbusti suoi, e si sperderà in aria, ma per ritornar fedele la notte prossima. Su quelli lasciano le lumachine la scia di loro bava e forse la seguiranno a ritroso, a ritrovar frettolose rifugio, quando chiarito farà la luce il cielo, or da miriadi di stelle trapunto tutto. Una presto lascia con altro intento le compagne sue voraci del tenero pasto. E' solo una limaccia di bosco qui comune, e non di quelle che casetta con sé portano e possono appisolarsi se luce e calore le sorprendano, tutte ritirandosi e tappandosi in lor guscio. E' di quelle che fuggir debbono via. Ché son tutte nude, senza valva, e se fuggir questa mia non potrà, s'appallottolerà in un bozzolo di bava penzoloni ad attender nuova notte amica. Dove va la solitaria? Va sulle frondette novelle d'un arbusto e non s'attarda ad assaggiarle. Gli occhietti suoi da basso han visto le stelle ed essa va in alto speranzosa di raggiungerle! Sta ora sulla sommità del cespuglio, non s'arresta, ma tutta si protende, meschina ignara, in alto. E le manca appiglio e precipita! Ma una compagna, sazia della pastura conclusa, forse vero impigrita, ha deciso bozzolo preparare per proprio a star lì, sotto a un rametto di quel cespuglio, la notte intera e già la culla la brezza, dolce nenia cantando, ché dalle frasche, come lambendo corde diverse, dolce armonia trae. E quella che cade, su quel suo rifugio s'invischia. Tutto si tende il filo di bava al peso accresciuto improvviso, ma non si spezza. E il bozzolo che già cullava oscillando, ché s'addormentasse chi proteggeva, ora a nuova danza è sollecitato. Su e giù va per un po' come pallina con elastico legata a dito per il trastullo di un bambino. Ma le due, compagne per caso, si riconoscono e possono star insieme, ché la tessitrice del bozzolo la caduta accoglie. Tanto anzi s'intendono che decidono d'amarsi e poi s'addormentano felici, pronuba la brezza dolce che continua a cullarle cantando...





Non credi tu, bella stella di questo mio cielo, che simil favola faccia la mia metafora d'amore? Io innamorato delle stelle non ho saputo raggiungerle, né invero avrei potuto, ma troppo ingenuo e stupido per saperlo, l'ho, incauto, tentato, e tu permesso hai che compagna dolce raccogliesse la mia avventatezza e ne facesse un amore!

lunedì 1 luglio 2013

Sogni e illusioni











L'anima mia, che solo di te respira, uscir vorrebbe di sua angustia. Ma nonostante gli inviti tuoi in sogni e illusioni continui, ferma rimane in ciò cui questa vita la costringe, sì nel guscio di questa mente che vive in questo corpo. Ché tenta sortite spesso, ma più disperata ne resta. E sai che m'è accaduto proprio di recente? Lo dirò come fosse fatto d'adesso, ché ora, in questa giornata, fresca uguale, tu lo riviva con me. Ché, forse, tu eri la sognata. Ecco, oggi il vento è fresca brezza dal mare e agita la chioma bruna di questa donna solitaria, ferma al sommo di questo stradello che percorro fidente di buon mattino. E la luce che tutta la riveste, le fa aureola d'oro e con brilli cangianti gioca tra i capelli suoi. Mi chiedo chi sia questa bella e se chiederlo a lei vero potrò dalla mia annosa timidezza, quando vicino le sarò. Guarda ora dalla mia parte, mentre poc'anzi verso il brillio accecante del mare, a sostenerlo senza far solecchio, era volta. Sorride. Lo fa a me e perché se ne senta rassicurata, privo d'altre umane presenze questo luogo? E' tutta bianco vestita, cerea nel bel sembiante, e assai giovane sembra, sì, neri gli occhi e nera, lunga, bella la chioma e graziose le forme, che cela la lunga insolita veste, ma con un po' di trasparenza a indugiarvi. Io trepidante più mi faccio prossimo. Ecco, penso, le dirò la stessa cosa di giorni or sono, quando finto ho che curiosità ci mordesse sulla nazionalità sua, io salendo il colle con l'amico, che di botanica si diletta, e quella giù venendone, un'avvenente bionda americana. Perché il compagno mio mi sollecitava, dalla timidezza sua, a inventarmi qualcosa per fermarla. Sì, noi timidi tendiamo a dire frasi collaudate vincenti a tutte le donne, non per pigrizia e mancanza di inventiva, ma quando desiderosi dell'interesse loro, perché vergogna avremmo da temuta indifferenza, se manifesta. Ma appena vicino, quando la luce eccessiva alquanto me la nasconde sfocandola, è lei a parlarmi e dice soave soave, Lunga la strada per il bene! E poi prima che le risponda, la luce me la ruba del tutto, ché un abbagliante sole da orto matura il mattino... Devo proprio aver sognato! Come in vero sogno di dormiente o a occhi aperti? E certo di te! Ché è sempre così che parli e passi, mai ristai! Sempre mi mormori nell'intimo e pensieri di luce suggerisci, ma anche ne ho tormento, ché solo con cento illusioni e sogni ti mostri come vanir più volessi questa mente provata, e ne resto sconcertato. Ma io non chiedo che di palpitar a questo vento, che tremuli ha fatto, indugiando, i capelli tuoi, o come le foglie che fa stormire nella boscaglia, mentre qui fischia sull'erba di strame scivolandovi, da parere un lamento, e agitandola come fa col mare di sotto, che rumoreggia sordo. Sai, inaridite son tutte le mie fonti. Io non so più nulla, non ricordo nulla, e quello che resta fluttua mutevole e vuol farsi oblio. Son vecchio e mi falla la memoria di fatti di appena ora e io li noto e li scrivo pure, ché me li sbrogli la compagna dolce e mi indichi la lunga via per raggiungerti, cui or ora accennato m'hai in questo sogno forse di poc'anzi che a casa dormivo,o, così non sia, mo mo fatto a occhi aperti. Mi han detto i tuoi saccenti, I tuoi interessi, quelli che ti tengono qui ancorato, son nulla di fronte ai bisogni dell'anima tua, così il male che t'agita il corpo e ogni tua disgrazia di fronte alla bruttura e al buio del peccato! Ecco, ho tacitato i bisogni e le proteste del corpo al male, che lasciarlo non vuole. E quanto al peccato novello sta forse nell'aver tentato amare chi o meglio ciò che “passum, perditum ducas, miserum cor meum”. Ma può amor far peccare? Sì, forse, se fa piangere dolce primavera che accanto mi vive! Ma forse c'è di più, so vero io perdonare, so amare chi da cui male ebbi? Dentro mi grida di farlo il figlio tuo e tu pure alla maniera tua, per enigmi prospettici e frasi mozze, che capir non so. Ma tu non fare come questi saccenti, dicono, indicano, ma non si muovono e non vanno per primi. E dove andrebbero, sanno la via che a te mena? Ma tu forse vero lo fai per questa donna mia. Ecco io le dirò a casa tornando, Credo nella donna del cielo, credo in te, piccolo amore! Così però vi ripeto da sempre, e mi levo e cammino, ma poi solo mi sento! E perfino le illusioni di te e i sogni di vecchio svanito, rimpiango! Oh quanto vorrei esser più semplice, sgranar gli occhi, bambino novello, al mistero delle cose e attender mi gemmi dentro la vera felicità che solo i bambini e i poeti sanno e ne dicono gioiosi, con parole loro e gesti! Sai, uno assai piccolo, richiesto del nome, ha risposto d'essere il tyrannosaurus rex, minaccioso mimandolo, e la madre sua e il suo compagno ed io più che sorriso abbiamo a tanto impegno! Ma brancolo in questo buio e perciò meglio dirò a questo amore, Conduci tu, tienimi per mano, io non so più vedere e distinguere. M'occupano la mente strane fantasime e sono come lacero, affannato, stanco vengo a te da molto lontano e mi sanguinano i piedi perfino, e affamato sono di cibo, al solito, ma più d'amore. Ma lei mi risponderà, Da molto m'hai vicina, ecco del buono ho qui per te! E io parafrasando il tuo fare e dire, Sempre mi ritrovo in lunga via d'attesa, m'avvicino e tu sfuggi, t'allontani! E dice una canzone antica, Longa la via 'e chi vo' bbene! (Lunga la via di chi vuol bene).E ancora, Ma non t'intristire, bussa tu alla porta del cielo, s'aprirà per noi! No, meglio dirò, viene la sera, restiamo abbracciati, tentiamo ultime effusioni d'amore e poi, stanchi, addormentiamoci nello stesso sogno. Verrà la bella dei nostri sospiri e forse ci prenderà prima che s'alzi aurora novella con le pene sue di sempre e illusioni e sogni! Ecco così proprio le dirò e a te dico, Quanto ancora attender ci farai?