sabato 14 aprile 2012

Banalità e tristezza

Com’è triste la vita qui e noiosa anche
e come è banale l’atmosfera in cui tocca allo spirito il respiro. Tu, madre, veder puoi molti di questi uomini, che nulla vero sanno, armati delle opinioni d’altri e di luoghi comuni, che fanno i loro pregiudizi, difender goffi ad ogni costo la mediocrità loro, con atteggiamento intransigente d’attaccabrighe, ché il pressappochismo dei loro giudizi li autorizza a sentirsi onniscienti, in grado di tutto capire e livellare al livello loro infimo, che credono il più alto, che condiviso vogliono, e ne sostiene l’arroganza loro una massa di soggetti allo stesso modo ben pensanti e di simile comportamento. E li vedi autorizzati a parlar di tutto in tono categorico dalla cattedra loro, che è la strada. E che pensano di politica, di morale, di religione o cos’altro degli interessi e problemi della vita di qui? Pensano quel che si pensa in giro, e giudicano come si giudica qua e là, e dicono il si dice, e sentono come si sente tra la gente, entusiasta per il leader del momento o il campione dello sport popolare, o il divo, o il benpensante di turno, che, saccente, parla di tutto, arrogandosene il diritto. E non hanno essi una responsabilità precisa, come non hanno idee, ma opinioni, le correnti, prese pur a prestito, pronti a mutarle se diverso soffia il vento! Ed è soffocante questa presenza loro! Pure occorrerà soccorrerla, ché gradualmente trasformi l’esistenza sua banale, in responsabile. E chi dovrà farlo se non la persona buona, quella che non altro metro ha che la bontà sua, che la fa essere attiva, disponibile, soccorritrice, quella che mai ha tempo da perdere, che or qui or lì trova occasioni del suo intervento prudente, discreto sì, ma deciso a sanare, a raddrizzare, a proteggere? Questo soggetto non è da confondere, madre, con quello che mi sono ridotto a essere, persona buona forse, ma innocua, gentile, che piano va nella giornata sua, cercando sì di non offendere, ma di più di non subire danno, sapendosi debole e passiva! Insomma non è il timido rinunciatario,quello che oggi sono e talora in passato, ma chi sa che per il bene può rischiare del suo, fino al fraintendimento e al ridicolo da parte della banalità dilagante o all’ingratitudine. E mai lo vedrai lamentarsi degli insuccessi nella difficoltosa erta che deve con coraggio e forza percorrere, e definirsi a ridicola giustifica dei fallimenti, troppo idealista per un mondo ottusamente troppo cattivo! E’ un tuo eroe costui, farà un prudente uso delle sue forze e l’intelligenza lo guiderà alla discrezione, all’opportunità, ma non rinuncerà, tenterà almeno, e preghiera ti dirà anche se non con parole, ma con le concretezze della generosità sua. E io che mi sento? Son forse mai stato così? O piuttosto da sempre uno che langue accucciato, accasciato sull’arida sabbia del deserto che fa il suo mondo? Sono uno dallo spaventoso passato, di occasioni trascurate o rimandate, che vede scuro il presente e più ancora l’avvenire, come un silenzio di sventura posasse su lui e tutti quelli del mondo suo? Forse sì, ma sono anche uno che t’ama e prega spiri da te novella vita, per sé e quelli che ama, che sanno d’esserlo e quelli che lo non lo sanno e persino per quelli che non vogliono esserlo! Ecco, è vero, ora sono tra i più accasciati e fiatar a pari dei compagni miei meschini, quasi più non oso, e mi pesa pure la parola che mi muore già dentro o appena in gola. Ho subito del male il contagio immondo! Aspetta il mio cuore in tanta solitudine fosca, che tu gli accenni della primavera tua, il sorriso. E pur dentro sento come un’inquietudine, un’ansia febbrile, che spezzare vorrebbe il cerchio che intorno ho. Banalità, cattiveria, che ride di me, ridicolo innamorato, ridicolo amante, ridicolo tutto! Oh quanto vorrei evadere, sconfinare, cercare nuove vie per il bene, quello che forse mai ho attuato appieno, e nuove leggi che non siano le tanto carenti morali di questa società di lurchi e ingrati, dove viver mi tocca e pesa, sì nuove opportunità tra gente nuova, bisognosa sì, ma che così tanto non noccia in risposta al bene, pur agognato! Invano! Dove? Come? Quando, ormai? E mi prende la vertigine dell’abisso e forse presto sarò abbastanza folle, da porre da me fine a tutto questo stantio fetido, che qui respiro, cadendovi. Nulla mi trattiene... Proprio nulla? Non ho più memoria, solo so di aver traversato male e da meschino il mio pellegrinaggio d’esilio. E dov’è la patria che m’hai pur detto vicina, dove l’oasi in tanto deserto, in cui ritrovare il mio piccolo amore? Oh quanto rugoso e tetro mi son fatto, occhi che qui più non vedono, né vogliono, orecchie che qui non odono, eppure c’era una melodia che pareva cantasse il creato tutto a me bambino, e bello esso mi si mostrava nel reale e più nei sogni d’allora! Perché in quella notte di stelle, adagiato con lei sul prato del chinale, non ho lì fermato l’incanto, dopo la lena affannata d’amore, prima che le nostre vite perdessero primavera? L’avrei portata forse nel buio o nel nulla, chissà, o l’avrei smarrita, volata ella, innocente allodola, altrove verso la tua aurora! E che è ora, non è forse buio per noi? Un buio spesso, che soffoca, che ingoia! Ché triste è questa donna e io ne ho colpa con le bizzarrie del carattere mio e quelle aggiunte, tollerate fin troppo da lei, delle tardive attenzioni a perduto amore...E non la sto perdendo, vaga restare nell’irreale della tristezza sua? E allora tu, madre della mia speranza, ripassa tra noi, sciogli l’angoscia dei cuori nostri, permetti ci ritroviamo, ora fatti quasi estranei, eppur tanto vicini! Spiri da te sulle nostre rimorte forze la vita, lascia ritorniamo buoni attivi, quelli che osano il bene, risollevaci, dacci la tua gioia, bella signora! E fuga questa belva del male in cui imbattuti ci siamo, che ci ha fatto pavidi, e perfino desiderosi d’annientamento tra le fauci sue da iena. Le anime nostre invilite gemono, siano belle ancora, siano le pupille nostre le tue, il cuore nostro palpiti i tuoi palpiti, rida la bocca il tuo bel sorriso, quello che rivisto abbiamo nei sogni, e di cui, bambini, almeno la madre cara, avara non è stata. Sii ora tu quella madre! 

mercoledì 11 aprile 2012

La pazienza

Ecco, qui la realtà, là la speranza. Quanto divario da colmare con la pazienza! Poco o nulla viene donato, tutto nella vita va conquistato nella fatica del quotidiano con l’esercizio della pazienza e nello scorrere lento del tempo... Solo l’occhiuto male, vede a caso, ma rapido raggiunge, il ben nato, buono o bello. E qui guasta, lì toglie. Ed è il dolore! E l’amore anche, così prezioso, dolce, tenero, è gioia sì, ma di più ansia, dolore. Ecco una madre straziata per il fiorellino suo reciso ormai da infame rapina. Ché tale è da sempre il male! Non ha conforto, né lo vuole se non piangere tutte le lacrime possibili e continuarle nel cuore quando secchi le si faranno occhi insonni in quelle occhiaie ormai infossate. E tu, madre cara, specchi in lei lo stesso tuo dolore, ché, proprio quello che lei fa, tu stai facendo nell’animo tuo tormentato. Io lo so! Quanto devi averlo amato quel fiorellino in primavera troppo breve! Già tuo era nel sogno di quella madre e ora ti resta lo strazio di un cuore e lo schianto di un’anima. Carezzava l’idea della sua, piccola restata nel cuor suo,  quella madre fin dal gioco di bambina, in cui la piccola sua di plastica accudiva, imitando e volgendo alla sua bambola, le stesse attenzioni che la propria madre aveva per lei, e le parlava e canzonetta le sussurrava, seria un po’ nel compito suo e felice. E poi, incontrato l’amore, il sentirsela crescer dentro e la gioia che seguì al travaglio, quella di vedersela ancora tutta verniciata degli umori del parto, adagiata con testina un po’ tumefatta nel seno suo tra le mammelle gonfie, che latte per lei prorompere già volevano e quella già cercarne i capezzoli turgidi a occhi chiusi, ancora nel primo pianto di vita... E poi il vedersela crescere, dapprima con passi incerti, poi sicura e parlare, parlare prima nel babillage infantile, poi dire parole e frasi vere e sentirsi chiamare da lei con vocina melliflua, e venir su carina, e adolescente star pensierosa e sospirosa ai primi approcci d’amore dei coetanei suoi, e poi la malattia, e poi il nulla! Oh madre cara, ecco, questo stesso strazio ti costa l’amore per noi tutti a te strappati! Tu proprio non te ne stai avviluppata in te stessa, non abiti un cielo lontano o una bicocca, compiaciuta della tua lontananza da questo mondo fecale. Piangi, urli con noi e di simile fa il figlio tuo che da ogni nuova croce piantata, pende disperato! E’ questo il solo senso della vostra venuta qui nella realtà, essere con, essere per, essere in ciascuno che soffra... E quanto soffriamo! Eccoci come asinelli, trottiamo sotto la soma, apparente come lui mogi andare e rassegnati, pazienti, senza ribellione. Ma l’impazienza è messa a troppo dura prova ed è inutile questa prova. Aggiunge solo gocce al mare del dolore già stato...Quando sarà che, oltre a urlare con noi, a pianger le lacrime nostre, salutare per noi sarà che perdiate questa pazienza da asinelli succubi, che troppo da noi frementi e scalpitanti vi distingue, e tu la testa alla vile serpe schiacci tra l’erba mala ascosa e il male si rattrappisca nel nulla, ché vero l’inghiotta con questo inferno che qui tocca viver e l’altro metafisico dei vili suoi, già amplificatori del dolore qui dabbasso? Basta con la virtù della pazienza fiduciosa, basta con l’ingenuità in un mondo che elude e delude la speranza! Ecco in un mondo così, vero e falso, giusto e ingiusto, ragione e follia non si equivalgono forse nella loro impotenza? Favole ci hanno sempre detto loschi furbi o idioti perfetti... Ha senso questa vita? No, non ha senso alcuno, ché è iattanza vacua, vera invece è la separazione, lontananza da voi perché troppo velati, nascosti, la vita nostra ci vivete, sì accanto e dentro, e altro per voi non volete, non certo la gioia da separati beati dei cieli, ma è inapparente la vita vostra qui, “deus absconditus” siete rimasti! Sì, noi non lo sappiamo che per racconto di mistici, che ci piacciono nel dire delle esperienze loro confabulanti, ma nel dolore più e più rabbia farebbero nello sciorinare candore e non sacrosanto livore di ribellione. E io ti vedo affannarti per la cura e qui o lì correre, ma troppo spesso tardivo e inutile è il soccorso! Ma non è con invettive al vento che oggi placherò l’amarezza che fa gli occhi gonfi, giacché sento di interpretare il tuo stesso dolore, ne sono io stesso specchio. Allora gridi il suo novello grido il figlio tuo, urli daccapo e non le rocce si spacchino questa volta, ma il mondo tutto, e cadano le stelle tutte come fichi di ficaia al vento impetuoso, e all’urlo suo s’apra in cielo e da lì il nuovo venga giù e ci porti terra nuova, e la Gerusalemme novella scenda dal trono del dio! Ma io intanto ti imploro, madre carissima, di non lasciar che il cuor tuo troppo umano restato, vinto sia da troppo affannata lena, non imitare il cuore mio, lento diventato! Ma quel cuore di madre “ad adiuvandum festina”! Altro non chiedo se non che venga la pace, la tua, supplici i cuori tutti! Sì, “respice verba mea, audi propitia ed exaudi”!

lunedì 9 aprile 2012

Pentimento

In vecchie chiese di qualche pregio, non curate per secoli, ti sarà capitato notare come in affreschi, che belle tue storie o di santi tuoi raccontano, un bell’effetto d’insieme quelle hanno se guardate di lontano, quando la mano sapiente dell’uomo v’abbia saputo rimediare. Ma da vicino l’arte paziente del restauro è evidente, non ha invaso l’originale con quello che ha rifatto, aggiunto completamente il mancante, dovuto intuire talvolta o talaltra testimoniato da antichi schizzi o riproduzioni, o anche solo ritoccato il troppo logoro. C’è infatti una voluta discromia che distingue il vecchio originale dal nuovo posticcio. Non pensi che questa immagine possa essere metafora del pentimento che in pie coscienze tenta di rinnovare il rapporto con te e il figlio tuo, fattosi logoro per loro colpa? Non tutti però sono capaci di vero pentimento, ché tutti tentati siamo di indulgere sul nostro passato. Ma quando c’è una personalità autentica e il pentimento sincero non tace, essa ne sarà ricostruita, rinnovata come anima nuova. Chi è invece incapace di pentirsi mancherà di vera libertà, resterà condizionato da quel passato, non trascorso, di manchevolezze, errori, omissioni e quant’altro fa una vita peccaminosa, da cui solo apparentemente il tempo l’avrà distaccato, ma che riemergerà, ricordato talora per analogia, talaltra riaffiorante nel simbolismo di sogni pregnanti, che pensanti, perplessi lasciano al risveglio, persino talora trasformati in incubi, succuba allora la mente restandone. Ecco, chi non si pente del fatto poco o del non fatto del tutto o del fatto male, manca di libertà vera perché rimasto fermo, vincolato al suo ieri, non superato del tutto, non trascorso appunto, sebbene passato. Vi coincide staticamente negli atti suoi che si illude nuovi, nel dinamismo del suo divenire che invece non c’è, se non illusorio. Ché la sua non è storia morale, ma storia profana di fatti ambivalenti, come lo sono, a ben vedere, gli avvenimenti tutti, in cui si sia optato per la versione più conveniente alla pochezza dell’animo che li abbia come suoi registrati, che consenta di non essere troppo severo con se stesso, mentre gli altri attori in quelle vicende, son fatti carchi ingiustamente di maggior responsabilità. Ma alla lunga si capirà che il tempo non ha guarito comunque dal male, nemmeno pensato, analizzato, diagnosticato, come invece talora accade delle malattie fisiche mute o che, dolorosamente manifeste, lasciarci non vogliano, di cui esso è invero grande medico. Ma la malattia morale se non punge, se non parla col linguaggio del dolore, non va via e la presenza sua, anche sopita, misconosciuta, non ci fa sereni nell’oggi e nemmeno fiduciosi guardare al domani, li annebbia, li sciupa nella speranza. E’ come aver lasciato l’affresco della nostra storia com’era, brutto di lontano osservato, peggiore se da vicino ci si soffermi. Invece il pentito sincero ha il paradossale potere di poter mutare ciò che, appunto perché stato, coi testimoni suoi che il tempo avrà reso al pari delle cose muti, ma pur presenti e parlanti alla coscienza, sarebbe immutabile. Ma avviene per esso un cambiamento di senso, paradosso che di miracolo sa. Quegli avvenimenti non più opprimono, non più esondano, invano compressi nella latebra del cuore o costretti a popolarci l’inconscio che serra naturalmente solo fatti sgradevoli molto lontani, ma che pronto è, nel nevrotico che, io nascosto, tutti un po’ siamo, a risucchiare anche cose recenti. Essi diventano incapaci di nuocerci ulteriormente , visto che offendendo chi avremmo dovuto amare, che reca comunque di te e del figlio tuo, è a noi stessi che hanno nociuto di più. E basterà, anche se dolorosamente lo sarà, riconoscere quel comportamento fattosi riprovevole alla coscienza, errore, abbaglio, falsa interpretazione. Ecco allora che il pentimento avrà rinnovato la persona nostra, l’avrà perfino migliorata. E’ un nuovo affresco la sua storia, perché rifatto nelle carenze sue, forse non bello, ma accettabile con serenità dal giudice severo che dentro ci abita, messo da te o dalla morale che fa norma, costume nella società nostra, anche se a nessuna cultura appartener può non tanto il “fate ciò che volete vi sia fatto”, ma il vostro “diligite inimicos vestros”, norma dettata, non umana scoperta, non radicalità di preesistenti precetti, ma divina. Ecco la libertà che la consapevolezza del peccato, nel suo doloroso itinerario di salvezza, ha fatto rinascere. E si diventa daccapo l’uomo nuovo degno d’ascolto e di rinchiuderti, innamorata, nel cuore, catturata nei lacci d’amore cui docile t’arrendi e da cui il passato t’aveva sciolto con le sue azioni brutte, che solo il pentimento ha fatto vero trascorrere, quando con coraggio ne abbiamo assunto la responsabilità piena, non ad altri trasferita, ché meno opprimente ne risultasse la soma. E raccontarlo al sacerdote che vicaria voi, è bene, ma come completamento, ché quello sta per perdono concedere, non ha altri maggiori compiti, ma ben accadrà solo una volta che ci siamo potuti perdonare, nel pentimento. E allora ripristinati sicuri saremo nel vostro amore! E io, che peccatore sono stato e forse sono, almeno potenziale, non più mi ingiurio, non più mi calunnio, guardo distante il mio affresco e vi ritrovo bella l’immagine tua, m’avvicino e le correzioni che ho dovute apportare, tenui sfumano, quasi inapparenti. Ecco, non meno bella è l’icona tua di fuori, quella tua forse più ancora bistrattata, è qui ancora accanto, non è scemata nella caligine della notte della mente mia. Posso riguardarla nella libertà ed è bella questa donna mia, è la mia poesia di gioia in questa vita, tu me l’hai restituita, ti significa, ti specchia. Eccomi daccapo libero, senza più il “ morsus coscientiae” a farmi amara la vita e renderla così e deludente a chi vicino mi vive, e son di nuovo un piccolo ascetico, sempre fragile, un po’ infermo nel corpo, un po’ casto, molto di più innamorato, ché non in solitudine sto, ho lei, quindi te! Due donne nei sogni miei!

domenica 8 aprile 2012

Il paradosso

E’ tutto dolore questo mondo a far l’angoscia dei più. Quello che ne fa lo sfondo buio, l’ambiente, quello che il peccato esalta o aggiunge nuovo. E il figlio tuo venne e novità d’amore portò ed egli stesso l’avrebbe primo vissuta. E’ così grande questo suo comando d’amore che invano se ne attenderebbe di più radicale e ombra non v’era nella sapienza ebraica nemmeno. Ecco, la sua natura divina era segreta, ignota alle coscienze dei più vicini perfino. Divenne palese nell’assurdo della croce, in cui la vittima pretese su sé, come soma, il dolore tutto del mondo, quello conseguenza del peccato e quello, duro destino, voluto per noi dal dio, ché far dovesse la libertà nostra, sì, fino al morire sapendo di doverlo, o scegliere la speranza che non sia per sempre. Io sono la resurrezione e la vita, poi il risorto detto avrebbe, chiunque in me creda anche se morto, vivrà! E la mente sua esondò dall’umano a questa determinazione di prender su sé la conseguenza del male primordiale e l’aggiunta fatta dal peccatore, e attinse al padre, mentre la volontà, il carattere tu, madre, dato gli avevi. Egli, il padre, destinato l’aveva vittima e tu gli fornisti una vigorosa personalità, irripetibile, e per essa la possibilità di vittoria nella sconfitta atroce, perfino. E come vinse? “Caro Christi, caro Mariae”, ma meglio e più si direbbe che “cor” suo è come il tuo. Sì, qualcosa di mai udito era uscito da quel cuore e giunto era il momento di dimostrarlo attuabile. Ed egli accomunò e riassunse in sé tutte le vicende umane, le passate, le presenti e la stessa sua subita e quelle che, sciagurate, nonostante l’evento suo, sarebbero sopravvenute. E la sua visione salvifica spaziò dai primordi, che videro la vita irrompere per volere divino, con dolore, sì, come immane fiumana dei viventi tutti, fino ai fatti angosciosi che compiranno il mondo e lo chiuderanno o per il nulla o per le braccia tue di madre. Ecco la madre, dice il morente! E allora questo è il dio manifesto e il suo comando nuovo dell’amore nonostante il disprezzo, che è per-donum, oltre e più del dono, quello che forse soltanto è l’amore comune, pur esso invero comandato, è andare oltre l’immaginabile umano, è più che metafora dell’amore divino, è lo specchio,”idolum”, della dedizione sua per l’uomo e le creature tutte, per infime che siano. E’ l’annullare del male, pur permesso, non col bene che però verrà, promessa di novella vita, ma con l’amore! E il dio strugge di quest’amore per il creato tutto! Sì, proprio nulla vi può essere di più grande di questo, la vita dare per gli amici, e tutti lo sono per il figlio tuo, i detrattori anche, i delatori pure, chi oggi ancora su novella croce lo pone, ché pecca contro l’uomo e il dio. E questo suo dono all’uomo fa ché la speranza di vita ne rimanga salda, la sola risposta dovuta a un tal dio, un dio d’amore, sceso fino ai noi, i più infimi, ché “nihil est in homine, nihil innoxium”! E quando disse nel congedo, amatevi come io vi ho amato, già pensava a un amore esondante la cerchia ristretta dei suoi, a comprendere l’umanità tutta e che i nemici del dio e dell’uomo includer doveva, sì, il reprobo pure. Ecco il “diligite inimicos vestros” che egli per primo provò a vivere. Lo sperimentò in sé, nella realtà di piccolo uomo inerme, succubo reso alla violenza. Ecco, questa l’erba nuova che egli ha seminato! Ecco il vero grano! Eccola, vederla puoi affacciarsi tenerella alla luce e tremula ad ogni fiato di vento. Ma or già cresciuta è, vedi comincia a spigare e già s’apre or proprio la gluma della spiga e ne cadono i semi a far pregna la terra. Ed erba novella ne nasce a nutrirsi dello stesso humus delle comuni, a viver stretta stretta con quelle... Prevarrà? Invaderà il mondo tutto? Quando questo avverrà lontanato esso forse molto si sarà nell’immane spazio e nel tempo, ma il male, di cui esso nido fa, che tutto decrepito è da sempre, e il peccato putrido ormai, che con esso s’annida come serpe nel groviglio lurido della malerba, pur dell’avvertita acrimonia di quell’erba novella, sentiranno il tosco e volger al nulla la loro misera esistenza dovranno. E l’ultima a morirne sarà la morte stessa! Il male è per il nulla e l’inferno dei mal morti, provvisorio, lo seguirà, ne dice Origène. Ché il fascino del bene irraggerà ovunque irresistibile e ogni cosa farà nuova e buona e bella. Ma ora è il tempo in cui male e dolore conseguente perdurano... e quello delle creature buone, ingenue e incaute tra troppe agguerrite, a far la tua tenerezza e tu ne tremi per la sorte...Sono, continuando la metafora botanica, pianticelle, che pestate che siano mandano buon odore gradevole, e mano impietosa che personifichi il male, le può divellere, le può sciupare e può disfiorare e farle soffrire e farti soffrire. Sì, noi uomini piantati qui siamo e la vita nostra è tragica e complessa nella diversità delle situazioni e dei destini, ma semplice nella conseguenza dello star qui, il dolore tutti prima o poi attanaglia, fosse anche che, per pochi, solo con la morte arrivi. E intanto scorrono albe dorate e rosseggiano tramonti e notti di stelle pur ci sono, o turbini d’oscurità avvolgono le nostre illusioni, il nostro affannarci in questo involucro di carne caduca e meschina. E io sto qui così, meschino proprio, pur amato da te, in un arruffo d’ombre, niente discerno, poco capisco. E ti chiedo se dirmi puoi quando questo mio dolore, che umile m’ha fatto già provato cuore, e piccolo ne partecipa e un po’ completa quello del figlio tuo, resa m’avrà nitida la pupilla da vederci chiaro. Aspetto. Ma le tante ombre non dispaiono, eppure c’è il sole, venuto a far le strida d’effimera gioia dei più fortunati. Spero, spero. Prego, oh quanto prego! E più m’attacco a questa donna, a quest’amore, ché la speranza di te baleni luce in quest’orizzonte velato di nubi e lontano, chissà quanto! Oh quanto devo averla offesa, quanto devo averti offeso! Che amore, che amore, e io l’ho appena avvilito! E’ stato per un amore mal riposto, clandestino in questo viaggio alle stelle, forse peccaminoso, chissà, ma bello si presentava, e mistiche emozioni prometteva... Ma sai come è l’uomo per sé, del bene suo strame fa, se lo abbandoni al proprio temperamento. In cosa decade, in oggetto di capriccio ed arbitrio, perfino, si muta. E questo m’è accaduto da femmina fattasi improvviso nemica. E sterpare, svellere ho visto l’amor mio, fiore da pianta di forse troppo tarda fioritura. E meschino residuare e quanto bello mi pareva e puro! Ma che farne dovrò? Sembra, se ben capito ho il comando nuovo del figlio tuo, io dovrò accrescerlo! Oh santo indicibile paradosso! Appena ora era riprovevole e peccaminoso e or ora è da sperare mi pervada tutto e ne trabocchi! Sento di doverlo tentare e mi sostenga l’amore in questo amore dovuto, quello paziente della mia piccola donna che mai è scemato, e il tuo sublime, “qui laetificat iuventutem meam” oserei dire, ché quello dà conforto a chi, indegno se ne sente, questo gli dà vita e quel foco in lei ravviva. E che sarei se vero fossi dall’amore abbandonato? Arbitrio del mondo, capriccio di donna, e strame questo cuor mio, senza più valore, molle, fiacco, nemmeno buona palla da gioco per fantolini come forse già destino ne ha appena fatto! E allora ti dico senza scorno. Madre, “fons amoris”, matura è questa spiga, s’indora ai tuoi caldi raggi. Sarà grano o loglio? Non so. Spero sia buona per almeno l’ultimo dei tuoi granai celesti!

venerdì 6 aprile 2012

Domande di donna

Ecco questa donna, che chiede? Vuole l’ami, orgoglioso di lei, dei suoi ricordi e delle sue speranze, e che sia innamorato del suo volto fisico e che lo trovi bello almeno come quello spirituale che mi ha dischiuso. E amarla senza rimbrottarla, né avvilirla mai, e di più col volerla ogni giorno più bella, moltiplicandone la gioia d’avermi accanto. Chiede troppo?
No, io l’amo così e di più, e più l’amerò! E le dico, vedi noi siamo sospiri di madre! E allora fuggire vorrei con te nel vento tra le nuvole e da lì alle sue stelle. Ma ella più non si contenta delle mie favole, mi pone domande come, perché un mondo tanto carente? Perché il male? E io che solo sono uno che dice belle storie a donne innamorate, risponder non so, né so d’altri che ne sappia più che congetture o non parli per miti. Rispondo come se in un’insonne fatica di anni avessi trascurato, distratto da altro più struggente compito, o troppo meditato il tema, quindi come confessando di non saperne nulla, e dico che un mondo tanto contraddittorio costringe l’uomo a una scelta dolorosa e irrevocabile nelle conseguenze sue a ogni passo, ed è questa la sola spiegazione sensata che ho in mente e meglio mi spiegherò. Lo dico ricordando come bambino tutto mi frastornasse e impaurisse, vedendo una realtà brutta, dura, che mi premeva da ogni parte, come volesse restringermi a uno stare appena, timoroso dei passi miei in un presente doloroso e verso un futuro buio e incerto. E il mondo degli adulti non vedevo più sicuro e meno aleatorio, e avrei voluto restar bambino con la madre cara a occuparsi di me. Ma il freddo, il freddo degli inverni d’allora da cui fuggire, mi obbligava a crescere mio malgrado, vedendo gli adulti meglio difendersi coi loro pantaloni lunghi... E mi ritrovai a correre immerso in un dove e in un quando in cui il bello e il buono sono rari, il brutto e il cattivo frequenti, il vero è precario e da aggiornare di continuo con fatica, il falso, l’illusione, l’errore sono ad ogni passo e con la necessità che ogni azione meritoria o colpevole debba essere, nel giudizio morale severo d’altri e inclemente addirittura, se personale. E scegliere tra fatti e cose opposte dovevo senza che altri per me lo potesse, o consigliarmene sicuro. Sì, libero divenni, ma come costretto alla libertà. Ecco allora che me ne sono convinto, il dio permette il male per costringere l’uomo alla libertà. Egli deve agire con la propria forza, e volontà e intelligenza e la bontà che dentro ha, a contrasto dell’irrompere delle onde di questa realtà ottusa nel mare tranquillo dei sogni suoi. E anche capire d’essere un turacciolo di sughero nel mare assai diverso, immane, scuro, agitato sempre, avaro di stelle che è il mondo in cui ritrovato s’è e in cui niente v’è di vero buono e bello se non l’amore. Allora dico a questa donna, ecco un po’ di luce in questa scurità disperata in cui l’odio desola la terra e la fa amara tutta. E’ l’amore, il nostro e quello della madre, il solo sicuro. Ella tende le sue mani premurose, addolcisce il dolore, asciuga le lacrime, ci aspetta e sospira per noi di nostalgia, ché vive un eterno presente e prestati ci ha a questo suo brutto sogno! Sì, siamo il sogno del dio! Altro non v’è, ché la barbarie foscheggia ogni ora e dove, e l’odio occhiuto e la rapina insazia dei potenti, pure. Allora ti dico, rimani la mia piccola dolce donna, parlami della bella signora delle stelle o lascia te ne parli io . Non meravigliarti se novellando vado come in sogno, e ti dico quello che a lei direi, soave soave, in vista del suo cielo. Altro non so fare, né voglio! Non mi senti cantare nostalgia d’amore nel bel dialetto napoletano e tentare con lazzi e frizzi da mane a sera di farti sorridere?

mercoledì 4 aprile 2012

Vita grama

Quasi pasqua è ormai, che ti dirò?
Mai, madre, come oggi s’è fatta problematica la vita, né alcuno v’è che tolga l’uomo dal rischio, dall’incertezza, mani troppo labili e incerte reggo dei più la sorte, o volpine di politici troppo avvezzi al sé “diligere”. Allora qui malattia e salute, fame e misura nel cibarsi, indigenza e possedere appena, infelicità e appena poter sorridere, non occupazione e lavoro precario e mal pagato, sono tutti da sempre gli esiti grami della fortuna, aleatori essendo i fattori economici, da cui quelli dipendono, a questo mondo ora globalizzato, brutto per molti, scomodo per i più, prosaico per tutti. A parte parlare dovrei di chi, a danno di tutti, accaparra, avido vivendo una vita per sé tutta, istintiva, distorta, passionale perfino, delirante nella megalomania, nella smania pericolosa d’aver di più, quello che per lui fa presto a divenire superfluo, ma che ad altri molti è sottratto e sarebbe, ripartito che fosse, per ognuno lo stare appena, vitale quindi, ma che pure si vede negato, per la cupidigia di quello. Pensa madre, è di questi giorni che statistiche hanno mostrato il troppo avere di una decina di grassi lurchi, tanto come milioni (sic!) dei più derelitti! Ma pur vivere ci tocca qui in basso con questo spettacolo contraddittorio del comportamento umano, quello dei pochi, che solo cura di sé hanno, e nelle loro mani sudice e rapinose le sorti di molti, succubi mantenuti, e quello dei pochi che s’affannano, ché una migliore e più diffusa giustizia vi sia. Spesso essa colpevoli ci vede, sì noi proprio, che tra i più siamo, se ci arrendiamo, le cose lasciando come stanno da sempre, come se le sorti dei troppi disperati non ci riguardassero, paghi del nostro poco, ma, sbagliando, sicuro creduto. Ecco il compiacimento dell’imbelle mediocre che vive da peggior parassita, percorrendo una vita ignava, pavida anche, ché i potenti non infastidisca. E di simile c’è in tutti i giudizi morali, lasciar le cose nell’indeterminatezza, senza pronunciarsi su il giusto e l’ingiusto,il vero e il falso, su il bello e il brutto, su il santo e lo spregevole, come gretti, egoistici oggetti diventando a rischio di perdere il poco pensato bastevole, ma precario in troppe labili e fragili mani tenuto stretto, e, peggio, di perder la propria umanità. Sì, questo essere senza dignità, e non piuttosto soggetti virtuosi, a migliorar questo mondo infame volenterosi protesi, divenuti capaci di comprendere ciò che fa carenti troppi e che tutti concerne non gli indigenti solo, or che le ideologie tutte misere tramontate sono. Ma quelli che solo per se stessi stanno, maggior scorno hanno agli occhi tuoi, perfino di chi, nato anchilosato o divenuto ottuso, la vita sua ben protetta spende, senza lo sforzo di dover cercare quello che altri affanna, come se di un capriccio o perfino di un eterno erotico gioco si trattasse e gli altri, attori lor malgrado, del divertimento suo burattini siano. Egli sta nell’opulenza e sicurezza dell’aver molto e gli altri in soggezione, pur rabbiosi d’indigenza, che ha anche quello responsabile, spesso a omaggiarne la predilezione rara della sorte, che il dio denaro sembra offrirgli, e a rendergli omaggio infame, perfino! Ed io qui certezze non ho, povero sono di mezzi e molti scopi nobili non ho ormai, ma a denti stretti ho tentato, madre, d'essere e restare dalla parte giusta! Ma tu ora che più vecchio e stanco mi vedi, fa che mai mi ponga giudice dell'altro, nell'atteggiamento di chi sa ciò che altri non sanno, vede, illuminato, i tuoi “arcana” in un mondo di ciechi, come se savio fossi più degli altri tutti e avessi certezze invece dei dubbi, che, come tutti, sconfitto non ho. Che ho cercato di comunicare, di donare “ex indigentia”? Solo, ecco la madre, il dio, non solo è, ma c'è! Tu ci sei, qui proprio, accanto e dentro ciascuno! Ho detto, non cercatela nelle parole tante, troppe dei saccenti, non cercatela nei riti, ma nella preghiera recitata da soli, quindi nel cuore vostro. E se maschi siete, sappiate che ne è icona ogni donna della vostra vita, e quella sopratutto che ha deciso di vivervi accanto, ne è l'idolo, lo specchio, che parla di lei e ve la fa vedere per quanto qui è possibile, ché tutto confuso per enigmi vediamo! Se femmine, siate orgogliose del tesoro che avete in voi a significare di lei, e sappiate che da responsabili occorre agire, dire, decidere, ché se voi fate, intender il maschio vostro deve che la madre quello fa! Allora non immeschinitela con comportamento indegno! E altro non so! E mi inquieta vivere qui ancora, non per l'ignoranza tanta che mi circonda, ma per la piccineria, l'insensibilità di una umanità veramente povera, più che di cose, perché incapace, manca d'amore, e nell’amore che le scema come acqua che palmo tenga, o che incompreso abbia, includo il mio or ora disprezzato e irriso. Perché di questo dir ancora? Forse debolezza è questa mia, che me ne fa parlare, o ché, nel dirne e ridirne a te, confortato ancora ne resterò? Gioverà ch’altri ne sappia? Non so, ma l’empatia, penso, vero umanizzi! Comunque un po’ solo dirò, ché ad altri non dispiaccia e noia rechi, di quello che bambino mi nacque nel cuore e io, illuso che mi fosse dolcezza in momenti bui, ho conservato, proteggendolo fin ad oggi, per vedermelo immeschinito e deriso da persone forse solo grossolane e volgari, ma d’apparenza altro ancora. E dire che la piccola donna che m'hai donato, mi diceva d'esser cauto nel farlo finalmente conoscere a chi, forse tardi era ché ne sapesse, e che mistico amore potessi pur averne, ne comprendeva la necessità, ché esso nato lontano era, e, sopravvissuto, non poteva guarirmene, ma guai a toccare quella, il suo amore perso avrei! Sì, una leonessa m’hai dato, più che gatta sorniona! Ed ella anche aveva aggiunto che timore aveva, conosciutala appena, che l'altra degna non fosse di tanta predilezione e fedeltà e forse le motivazioni mie non avrebbe capito. E le avevo giurato di far così, discreto agire, visto che imperioso sentivo di doverlo. L'ho fatto? Ma oggi che particolari divulgatori dell'ultimo accaduto tra noi, la rottura, ho dolorosamente appreso scaduti nel pettegolezzo, solo posso a te promettere che mai ne dirò male, vile ne resterei, ma scuserò la sua debolezza del pur dover dire di noi a qualcuno, e che pregherò per non altre sue amarezze di vita, ché, ravveduta, anche questa sua così le parrà. E continuerò a volerle bene, nel segreto, anche se nemica s'è fatta. Ben conosco del figlio tuo il comando! Ci riuscirò? 

domenica 1 aprile 2012

Fascino di donna

Talora tu curiosa sembri della mia reazione a domande strane, pensi che imbarazzo ne segua, per sorriderne insieme. E io in verità è questo che voglio, renderti piacevole la mia presenza anche se mi toccherà l’ironia tua. Ora mi chiedi di dirti in che consista delle donne il fascino arcano, ché alla luce anche di fatti recenti, a tuo dire ne sembro esperto, ecco l’ironia! Io dirti dovrei onesto che molto non vi conosco. Te sola ormai so e un po’ solo, e sicuro solo te ho amato nella completezza e ora dirò che intendo. Sì, colpito nel mio orgoglio di maschio, non posso non dire qualcosa, spero che questo piaccia alla madre e a te, che per me suo specchio sei. Ché temo che capito vi abbia solo in modo riduttivo, da maschio ottuso, e questo vi deluda. Rispondo allora che voi donne una peculiarità avete, quella di somatizzare ogni moto del cuore e ogni atto dell’intelligenza, quali che siano, se desiderio abbiate di comunicarli. Cioè per farlo fate sì che essi acquistino forma corporea ed espressione somatica. E questo mi sorprende e affascina, ché col corpo dite, anticipando quello che le parole ancor non osano, ma che a tempo opportuno ribadiranno le stesse cose così anticipate. Cioè non è solo l’avere un corpo, più o meno bello, ma essere capaci di farlo parlare in modo leggiadro e misurato, mai volgare, per dire le ragioni riposte nelle regioni sempre impalpabili e per lo più inaccessibili dello spirito e dell’intelligenza, che fa la donna. Sì, ella fa che esso testimoni, col linguaggio suo arcano, il bello di dentro, che svelar vuole a chi disposto sia alla suggestione, alla fascinazione appunto. Insomma la bellezza fisica ha il suo ruolo irrinunciabile, non solo perché attrae l’altro, il tu desiderato, ma perché si vuole comunichi una ricchezza interiore, che si vorrebbe apprezzata, tenuta nella giusta considerazione e da quel tu proprio, sebbene non dispiaccia che altri la intendano. Infatti se l’irradiazione di fascino sembra inizialmente rivolta ai maschi tutti, che giudicano piacevole, adorabile quella presenza che sta tra loro, che li ha resi garbati e galanti, a suo agio e disinvolta muovendosi, in realtà quella coagulare vuole il suo messaggio, avendo un interesse particolare per chi scelto abbia tra tutti i soggetti sensibili. E’ l’eterno piacevole gioco dell’eros, in cui c’è una specie di azione magica che addormenta, ipnotizza l’affascinato, ma non lo si vuole catturato semplicemente nelle spire dell’erotico e irretito nel mero estetismo, ma anche partecipe di quei valori della mente e dello spirito di cui quel bel corpo parla nelle movenze sue fascinose. E ho per metafora l’immagine dell’incantatore di serpenti che suona a chi è sordo, stregato invece dalle movenze sue. Sì, ella ha tradotto, quasi in un linguaggio immediato, visivo, accessibile perciò, tutto il suo sé e lo ha fatto a misura di una intelligenza e di una sensibilità che, se non carenti, spesso orientate alle sole concretezze sono, in cui troppo spesso ravvisato è dai più, il solo scopo dell’esistenza qui. Sembrerebbe quasi che la donna consideri le qualità somatiche, che cerca di esaltare al massimo con accorgimenti vari, come un mezzo per farsi conoscere e apprezzare completamente, anima e corpo. Ecco la peculiarità che fa la femmina nostra unica, speciale tra quelle delle specie tutte e le dà quasi un’aria numinosa che solo la grossolanità di certi maschi può negare e sulla quale misogini di tutte le epoche lanciano i loro frizzi. Ma è innegabile che è proprio questa peculiarità che fa una sorta di genialità della donna, che vuole sì esercitare fascino nel gioco erotico, prologo d’amore, ma lo vuole completo, ché da ciò che dentro ha, l’ha inteso irradiato, mentre il corpo solo ha reso sensibile, tangibile quasi, ciò che, per definizione , non può esserlo. Ecco la genialità connaturata di ogni donna! E mai sarà disposta ad ammettere che potrebbe essere illusione che in quel bel gioco ne rimangano sempre comprese intelligenza e qualità della anima sua, quelle rese di facile lettura, ché dal suo corpo le ha fatte tradurre, ma che comunque, forse a maggior garanzia di successo, paleserà con le tante parole con cui accompagnerà la conoscenza più intima dell’altro, di quel tu tutto speciale per lei sola. Ecco è questo solo che capito ho del mistero che siete, volete vi si ami sì per la bellezza, ma sopratutto per la ricchezza che dentro siete certe d’avere, e questo fa la mia meraviglia. E io penso d’amarti così. E so che la bella, di cui specchio sei, e quindi ciò che fai ella sta facendo per lasciarsi conoscere nella completezza e quindi tutta amare, t’ha dato una interiorità bellissima che magnifica l’amor nostro, briciola della sua stessa, credo. E tu avrai certo la bellezza degli angeli, ma ella che t’ama di più, la sua sublime ti donerà a completare del cuore tuo il candore, quando tra le sue stelle per amarci di più, ci chiamerà. Allora io, che spero tutto questo, ti prego di non dirmi più che t’ammazzeresti se malattia mi strappasse a te. Tu me lo hai detto convinta stamattina con le lacrime agli occhi, quindi anche e sopratutto col linguaggio del corpo, e io turbato ne sono restato e ne ho pianto, appena solo. Non sai che tanti t’amano e t’ama gelosa la bella signora? Sei icona o meglio idolum, specchio, suo speciale, ché per te sola ella mi parla, col linguaggio fascinoso del corpo tuo, prima delle stesse parole esplicative dette e ridette a uno un po’ duro, che poco capisce anche se non scarso gli si dice!