A
lungo il sogno, che molti prima e con me anche, hanno carezzato, che sia
possibile, uomini forte volendolo, avvicinare l’utopico cielo di ogni bene alla
terra, a questa nostra proprio, così carente, ho mantenuto nonostante le
evidenti smentite, vera positività nel mio ateismo. E quale? Che sia possibile
dare a ciascuno secondo i suoi bisogni, con risposta sua adeguata alle
personali possibilità a beneficio di una società di giusti verso gli altri e se
stessi. L’ho sostituito alla mia conversione, con quello dell’“innamorato
dell’amore e della libertà”, secondo una felice definizione della Fallaci,
perché candidato mi sento a quell’amore e già nella sua libertà! Ma libertà da
che? Sicuro da tutto ciò che fa da ostacolo al suo sogno di bene già qui
diffuso e scambiato tra gente di tutti liberi dall’egoismo, tentazione di tutta
la vita di qui. Ma per me ci può essere desiderio di libertà da altro ancora,
da sofferti ricordi. Sono ormai un vecchio medico, non più attivo, se non per i
consigli che distribuisco a tutti, anche non esplicitamente richiesto, alla mia
quasi quotidiana passeggiata, così come quest’età mi permette. Ma nella vita mi
sono trovato di fronte a ben altre richieste esplicite o tacitate forse per
ritrosia, forse per paura di un diniego. Ripenso a un particolare malato
terminale, mio primo vero caso estremo, e lo rivedo inchiodato alla sua croce,
che soffre ogni dolore e ne urla e morire non ne può. Io mi spendo tutto a
lenirgli tanto strazio e me lo permette l’uso di un farmaco che ben conosco e ben
funzionò anche con mia madre, io allora studente che s’affannava agli ultimi
esami perché ella mi vedesse medico e non poté essere. Parto col mio malato da
una dose bassa e dapprima sembra funzionare assai bene, questo paziente
s’addormenta sereno alla fine di una giornata di buona tregua e mi ricorda il
sonno dolce, anche se mai lungo abbastanza, di mia madre dopo la
somministrazione serale. Ma già occorre aumentare la dose! E un giorno il
paziente s’addormenta e così rimane senza lamentarsi più. Coma da dose
eccessiva? Non certo dalla raccomandata! E io mi scuso, amareggiato e
vergognoso di un inesistente mio errore, con i parenti suoi e qualcuno commosso
per l’onestà mia, mi abbraccia e mi sussurra, Duttò meglio accussì, cioè
dottore meglio così! Ho da allora sempre sospettato che intenzionalmente
qualcuno avesse usato quel farmaco più del consentito e raccomandato da me,
anche quando di lì a poco il paziente morì. Eutanasia? Forse! Non avrei dovuto
fidarmi? Lo penso oggi pure, e poi in casi analoghi sono stato più prudente, ma
mi chiedo, proprio mai accadde d’analogo, io involontariamente favorendolo, con
l’aprire le braccia mie e gli occhi al cielo, come a dire che più non m’era
possibile? Quando dopo il primo terribile sconvolgente episodio ne parlai a un
vecchio medico, questi mi rispose che forse qualcuno aveva posto davvero fine
alle sofferenze del congiunto e alle titubanze tormentose della mia anima e che
se in futuro mi fossi deciso per la bella dolce morte per un paziente in
irrimediabili sofferenze, mai alcuno avrebbe dovuto saperlo, il confessore
nemmeno, visto che diventato ero un seguace del cristo, ma il dio soltanto! E
mi raccontò un episodio della sua vita di giovane medico del tutto simile al
mio e accaduto in ospedale. Per niente un luogo in cui potevano venir risolte
situazioni estreme! Poi altro mi confidò e mi persuase che le mie pene di
fronte alla sofferenza autentica sono nella pietà di ogni vero medico, e che
non si è veri medici se cinici! Così mi sentii autentico buon medico, se non
per le mie capacità, almeno per la pietà che tanto spesso ormai mi ingombrava
l’anima, da farmi piangere dentro la mia impotenza di fronte al male tanto più
agguerrito. Sono ancor oggi riconoscente al saggio medico, che, sperando nel
perdono, certo ritroverò tra i giusti. Ma intanto come negare che il problema
dell’eutanasia è cruccio di ogni buon medico, che tutto si spenda a lenire
sofferenze estreme, mai del tutto bastevoli i farmaci? E tanti oggi sono! Mai
somministrerò il veleno! È nel giuramento di Ippocrate! Ci aiuti il signore,
grande medico, cui occorre star dietro. E preghiamo che ogni nostra azione sia
volta al bene di chi di noi si fida e si lascia tenere per mano, bambino
ridiventato!
sabato 24 settembre 2016
lunedì 19 settembre 2016
I vinti d’amore
Invito a
ripensare al cristo morente sulla croce. Egli è non solo abbandonato, come la
più parte di noi nell'esperienza estrema, ma è l’abbandonato. Egli ne chiede il
perché senza risposta alcuna. Il dio suo e nostro più non v’era. Proprio quello
della fede sua, condivisa dai suoi correligionari, che gli aveva permesso
operare “mirabilia”, assente, perduto per sempre! Ma egli gli rimane fedele, sa
che è il dio del perdono, e lui lo imita perdonando gli aguzzini suoi, quelli
che gli si erano fatti nemici e gli altri tutti tentati dal male o uomini del
male. E così si lascia morire sperando che la sua rivelazione suprema d’amare i
nemici sarebbe rimasta nel cuore degli uomini dopo la sua scomparsa.
Affermazione che tra quel popolo che vedeva nemici gli altri tutti, l’aveva
reso inviso, apparente debolezza e non coraggio di scrollarsi di dosso il giogo
romano, la sua. E con lui muore tutto, l’amore di privilegiato dal padre, sì l’amato
in un rapporto speciale, perché muore con lui il vecchio dio, sì il padre suo!
E che gli resta in quegli ultimi istanti se non il suo povero disperato amore
umano, quello di noi tutti, che interroga e non ha risposta quando più e più
s’esalta il buio di fuori e dentro? E così nella notte che s’infittisce, muore
gridando! Ma non contro al dio che con lui muore, ma al dolore che ogni uomo
patirà ancora e ancora nella morte. Ma il suo amore è così forte che il dio-
amore gli si svela facendolo risorgere. Sì, il solo dio possibile, che tutti
ama e perdona. Allora che altro dirò? Ripeterò i concetti espressi a un amico
forse più di me in notte incipiente. Sì un qualcosa, che ritengo essenziale! Io
intendo dalla morte del cristo che deve essere questa la nostra condotta
imitativa. “ Homo homini deus”, è questo, dopo il cristo, lo scopo della vita
tutta. Ma i più di noi, io certo tra questi, lo attueranno pienamente solo nella
futura. E che in altre parole? Vedere il
vero dio attraverso gli altri, gli indegni di qui anche, che per l’amore suo da
loro avvertito per tramite nostro, tali
non rimarranno! Io non so per certo che ci sarà la sconfitta del tempo e quindi
rinnovata questa possibilità di completamento del pur sempre poco qui
realizzato nel bene, lo spero dalla consapevolezza sofferta di mediocre soldato
del cristo, nell’illusione forse di aver capito
qualcosa dal cuore suo. È questa la mia fede, non ne posso avere altre,
ritornerei quello che sono stato fin da bambino! Né anche so se lui c’è oltre
questa storia umana tanto travagliata e incerta, e la mia personale a tratti
tanto buia, così anche non so del solo dio possibile per lui, quello che solo
l’amore per gli altri sostanzia, già qui e niente altro, non parole, non
incerti atti, non rito alcuno! Ma questo sperato al di là di questo tutto che
mi imprigiona, ha permesso vivere d’amore a persone come Cottolengo, che ha
amato i nostri nati più sfortunati, e madre Teresa, che ha assistito,
vestendosi tutta d’amore, i morenti a Calcutta, e sicuro tanti altri, che spesi
si sono per gli ignorati ultimi di qui, i senza più voce, dal troppo gridare
anche in questo imitatori del cristo! Quindi ho speranza fondata già qui di
quel qualcuno, che ha permesso e permette anticipato l’amore del cristo per gli
altri uomini, proprio tutti! Sì, quello del cristo, uomo che si è lasciato
uccidere, continuando ad amare i nemici suoi! Allora sarà possibile anche per
un mediocre suo, quale mi riconosco, amare tutti come lui ha amato, i più
spregevoli di qui anche, e sono tanti quanto i pusillanimi e i tiepidi, subenti
le angherie o l’indifferenza loro, almeno o più ancora! Allora amerò chiunque,
anche chi qui m’offende, mi perseguita, m’uccide, proprio come lui ha saputo
amare, perché lui me ne darà l’occasione, la forza, la volontà, l’amore
necessario. E l’amore sarà lui e il suo dio, se saprò vederli in tutti! E loro
due non potranno essere né più, né meno dell’amore! Tutti saremo resi capaci di
avvertire, capire col cuore, cioè con l’anima tutta, quest’amore, l’amore! Un
amore che non potrà che essere reciproco, scambiato, donato e ricevuto in dono,
lui avendo raccomandato l’amore ai nemici perfino, che più non potranno essere
se non vinti d’amore! Insomma è certo che l’inferno c’è, sta in questo mondo,
ma la speranza pure del perdono per noi tutti sedotti dal male e postuma la
visione chiara, qui e di là da anticipare per i nostri occhi miopi tramite gli
uomini tutti, del dio e del suo cristo!
sabato 3 settembre 2016
Che significa amore?
Tante le cose che conosco
appena o che del tutto ignoro! Ma anche se ho tuttora assillo per le
appena sapute e vergogna della mia ignoranza, alcuno, credo, di lor
carenza o mancanza, mai mi chiederà conto. Ma certo non sarà così
dell'amore. Non tanto del ricevuto, immeritato per lo più, ma del
non saputo donare! Quello che spesso s'annuncia come sentir vago, che
uscirmi da dentro vorrebbe per crescere nella consapevolezza sua,
credo, ma impulso spesso tacitato, sì soffocato, forse pensato
sconveniente e imbarazzante, come son tutte le manifestazioni
istintive! Che è l'amore? Mi si potrebbe chiedere, e risposta certa
non avrei! Ma, credo, proprio questo sentire che sta nell'intimo, che
imperioso chiede di venir fuori, debba misurare qualcosa…. La
ricchezza o povertà di un cuore, di questo mio, che pur ha amore,
ben poco forse. Io non so dirlo! Ma so che quando questo qualcosa
trattenuto, scarso o appena di sé avrà mostrato, della provenienza
sua farà demerito, sì di quel cuore da cui a stento è pur uscito.
Spero non m'accada! Altrimenti di me si dirà, Quello nella vita sua
da egoista è vissuto, molto ha avuto, poco ha ricambiato!
Ma se restringo la benevolenza
e la disponibilità al singolo, forse avrò più indulgenza di
giudizio, ché qualcuno devo aver pur amato, oltre la madre, il
padre, il fratello mio, quando lo star suo in disagio l'attenzione
colpito pur m'abbia! Perché quando il desiderio di ben fare e dire
ho concentrato su una sola persona, ho sentito il bisogno di doverlo,
seppur cautamente, manifestare. Ma è allora che innescato s'è un
processo di induzione reciproca che vorrei saper analizzare e poterne
dire. Così nell'amore per una donna, o per dirne con più cognizione
d'esperienza, per questa mia donna. Ecco, se do, so dal sentire mio
per questa che io m'aspetto che il donato mi ritorni in qualche
misura... E , meraviglia!, mi ritornerà davvero e aumentato
addirittura! Sì, la risposta sua supera sempre l'atteso! Così
questo accadermi mi sprona ad aumentare, per dimostrare
l'apprezzamento mio, l'impegno a farle conoscere di più del mio
celato, racchiuso in cuore pudico del sentir suo. Ma questo indurrà
lei a darmi dell'altro più ancora, del suo bello, che racchiude,
preziosità del cuore suo. E questo ogni volta dar di più,
arricchisce per primo chi lo dona, e certo lei sente aumentare in sé
l'affetto che mi donerà alla prima occasione! Perché l'iniziativa
alla maggiorazione è ogni volta per prima la sua risposta, cui la
mia d'adeguarsi tenta.
Se tutto questo abbia un
significato che noi due trascenda, non so per certo, ma sento che la
bella del cielo è così, una che si spende tutta. Se le si dà
appena, ridà dal cuore suo gonfio d'amore, più e più ancora! Che?
Del nuovo, del prezioso, del bello, affinché la vicinanza sua sia
percepita come singolare fonte di bene, unica e irrinunciabile!
mercoledì 24 agosto 2016
Vita di quaggiù
Talvolta immani calamità
naturali ricordano la nostra condizione, insicura e fragile,
soccorsa, meraviglia!, dalla solidarietà di chi ne è risparmiato,
che improvvisa coscienza ha della sua migliore fortuna, altrimenti
volto all'indifferenza per la diffusa fame d'attenzione degli altri tutti. Ma l'uomo ne
resta diverso? Seppelliti i propri morti, curate le ferite di chi è
rimasto, spento il pianto, si ritorna quelli di prima come il dolore
non sia stato! Vogliono questo le ragioni della vita! Ed io, esentato
ancora, che faccio, come mi spendo, se non per la vita? Torno, non
potendo di più, alle considerazioni che mi detta la speranza che una
tutta bella ci sia per tutti noi, definitivamente trascorse queste
ambasce. E nell'oggi del dolore di tanti, di troppi, che dico? Se
esperissi le vie tutte per le quali la bontà dei santi si è
manifestata nei secoli nell'interesse per i meno fortunati, e le
parole dei loro pensieri per te conoscessi, bella del cielo, nulla
sarebbe se data mi fosse la possibilità di udire e custodire, geloso
possesso del cuore, una sola tua parola, ché stella del mattino vuoi
essere in questa mia notte, oggi più buia! E pronunciarla vorrei per
chi? Per tutti i sofferenti, quelli che smorzato hanno il pianto loro
nei miei ricordi, quelli che ora hanno da lamentarsi e lasciarsi
udire, quelli che affacciando si stanno all'inevitabile dolore,
ignari per lo più, come i coinvolti nell'immane disastro di
stanotte, che la terra vicina tutta ha scosso. E se le lacrime mie
hanno fallito in passato, allora anche per questa mia donna, che le
altre tutte ha in sé, dovrebbe essere pronunciata quella parola. Sì,
per lei anche, per la pena del suo vivermi accanto, combattuta dal
non poter rispondere sollecita alle mie troppe richieste e dalla
paura che mi siano ormai vitali e che senza mi perderebbe all'affetto
suo! E tu certo detta l'hai pietosa, ché il ben uso suo ne facessi
per chi tu pure ami, i sofferenti tutti e questa tua donna in
particolare, che da me fa dipendere gioia e tristezza sue. Ma non
l'ho intesa bene, ché il vento, che talvolta anche in cuore deluso
soffia, l'ha rapita prima che, compresa, ne facessi tesoro per
usarla per il beneficio di chi piange in questa vita. E portata l'ha
lontana a perdersi dove tutti i sogni svaniscono, lasciandomi gelido il cuore. Ed essendone privo,
per sottrarmi alla tristezza di questo mattino, guardo al passato,
pensandolo meno triste, e mi chiedo, Perché tutto è dovuto accadere
irrimediabile e io a cercarne una spiegazione verosimile m'affannavo,
senza dire cinico al cuore, Quod passum perditum ducas? Non fa tutto
parte dell'avvicendarsi del voluto dalla fortuna o altro fato? Sì
tutto, le disgrazie e il pianto d'oggi anche! Ma al balcone della
giovinezza mia più la bella affacciarsi non vuole e io dalla via
deserta invano gli occhi stropiccio ché quell'immagine
ritorni...Perché l'ho, seppure sbiadita, nel cuore! E chi vorrà
prenderla, potrà, ma tu sollecita non sei, tu che ridarle vita
potresti almeno con un ricordo vivido! Lasci che tutto anneghi nello
sterile rimpianto del potuto e non fatto, del possibile e non detto?
E io busso alle porte del tuo cuore ché tu nel tuo eterno presente
delle rinnovabili possibilità mi porti, dopo questa vita tanto
sofferta! Ecco, scuoto il cuore di questa donna, per il tuo assenso,
quella che ti presta il suo volto e mi illudo che un po' o molto del
tuo cuore il suo abbia e m'assecondi...Che ne lascerà uscire? Se è
l'amore tuo che lo riempie, allora il sentito per me quasi le farà
violenza, finché avrà certezza che un po' del suo calore nel mio,
oggi più desolato e gelido sia travasato! Che sarei senza questa che mi
ti fa prossima? Un cuore forse in eterno rimpianto del poco di bello
in un passato perduto, sì uno che più viver non vuole nel presente
che sempre gli si affaccia mediocre e si risolve deludente, o come
questo mattino angoscioso per le terribili notizie dell'accaduto
questa notte, e ancora uno che attendersi dal futuro più non osa! Mi
basta il già sofferto! E invece è lei proprio non rassegnata, che
tenace vuol vincere questa mia tendenza ad abbandonarmi alla
tristezza rassegnata alla monotonia o al tragico, e paziente ancora
mi rinnova l'invito al suo amore concreto, non smarrito nella
caligine del passato, un amore che prelude o già è il tuo, che il
dolore sa lenire! Ma come quest'amore terreno è a un tempo gioia e
dolore così lo è quello tra noi. Gioia se te, donna del cielo, il
cuore indovina star dietro le apparenze di qui, le solite o le
eccezionali, tristi più ancora, dolore se lo smarrimento della
apparente tua assenza perdura. Non è forse d'oggi questo tuo
nascondimento, velata dalle disgrazie contro le quali tu nulla hai
potuto? Ma è necessario che la vita tutta mi occupi nonostante la
discontinuità della percezione dell'afflato tuo, carente più oggi
che mai. Ecco, a me viene proprio un'apparente discontinuità
d'affetto di questa mia donna, quindi da te. Percepisco le più
piccole variazioni dell'umor suo che la vita nostra affettiva
condiziona, né io ne sono meno responsabile con chiudermi talvolta,
pensando ella non comprenda o ignori le istanze che premono per
conferme fattesi ossessive in questo cuore provato, oggi più scosso
ancora. Ma forse tutto accade perché l'amore non si stemperi nella
monotonia del quotidiano del già visto e detto! E se io penserò
alla vita ancora come preghiera, cioè richiesta e attesa fiduciosa,
io terrò ben stretta questa tua icona, sì proprio come fai di me
per essa, che sembra eccessiva talvolta, prudente troppo da parer
avara di concessioni al cuore mio assetato, talaltra, finché tu
vorrai che così sia di te e me. Poi l'attenderò con te perché la
gioia sua nel ritrovarci riempia e motivi la nostra nel rivederla.
Noi non possiamo esser senza lei, io non ti percepirei più, se ella
è il tuo volto e cerca d'essere il tuo cuore! E allora pregherò
perché torni tra noi esentata da altre pene, perdonata così come tu
la vuoi! Ma oggi anche prego il figlio tuo che questa ricorrente buia
notte col cielo tuo fattosi senza stelle non ti nasconda più ancora,
esentandoti dalle pretese del mio amore, e che io, che chiedo perdono
perfino d'esistere, non sia tentato dal voler perdonare il tuo
apparente abbandono, sì lo scordarti di me e degli altri nella
sofferenza qui, valle di lacrime! Ma se lo faccio, m'accade nello
sconforto, lunga da parer vana l'attesa di te, nonostante il tanto,
il troppo chiesto a questa tua donna e la sua paziente rinnovata
accondiscendenza, che è già risposta, ma lenta, attardata talvolta,
alle mie urgenze d'amore! Ma occorre rassegnarsi, quaggiù si vive
così! Un nascondimento, un dimenticare l'assillo d'amore da
perdonare a chi si ama e forse più spesso da farsi perdonare!
domenica 21 agosto 2016
La mia preghiera
Ci sono stati nella mia vita,
come ci sono in quella di molti, momenti molto bui. Ma vero brevi,
oppure sono stati ore, giorni? Io non so più dirlo! Troppo lontani,
scemati nei confusi ricordi di tutta una vita o invece assai vicini, ma avvertiti lunghi, interminabili per il loro peso, sì un gravare
sul cuore. E di che? Del silenzio del tutto, silenzio di uomini,
silenzio di dio, da parer morta perfino la speranza di un barlume
nella caligine, o di stelle, in cui nemmeno pregare ho osato,
rattrappita l'anima, il cuore in una latebra sua! Ma quando c'è
stata la preghiera mia, che ho detto e a chi e come? L'ho fatto dalla
disperazione, mai del tutto spenta, l'ho fatto invece in riottenuta
serenità, l'ho fatto in umiltà con molte parole o nessuna? Con
l'oratio dominica, che chiede l'essenziale, o con meno? Ho
sperimentato fin dalla precoce tristezza da bambino la necessità di
pregare, ma mi chiedo oggi come l'ho fatto in questa vita
sorprendente di amarezze tante e di scarse gioie e come lo faccio.
Una vita che molti hanno vissuto o stanno vivendo in cui soffocano il
gridare e trattengono il pianto, residua dignità di essere uomini,
com'io ho cercato sempre d'avere, scarso però il successo della
promessa a me stesso, quando la sensazione prevalente è la
solitudine, nella necessità di tutto, che fa poveri dentro e fuori,
nella malattia, nell'abbandono di chi si ama e da chi si spera esser
riamati, nella propria rinuncia non solo a lottare, ma anche a
chiedere ancora l'appena a chi si pensa possa. Ecco io in questi
frequenti momenti d'angoscia, lunghi quanto il gravare della pena
subita, forse non ho detto che una parola, Ave! L'ho detta alla tutta bella
del cielo per significarle, Ecco, sono qui ancora nella mia
mediocrità e insufficienza, uomo ancora o assai meno ridotto, così
da non sentirmi degno nemmeno di baciare l'effige tua terrena, la
piccola donna che m'hai donato, che s'aspetta poco o forse molto
dall'uomo cui s'è legata. Sono aperto a qualunque destino, ma fammi
capire che ci sei alla fine del buio, e che c'è questo tuo volto
amato! Sì, mi basta sapere che ci sei e che questa donna c'è,
ritrovata! Questo nel poco della mia sola parola e forse più ancora,
da farne un tanto! Sì, forse ho da sempre pregato così, una parola a
significarne tante taciute, un sospiro per molti! E da bambino,
nell'orrore del buio improvviso fattosi intorno, forse non ho
gridato, non ho pianto, ma se di pregare son stato capace, non ho
detto diverso, Fa che tu ci sia e mio fratello con te!
lunedì 15 agosto 2016
Amare lei è credere!
Io
non so perché chi ho appena accanto si dica credente e se,
interrogato, con la
delicatezza e discrezione che la domanda richiede,
sappia spiegare ad altri ciò
che il cuore racchiude. Perché
son solo parole o c'è l'inesprimibile? È
anche la mia difficoltà ad analoga domanda perché io
a mala pena so il
mio e forse non del
tutto e
non sono sicuro di poterne
dire tutto,
troppe le cose
trattenute e da molto,
forse
ben celate e senza
espressive parole, perciò
un racchiuso non
del tutto chiaro
nemmeno a
me stesso! Ma,
se mi fosse dato dirne
con semplicità,
preferirei
esprimermi
per analogia,
con un “Tutto
m'accade come se…”, per
far metafora di quel ch'esso
racchiude, una
d'amore. Infatti
in tutto il mio sentire
per il dio sconosciuto, molto
v'è di simile al provato per questa mia
donna. Ecco, le sono daccapo
lontano e ne richiamo il volto, ma non proprio quello di adesso, ma
il suo di tanti anni fa, anche
se ben poco mutato, che
orecchio porgeva incantato alle mie storie d'amore. E poiché quasi
null'altro so vero
d'amore, se
non il vissuto con lei,
quello che dico d'avere e mi
sforzo di far palese per lo
sconosciuto del mio desiderio,
chiamato il dio,
deve essere pur'esso per un
volto, perciò lui non
può che avere il volto suo,
ingenuo, attento alle parole mie, forse già dette ad altre, le
dimenticate, ma di
suono nuovo, e perciò come
davvero mai pronunciate, ora
che la mente le ripete, mentre
allora dal cuore uscivano, prorompenti.
Sono parole sì di
passione, ma di
sogno anche,
per chi può sognare ancora nella stranezza del vivere d'oggi, così
confuso e frettoloso, inquieto,
e come certo possibile
era nell'allora lontano,
ma
solo in apparenza più
sereno! Ma non per
questo parole di invito
alla fuga
dalla realtà
e di rinuncia all'oggi,
ma parole che sicurezza vogliono e
volevano dare
all'interlocutrice,
che ora,
tale ne ho amore, da non pensarla molto diversa
dall'assunta tra le stelle!
Un invito quindi a restare,
soffermarsi per il tu
che era ed è
solo perché
io lo
penso ora donna,
come concreta donna
è la mia, e
mi scopro, meraviglia!,
capace di farlo anche ora,
nonostante questo vissuto, nell'oggi
così deludente e apprensivo
nella provvisorietà che
propone!
Sono io che trattengo questo
tu e non lo
lascio sfuggire nel niente dell'appena oltre, dell'appena dopo! Sì,
un tu, volto
caro di donna,
che
riascolti nuove le mie parole, che tutte significano, T'amo,
e se anche non
le ripeterò ritrovandola
nella mia,
le avvertirà
di sicuro, ché la cura che
avrò di lei
e con cui la
rassicurerò del mio sentire,
sarà
ricordare quello
stesso dire per la mia donna
or ora affidato
a questo vento! Così per il
mio dio sconosciuto, che
sospiro oggi donna
nel mio cielo, cui do il tuo
volto, piccola
donna in questo cuore, io
dico, e un confuso di parole e sospiri certo
gli
giungono, almeno
come fanno con te. Sì,
mi ripeto nella certezza del cuore, tutto sta accadendo come
vada
a raggiunger quella
del cielo
il pensato per la mia donna,
l'affidato
per lei al vento, ma più ancora come se
un qualcosa, una
strana forza,
che definire non so, io
percepisca
entrarmi dentro,
pervadermi tutto
e prendere
del mio per portarlo a lei lontana, per le segrete vie dell'amore e
perciò anche a
quella
che vedo solo
col suo volto!
E io sento l'afflato della risposta sua, del suo sì a me proprio,
sebbene di tutto mi senta privo e sprovveduto e donarle non possa che
un sorriso al nostro incontro, che
presto sarà per mezzo
della mia donna terrena,
suo volto,
ma preludio
di quello tra le stelle, forse
non lontano. Perché
ritrovare la piccola donna di questo mondo è certo incontrare quella
del cielo! Ma quale sorriso
donare?
Io mi farò specchio di
quello con cui stasera
m'accoglierà questa, che già
vive apprensione e pena per
il mio attardarmi! Sì,
così proprio sento
m'accade
col dio, che
mi figuro sia
quella delle stelle.
Allora
che gli porterò se non la gioia che lui sia stato
per me, in un modo arcano, sì
misterioso da non essere del tutto capace di dirne e doverne
lasciare molto nel
segreto del cuore? E
come lo ricambierò, come
manifesterò la mia gioia?
Sebbene
muto, per quanto nascosto dal
mio stesso vivergli lontano, sarà
con l'amore, che
gli esprimerò col
sorriso di questa mia donna
imprigionato in me oltre
che riflesso da me, quella
che donna me lo ha
raffigurato, e che non posso
non ricambiarle
ogni volta per
chiederle perdono del poco che so dirle
e del molto che da sempre vorrei poterle
donare! Ecco,
se tutto di me preghiera si facesse , pur sarebbe appena per
quella di qui e quella che lei raffigura e
ci aspetta nel mondo
suo, fata di una bella favola per noi, piccoli suoi!
Tutto
questo mio dire che fondamento ha?
“ Cum
deus sit in omnibus rebus in tribus modis, in virgine fuit quarto
particulari modo, scilicet per identitatem, quia idem est quod ipsa”
( San Pier Damiani).
giovedì 11 agosto 2016
I pesi dell'anima
Quel che mi sento dentro fa sì
che talvolta sia necessità improrogabile dover riesaminare il mio
passato, anche non recente, anche assai lontano, per trarne
conclusioni, spesso non benevole e tutt'altro che assolutorie per il
mio comportamento, che non resiste alla critica del sentire maturo di
adesso e del giudicare severo che ne viene, e costituisce quel che
chiamano morsus conscientiae. Ma
è ben strana esigenza questa
mia,
che mentre
nulla nega a fatti di per sé riprovevoli, nell'evidenza del ricordo
che ne ho,
spesso assai vivido,
minimizza più ancora accadimenti pensati
moralmente pur
scusabili,
quasi io
tema
esteso a quelli lo stesso rigore per scoprirne celate contraddizioni.
Ecco, per capirne di più,
mi fingo
allora davanti al giudice
divino, cosa che la mia fede
dice accadrà. Io
certo gli dico quel che fa
evidente peso sull'anima
mia,
dell'altro da cui mi
sono
assolto,
spero in segreto comprensione
e indulgenza, ché non mi
sfugge che non
può essere che colui
che legge ogni cuore ignori il
profondo del
mio, e saperlo
capace di svelar il mio
celato, forse dimenticato
nella crudezza sua, mi
fa temere la sua severità,
perché mi scema
la sicurezza della irrilevanza di
quei fatti
lontani. E
sarà
proprio
così al momento della
verità, un fatto che peso
non fa, è un accaduto che altri ha coinvolto, che può averne
risentito, molto o poco, ma che, se mi
fosse noto nelle conseguenze
sue, modificherebbe le
ragioni del mio
minimizzare, volgendole fino
all'amaro
disprezzo di sconsiderato comportamento. Perché anche ciò che non
ho
voluto e non abbia in me
lasciato impronta può stare
come
amaro ricordo nell'altro. Questo
di sicuro può essermi accaduto nel
mio difficile rapporto
con le donne, esseri molto
sensibili, che sicuro odiano
sì volgarità e vigliaccheria, ma non incoraggiano un fare e dire
diversi, rimanendo in attesa
che lo spontaneo si manifesti al
fine di poter dire con sicurezza e
senza rimpianto all'uomo
delle proprie attenzioni, Mi piace stare con te!
È
giusto
così, ma io, ragazzo,
da giudici tanto severi,
posso aver desiderato
chiara risposta, non senza
tradire il mio faticoso uscire dalla mia infima schiera di compagni
d'allora, un tempo non
pasticciato ancora dalla droga, ma ugualmente
con
molti problemi! Sì, talvolta
ho atteso invano che il loro
interesse mi diventasse palese, forse
da me reso deludente
il loro atteso, nonostante la mia prudenza e volontà di piacere.
Molte poi ben
celano quel che hanno in serbo in cuore pur voglioso d'accoglienza e
io posso aver prematuramente desistito, temendone
ripulsa, dalle
premesse pur necessarie in un
rapporto d'amore,
ma provocando
così delusione
e rammarico. Altre, pur palesi le aspettative loro,
posso ugualmente aver deluso, mancato
in fine il
loro consenso, imprudente e frettoloso fattomi a dispregio della
delicatezza attesa, giusta
pretesa, non rispettati
i dovuti tempi di lor
innamoramento!
Insomma
all'epoca dei miei giovanili
sospiri e
ardori non facile m'è stato
avvicinarmi a quel mondo da cui imperiosamente mi sentivo attratto!
Così pur non volendolo posso aver fatto del male, forse da
alcune mai scordato, se non
dal solo mio
minimizzare quei fatti
lontani! E so che pur questo
appesantirà il mio stipato fardello! Severo
quello che spero incontrare, di lui pur anticipato come
in sogno il perdono!
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