lunedì 25 maggio 2015
Una congettura d’amore
domenica 24 maggio 2015
La sola speranza
A me fa meraviglia, pur all'età mia, come credo a molti, il cielo stellato, che da qui posso godere appieno solo attardandomi, salito a questi monti che fanno ghirlanda alla marina delle nostre cittadine, ad attendere la notte che s’annuncia serena. Ma anche mi fa incanto il sole che il cielo par lasciare per addormentarsi nel mare che l’accoglie a fargli culla, ma anche quello che da queste vette sale invitto ad inondare della luce sua tutto quello che in questo seno sonnecchia. Quando piccolo, assai diverso era, tanto scarse le luci nel primo dopo della guerra con tante angustie e orrori da scordare, possibilmente in fretta, in avanti fuggendo l’infanzia. Allora lì, dal terrazzo della nostra casa in soffitta, io con mio fratello, bambino pure lui ma più grande, genitori volendo, stavamo a guardare farci incanto i mille e mille splendori e le tante stelle cadenti delle sere d’estate che invitavano a un desiderio da tener segreto, perché s’avverasse. O quanto delusi sarebbero stati! E presto solo sarei rimasto a mirar quelle stesse lucciole di cielo a farmi sconcerto e tristezza. Perché l’autore di tanta bellezza aveva permesso la mia disperazione, un dolore troppo grande per piccolo già provato cuore? La stessa domanda di tante situazioni poi vissute nella bruttezza loro, a farmi sentire il peso e l’amarezza, che la fede lascia ci raggiungano. Ma come il sole ritorna con la giocondità sua, che fastidiosa e inopportuna può lì-lì apparire a cuore fattosi triste, finisce col vincere, coinvolgendo di sé a dare almeno serenità, così, timida dapprima, si riaffaccia la speranza e la fede torna con le ragioni sue, riproposte quasi con ostinazione, anche se i miti suoi fanno meno stabile lor dimora in cuore solo socchiuso, perché ormai diffidente. Sì, tutte le parole sono insufficienti e inadeguate di fronte al mistero della vita e qualcuno, che par saperne, riferisce incauto, perché farà alla altrui coscienza, titubanza, incertezza, l’esperienza sua mistica di contatto col postulato autore del tutto. Sì, il racconto si fa agli altri mito, favola, ché i creduloni solo accettano acritici, ma i virtuosi prudenti ne restano, ma rispettosi. Allora la fede mi diventa eroica, devo credere nonostante ciò che mi capita spiacevole, ma anche a causa di chi invita ad aderire a un libro di mirabili esperienze trasmesse, ma quasi tutte fabulatorie nel contenuto. Allora io posso solo lasciarmi irretire da chi, dalla sofferenza sua mai sopita, finché c’è chi la prova, getta la rete a catturare questo apparente ribelle pesciolino, che mi fingo, immaginifico, stia nuotando nelle tante lacrime che tutti versano, prima o poi copiose. È il cristo che solo può parlarmi, tacciano tutti, i narratori mistici ma mitici, lo facciano, ma i saccenti per primi! Ma quel tu non parla per parole, mi invita afono al suo amore, per me, per il dio suo, la donna mia e tutti gli innumerevoli esseri che brulicano per questo mondo in tanto dolore. E io non so resistere ai suoi fonemi non muti al cuore, condivido il suo amore e m’abbandono alla sua verità, per me sola speranza ormai.
venerdì 22 maggio 2015
Regola e comportamento
Io non so cosa il bene sia, né so del male, ma conosco i loro effetti sua mia vita. Allora esprimermi devo per metafora. Bello è il sole che sorge a scaldare della luce sua ogni cosa e che s’affaccia a questa marina, e di cui è dolce godere se ci si leva per tempo al mattino. Ma spesso l’ostacolano nubi scure che il cielo ingombrano appena sopra le vette che coronano a est questo golfo. E così, ritenendo appropriata l’immagine, posso illudermi di sapere qualcosa del mistero loro. Ma come comportarmi? L’umanità mia sta tra tante altre presenze. Sì, che fare? Penso che più che appellarmi alla regola d’oro di trattare gli altri tutti, ognuno prossimo, come se stessi, dal momento che è del solo cristo questa estensione all'umanità tutta del concetto di prossimità, cosa da sperimentare nel tempo per convincersene e dura da accettare a priori, forse inizialmente mi dovrò affidare a un criterio solo soggettivo. Quale allora il mio dal quale però staccarmi da sempre tento per agire in perfetta coerenza? Mi ingombrano l’anima certe cose passate e ora so che certi giudizi, certi comportamenti con le parole loro, se fossero stati più adeguati e migliori, vita avrebbero ora in ben più sereni o anche appaganti ricordi. Ecco che nei fatti d’oggi io a me stesso ripeto, Queste parole, questi gesti, mi farebbero forse vergogna se avessi tanto tempo da richiamarli alla mente e giudicarli, mancando l’emotività o perfino l’animosità d’oggi, che il tempo sempre vuol scusare e spegnere? E così sono prudente, non seguo l’impeto e l’istinto. Cerco di capire chi ho di fronte, che s’aspetta e di non deluderlo o di provocarne spiacevole reazione. Ma di fronte alla parola cattiva subita o al palese torto, ricorderò, e mi sforzerò di comportarmi di conseguenza, che il cristo raccomanda di pregare per chi ci perseguita. È tutt'altro che un comportamento carente, rinunciatario o addirittura vile, ché richiede di essere veri uomini. E che farò, mi chiedo, se la minaccia è alla compagna mia? Mi interpongo allora, anche solo subendo, ma evitandole l’offesa o che i nostri figli ne restino coinvolti. Io altro davvero non so, ciascuno interpelli se stesso fino alla coerenza col cristo cui dice di appartenere, il mio fare non è un modello, ché è sicuro carente, e dico, Si faccia d’analogo, ma meglio perché il cristo vuole s’ami il nemico perfino! Sì, è difficile oggi comportarsi da veri cristiani in un mondo fattosi tanto brutale, ma lo domanda la fede. E ci conforti che forse le epoche passate lo sono state di simile o più ancora volgari, ma basso è oggi il valore d’una vita, meno di quanto suggeriva un tempo l’ignoranza e la conseguente insensibilità, che però la conoscenza, il sapere, oggi più diffusi, non correggono. E io abbraccio questa donna e bacio i capelli suoi ingrigiti e so che se ne rassicura. Non perché è tra le braccia di un forte, ma di uno che l’ama e solo questo ha, tenuto come tesoro, ed è questo che le dona.
Christe, tibi donabo me ipsum!
lunedì 18 maggio 2015
L'ultimo perdono
Quando v’è un atteggiamento ostile d’altri verso la vita nostra, non importa quanto vi abbiamo concorso, per colpa più o meno palese o per mal riposta fiducia, certo fulmini dal cielo per chi ci odia pretendere non possiamo. Ma che si ravveda forse sì. In realtà stiamo chiedendo molto. Tutti perdonati dovremo essere quando, a chi disposto troveremo ad ascoltare, raccontare dovremo con ritrovata sincerità la vita nostra, le manchevolezze sue e le mille occasioni per il bene, perdute. Egoismo, dabbenaggine, trascuratezza, ingenuità nel pensare con leggerezza che, se una occasione ci sfugge, cento altre si ripresenteranno, e tanto altro di un lungo elenco di fatti, che appesantito hanno la vita, tentandola spesso al male attivo addirittura. Tutte fanno colpa che l’anima fa brutta. Ma che misura una vita così spesa, tanto deficitaria? Il bene è una forza che fa del mondo e di chi vi brulica, l’occasione, tanto aleatoria di evidente successo, di dimostrarsi il fine ultimo delle cose tutte. Procede non solo nonostante il male che gli si oppone, ma nell'incertezza di chi, sonnacchioso, vive la mediocrità sua, restandogli tiepido, quando non indifferente. Il suo affermarsi è il solo modo che il dio ha di mostrarsi come speranza. Se la occultiamo con un comportamento irresponsabile facciamo il male, non solo nostro e di chi amiamo, ma delle creature tutte. Quelle che fremono quando il nuovo giorno schiarisce la notte delle attese e delle trepidazioni, quando non di paura, e, ignare, non sanno perché soffrono, e non sanno per chi. Non è questo in fondo il male? Rendere più buia la notte, velare con scure nubi minacciose il sole nascente che scaldare della luce sua tutto vuole? Sì, esso può essere tanto altro ancora, ma in fondo è sempre bruttura di luce negata, quando invano, disperati, se ne cerca un barlume con pupille che avide si dilatano a cercarla nel fitto dell’aria greve e untuosa che gli stupidi sempre fanno più nera. Ecco la vita è allora una misura della stupidità umana. Eppure nonostante tanto, va il bene, avanza, s’afferma, e tutti recuperare vuole alla causa sua e alla visione della sua bellezza. Sì, proprio tutti siamo immeritevoli, bisognosi di capire, di detergere gli occhi cisposi, di farci perdonare, di amare. Ed è in fine il bisogno d’amore che ci rende degni di considerazione e riscatto da parte di chi è il bene. Quest’amore in nuce è come un granello di sabbia, ben dalla conchiglia una perla si mostrerà! E questo avverrà immancabile, il dio tutti accoglierà, ma di quanto pianto sarà quel postumo pentimento! E pure per noi, dolce compagna. La vita con te è di tante parole, ma muta a volte, ché ci fa incanto il silenzio. Allora è fatta di braccia che l’uno protende all'altro che tra le sue le accoglie e così insieme protese sono al dio e al perdono suo.
sabato 16 maggio 2015
La vita a due
L’amore è condizione psicologica che fa avvertire l’altro
come un sé che vive accanto a condividere la stessa sorte di bene. Ma
condividere la vita significa spartirla sempre e potrà accadere che l’altro
richieda attenzione e cura. Allora sarà il tempo a dire la misura di un amore,
ché non solo la gioia è dei due, ma anche le angustie, che sempre l’insidiano.
Ecco qui un amante che si preoccupa dell’altro. La situazione potrà
risolversi o irreversibile peggiorare.
Se l’amore è autentico questa circostanza, triste vissuta, può addirittura far
crescere il sentimento e ad entrambi far
provare il mai sperimentato prima, la dolcezza incomparabile della dedizione
completa, nel donarla e riceverla. Quando questo accade l’amore è
manifestazione di quello divino. Il dio ama e vede l’amato perdersi e il non
poter arrestarne l’allontanamento dalla vita rende struggente l’apprensione sua.
Allora l’amore suo impotente ne resta sì
avvilito, ma aumentato a dismisura, come ognuno che vero ama sperimenta,
diventando il comportamento suo specchio di quello che al dio accade per ogni
sua creatura che sta per perdere. Ma questo fatto estremo porterà il dio fuori dal tempo, in cui si è
immerso per restarle accanto e, recuperata l’onnipotenza sua, le ridarà la
vita. Ecco che il male, che vorrebbe distruggere l’amore, sta in ultimo al suo
servizio, lo nutre allora, lo fa crescere e tutto accade come se l’inevitabile sua
presenza abbia come fine ultimo il bene. Paradosso? Ma il dio ha fatto il mondo
per amore e vi è dovuto entrare il male, che tutti subiscono, lui pure. Esso
tutto può aggredire e distruggere ma non l’amore che lo ha permesso, ché si
spinge fino all'apparente suo
annientamento, ma alla fine esso, quando tutto sembra precipitare, proprio l’amore
riafferma! Non è questo che rappresenta la vicenda del cristo? Essa scrive il
destino di tutti. Ecco ogni speranza spenta, un morente annega nel dolore di
chi lo ama. Le parole disperate possono essere poche, rotte da un’invincibile
emozione e le lacrime possono essere versate o trattenute, ma tante da parere
eccessive come i lamenti che le accompagnano, ché le motivazioni tanto
terribili paiono da far ritenere che mai alcuno abbia vissuto niente di più
radicale tristezza… Ma tutto è già accaduto al cristo e alla madre sua e a chi
li amava. L’amore del dio pareva perduto ché percepito non era, perciò
l’abbandono palese, e il dolore, non solo quello fisico, ma anche quello
d’essere senza aiuto alcuno, impregnava la vita che apparente si spegneva.
Succede questo per tutti, non si muore altrimenti. Così accadrà per noi,
piccola donna, che da sempre scudo ti fai al male. Ma ci ritroveremo nel luogo
delle stelle a ridirci le parole di qui recuperate, lontano portate da vento
ottuso ma non oltre i confini dell’amore.
lunedì 11 maggio 2015
Come pregare?
lunedì 6 aprile 2015
Un solo modo d'essere nell'amore
Ecco è proprio così, nulla veramente nuovo sotto al
sole. Si vive da uomini in una mediocrità spirituale, che sembra limitarci i
sogni e condizionarci la vita, ma che pure deve essere una preziosità, viste le
tante insidie cui il male la sottopone. Perché? Forse per ucciderci la speranza
di pienezza di vita qui o nel dopo. E più lo farà quando, vinti, cederemo
all'abbandono e al silenzio del dio. Ché per pur mille cause seconde, è sempre
di questo che si muore! E di questo destino è come una sacra rappresentazione
l’accaduto al cristo, che muore dell’abbandono del padre. Ma egli è la vita e
questa ritorna, risorge! Allora credergli è la sola speranza, che tutto ci farà
sopportare, il proprio fallimento, il pianto nel dolore dei bambini e dei
vecchi, la malizia degli altri disperati, che sottrarci vogliono il nostro
poco, la superbia e l’indifferenza dei fortunati, che deforme hanno l’anima
come tra noi molti infelici hanno il corpo. Ma la speranza stessa potrebbe
essere l’estremo inganno del male, la
sua vittoria comunque, che ci aprirà la voragine del nulla. Ma quale
contraddizione, la vita qui comunque riproposta e ciò che l’insidia fino ad
ucciderla, destinandola al niente da cui è venuta, con essa muore! Ma allora il
nulla non è tale, ripropone, insiste, lotta perfino il male! Ha la vita in sé e
a questa destina tutti. I reprobi pure ché anche a loro qui l’ha donata! Ché
tutti pentirci dovremo di esserci contentati di vivere nella mediocrità, non
lottando il male che fa schermo, barriera al bene, ché ne restino attenuate le
conseguenze della necessaria presenza sua. Esso ha una ben strana valenza,
s’adopera, s’affanna per distruggere la vita, ma la riafferma, mostrandoci la
precarietà non solo nostra, ma anche sua. E allora reca paradossale un dono, la
consapevolezza dell’amore, che è lo stesso cristo! L’amore, che alla creazione distinguersi,
allontanarsi dovette dalla creatura e farle luogo, e fu un male da cui ogni
altro venne, si fece possibilità, scelta
consapevole appunto. Ma con destino simile agli umani più tragici per essa uomo divenne per lasciarsi toccare,
criticare, tradire o amare, come accadere può ad ogni altro uomo. E qui ogni
uomo offre se stesso a chi sa apprezzarlo e ritenerlo prezioso, irrinunciabile
per il cuore suo. Amore nascendo, allora avverrà ciò che accade in ogni vero
amore, che più distinguere non si possa tra amante e amato che riama, e vero
gli uomini saranno sicut dei, speciale l’amato riamante! Un sol luogo, un solo
modo d’amare. Allora il male egli
permette, ché molto amino coloro cui esso più pare accanirsi! E tra questi anche le sue vittime più ignare, gli
apparentemente esentati.
Ego sum
resurrectio et vita! Io sono l’amore!
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