venerdì 13 gennaio 2012

Bambino tra le stelle

Medico, ho visto corpi devastati
e tentato di parlare a menti sconvolte e ho creduto d’essermi affacciato all’inferno. Ma v’era stato di più e fu come ritrovarsi in orrore già visto, come quello che terrore induce in sogni antelucani da cui è impossibile uscire, ma certi s’è che la luce fuori sta venendo a rasserenarci del buio della notte e ci è impossibile vederla, impegnati gli occhi nostri altrove, a ciò che ci sconvolge. Era, mi chiedo senza ancora capacitarmi, necessario quello che vidi e subii, non avevo sofferto abbastanza la perdita del fratello amato, non avevo diritto a crescere come gli altri, con piccoli crucci e sogni tanti che l’infanzia di tutti colorano? Perché tutte quelle bagatelle provocate dai falsi amici dei miei, a far piangere ancora mia madre e a dipingere sul volto di mio padre l’insicurezza e la paura perfino per la malvagità ferina di quelle persone, a tutto pronte pur di nuocerci? E come dovevo sentirmi io, bambino, quando già a un adulto cento mani non sembravano bastevoli a difendersi? Non era più tempo del pianto che gridi scampo dall’angoscia, ma dei rassegnati pigolii... Poi passò, altrove andammo a vivere e fummo tutti più sereni. La mamma perfino un po’ sorrise e il babbo si ricompose e un po’ severo, un po’ indulgente riprese, nella serenità riacquistata, a essere.
E fu allora che, come in sogno, la piccola sulla spiaggia venirmi incontro vidi, tutta impettita a mostrami le piccole poppe e sorridere a me proprio con occhi belli e capelli come neri, ché forse solo bagnati aveva. E io ammirato, no, stregato ne fui. M’ero accorto delle bambine! E quella con la bellezza sua immatura a ricompormi l’io frammentato inconsapevole contribuì, e così fu che l’unità di persona tra immagini, emozioni, impulsi, desideri, quelli d’una esistenza normale d’adolescente, di nuovo avessi. Cara quella sempre mi rimase e l’ho nel cuore bambina, e noi due soli sappiamo il perché...
Io avevo visto l’inferno, avevo camminato, avendo terrore del vuoto, sull’orlo del nulla. Poi ho avuto consapevolezza di te, e fiducia del tuo stare per me, venuta dalle stelle, non da quelle flebili d’oggi, ma da quelle del tempo mio primo, grandi a sfavillare nel cielo di miriadi di lumi. E consapevole anche dell’aiuto prezioso tuo,come e quanto provvido nella miseria e angoscia nostre fosse e da riporre nello scrigno dei ricordi più cari. Sì, quelle stelle della dimora tua, vedute ho solo nella serenità della prima infanzia, quando col fratello stavo a lungo ad ammirarle nelle notti d’estate, non soffuse delle luci della città che allora piccola era, dal nostro terrazzo della piccola casa in soffitta. Molte grandi erano e assai brillanti e ingenui ci chiedevamo chi vivesse tra le stelle. Ne ho riviste di simili solo molto più tardi, quando per mare andai in una notte incantata a far conoscere la dolce compagna ai parenti e amici della nostra amena Sardegna. Poi non più se non in un breve squarcio sui nostri monti, ché il sito del nostro pernottamento tutto d’alberi frondosi era. Ma le vedo nel mio addormentamento, quando la piccola mano della compagna cerco per sentirmene sicuro, piano piano ché non si svegli e spero di sognarla con te tra quelle luminose presenze. Sono il suo, il tuo inconfessato bambino? Così stanotte proprio faccio e per noi cantare nenia vorrei sentirti, quella della madre mia che bella un po’ come te era e voce di melodia aveva. Sì,io non sono affatto cresciuto, vecchio, adulto non ho voluto diventare, come da progeria affetto. Almeno adulto non mi sento quando, indifeso, m’abbandono alla notte delle illusioni e dei fantasmi, ché portarmi potrebbe al passato doloroso. So allora d’essere bambino, il tuo bambino!

La favola d'oggi

Principessa dicono assai bella e furba a raccontar favole spendeva tutte le notti, all’amante suo crudele, ché non l’uccidesse. Così io mille favole ti dirò, piccola compagna che accanto mi dormi, ma diverso da quella, morir ne vorrei, ma con te. Io son uno che sol dice favole a donne innamorate. Tu lo sei ancora? Se, come dici, vissuta sei d’amore, io sono stato le parole di quell’amore, immagini e colori li hai messi tu! Vuoi un po’ ascoltarmi o preferisci sognando, dirtene di tue, forse più belle storie? Lunga è questa notte e felice sarei d’impegnartela tutta in foga d’amore, ma forse ora solo raccontartelo dolce posso e credo non spenderò troppe parole ché già tanto stanca sei e forse presto t’addormenterai al suono della mia voce, che a te solo giunge melliflua. Ma io continuerò a dirti questa favola, ché tu inconscia ascoltarmi ancora potrai e le mie parole in immagini colorate e belle convertirai... Dicono che stelle d’inverno, nuvole d’estate e lacrime di donna tutte effimere siano. E forse è davvero così. Ma pur belle e tanto sono le stelle e più brillano dagli squarci di cielo tutto velato e buio a sfavillar chimere e vaghezze di sogno... eppoi Orione tutto pomposo appare da dove scirocco spira, ché senz’altro è la più bella tra le costellazioni. E nuvole d’estate per lo più bianche sono, ché quelle grevi di pioggia, tutta ne piangono da rabbioso cielo. E brezza che muove dal mare tutte le sospinge a dissolversi alle vette dei nostri monti e paiono inseguirsi come fa maschio innamorato, nel tempo suo, di timida e incerta cerbiatta. E vanissero davvero preste le lacrime dei crucci tuoi, quelle che asciugar vorrei in cento e cento ancor tenerezze d’amore. Eccessive talora, non abbastanza motivate le giudico, ché io non ho più forza a spegnerle tutte e di baci e me ne struggo, ché forse colpa ne ho...Forse ridicolo non più giovane inconcludente amoroso con le vaghezze mie, vedermi devi, e del tutto forse non sbagli! Ma le mie sono solo favole, forse mal dette, ma che orecchie vorrebbero sempre attente e non trovano...e che sempre finiscono col confessarti come l’unico scopo della vita mia. Tu vero un po’ tardiva farfalla sei stata, in questo campo di maggio che d’asfodeli è tutto coperto e io già c’ero a inseguir vaghezze alate. E’ infatti di farfalle tutta briosa questa radura, ché temp’è il nostro degli approcci e accoppiamenti e ne è forte per tutte noi il richiamo e ce ne sono da lontane terre venute e tornar lì agognano a far nascere le piccole che ne verranno. E il nostro ritorno alla terra lontana, che vedute ci ha nascere, è tutto di stelle. Vedi, ti dirò, quella è la nostra guida, una indicandone radiosa e bella. Lì a quella guarderemo fiduciosi che rotta ne indichi, ma forse esauste, ci lasceremo al fine cadere nel mare del nulla. Ma forse no ché, provvida, la fata delle stelle una rete vi avrà steso, ché non accada che farfalle troppo sognatrici attratte da luce che il loro ritorno conforti, vaghe siano di raggiunger la stella loro. E ci salverà alitando sui nostri corpicini gelati e un po’ così ci terrà tra le mani sue, ché bella qual’è, gli occhi nostri la contemplino, cullandoci e cantandoci dolce nenia che ci addormenti. E in un bel giardino ci sveglieremo tutto fiori ed essenze,
che trabocchi di voli di tante a noi simili alate presenze e noi amore per amore lì le daremo... Ecco la favola d’oggi, questo è il sogno, vuoi tu smarrirtici con me?

La lucciola nello scatolino

Metafora non del tutto nuova per aprirti completo il cuore, qui userò.
E’ bene tu conosca quel che non riuscirò mai a dire, pur a spese della dignità, a donna che sai.
Come esperta del mare ti faccia, e io stesso non lo sono, se non per antichi studi, nel linguaggio suo fascinoso ti completo una metafora , vedrai quanto ben s’adatta a quel che celato ho. E’ già servita ad illustrare di noi, servirà ancora...
T’ho già detto di quanto incerta e perigliosa fosse la navigazione d’altura, quando non ancora c’era dispositivo idoneo a lanciar nell’etere messaggi e richieste di soccorso. E sai quanto, al tempo dei grandi velieri, fosse vitale all’orizzonte scorgere stella amica. E lo è ancora nel mare metaforico, tutto buio, del mondo...Ma di fanale d’altra nave, forse anch’essa smarrita, trattar si poteva. Per questo quella luce scrutata era, oltre che dalla coffa, dal punto più basso dello scafo, ché se di vero fanale si fosse trattato la sua luce, cambiando il punto di vista, sparita probabilmente sarebbe. Importante lo sarebbe stato ugualmente, se la nave che esso segnalava, avvicinar facile fosse stato. Ma al telegrafo ottico con lanterna cieca, o alla voce al megafono a imbuto, affidar si doveva la pressante richiesta d’attenzione, e assai spesso quella, com’era apparsa dalla caligine, in essa inghiottita era, ignara delle sollecitate informazioni e dell’aiuto richiesto. E non è forse così qui che altri ignori le richieste nostre e che quella luce già fievole che la lor presenza segnali, nel niente subito si dissolva? Qui marinai siamo nella precarietà, nella trepidazione spesso, ché acque ignote e buie navighiamo e rotte incerte di vita percorriamo a cercar porto amico. Ma tu venuta sei, stella fulgida, nel mare delle incertezze mie e donna amica a vicariarti m’hai dato. Ma tu sai, e sincero sono, che metafora analoga spender potrei, per donna che sai mia illusione fin da bambino. Ti vorrei sollecita, stella sicura, al soccorso suo. Ché io non stella che di sua presenza conforti, non lume che falena attragga in notte buia, sono, ma lucciola forse, sebbene di tarda primavera in questo bosco di vita giunta, ove, se notte sorprende, smarrirsi è facile. Temo quella smarrita e come aiutarla non so, lei che avrebbe sì per me empatia, ma che della mia ingenuità, pur vera, diffiderebbe e le belle tue favole, che ti dicono fata in questo bosco, forse, da pensata finta lucciola apprese, non ascolterebbe. Ma lucciola vera sono stato a lanciarle messaggi e d’amore in tempo lontano, inascoltati! Ma credo che l’amore mio mai disprezzato abbia. Questo, una vera lucciola ha poi raccolto prezioso e innamorata se n’è e sua vita ne ha fatto. Tenera è questa mia lucciola e ancora freme amore, guizzi in questo buio lanciando. Ma dell’altra che è stato? Possibile che mai s’innamorò delle lucciole che incanto fanno nelle serate tiepide di mezza primavera? E i fremiti miei che convertiti avevo in palpiti luminosi, ché ignorati ha? E io ad altro sogno passai fin a quello che vivo ancora, ma così l’esclusi. Ma quasi sicuro sono, malizia non avendo, che le parole che ora dir voglio, le tue stesse siano, ché casto s’è fatto questo amore... E dico. Cerca in questo bosco buio un tuo cantuccio e ad attendere l’alba rimani nascosta in quella latebra. Dormi, se possibile t’è, sogna lucciole di te tutte innamorate, sono stato tra quelle. L’alba verrà a breve e la bella signora, la fata delle stelle, per te proprio scenderà a riscaldarti dei suoi raggi d’amore. Rimani nell’amore suo casto, non contentarti di surrogati! Vero c’è qui l’amore umano, ma chissà dove e quando e come! Non dicono qui e donne e uomini, tutti: timeo aut virum aut foeminam transeuntem? E corre e veloce il nostro tempo e sereni certo giorni nuovi e belli avrai, ma la tardiva lucciola più non troverai ché riposta in uno scatolino non l’hai!

Briciole per fiori

Pigro è quest’inizio d’autunno, e qui a crogiolarmi all’ultimo sole vengo, ché dicono il tempo cambierà a breve. Un tempo d’attesa che i membri di questo formicaio intuito hanno, ché più indaffarati del solito sembrano. Sono grosse formiche di bosco con operaie più piccole e soldati imponenti. Ma tutte lavorano frenetiche, come presagito abbiano l’imminente pioggia. Sono raccoglitrici di semi per lo più e vengono e vanno alla sterpaglia che molti caduti ne ha, da fiori secchi che provvidi bombi fecondato nella lunga estate hanno. Ma se accada che compagna la disastrosa disattenzione della specie umana abbia subito, che distratta ammira or piante or mare e non le lunghe loro teorie, se questa erta percorra, subito la soccorrono e al nido la recano malconcia. Che ne faranno, visti gli evidenti irrimediabili danni? La mangeranno come fanno dei numerosi insetti fin ad oggi stipati nelle gallerie loro? A me piace pensare di no, ché meno disastrate situazioni pur devono esserci ad attendere rimedio, ché inabili operaie forse attendono zampetta nuova o antenna o altro da quel corpo straziato prelevati. Così sia di me. Non ho che organi vecchi inutilizzabili, credo da quello che so di medicina. Ma di quello che ho nella mente e nel cuore metaforico, pensieri tanti e per te, penso che , brava Igea, tu riutilizzerai al meglio. Trapiantalo, ché in mente giovane cresca e dia frutti, ché forse da me di assai scarsi ne ha dati. E così privato, la coscienza di poter abbandonarmi alla pura felicità conserverò, ché l’anima tutta spoglia, nuda sarà passata per la cruna d’ago. Oh quanto delusa debbo averti nelle opere mie sognate grandi e presto miseramente finite! E quanto il tuo lavoro a sgombrarmi l’anima! Peccati certo, omissioni per lo più, ché mai di proposito il male ho pensato o attuato, desideri di cose vacue o effimere però di certo, tempo speso nell’appagamento e la tristezza eccessiva e non dovuta alla delusione seguita alle illusioni tante. Sono stato giovane, attratto dai luccichii e dalle cose tante e belle di qui, sono vecchio insensato che del tempo trascorso ha conservato inutile rimpianto. E di tutto mi son rimproverato, perfino della bella dell’epoca di non aver saputo suscitare l’interesse e che poi proprio senza me, certo presunzione da maschio frustrato, destino felice non abbia avuto... Pagliuzze, credo, inezie, mentre la trave pesante delle omissioni vere nel bene non attuato o non saputo attuare o rimandato o scordato, non ho forse mai completamente portato alla coscienza da pentirmene e chiedertene perdono, ma relegata l’ho in una latebra già appesantita dai fatti bui di una vita, lì da bravo nevrotico stipati. Ma il buon amico prete dalle cose più pesanti forse m’ha tutto liberato, recandomi il perdono tuo, ché questo è l’ufficio che tu affidato gli hai, ma dimmi allora che sia che ancora qui mi trattenga? Le mie briciole fa siano per gli asfodeli sulle belle nostre montagne dalle mie ceneri disperse e fiori anche nell’orto tuo ne nascano dal meglio mio, ma per te superfluo, tu liberandomi. Fa che solo conservi il desiderio di te. T’ho cercata, oh quanto t’ho cercata! Sorriso e lacrime di donna quanto attratto m’hanno! Lì eri?Ma in chi di preciso, ma quando? Possibile che tu lì affacciata ti sei, quegli occhi proprio le sole finestre per vedermi innamorato? Parole rare di compassione, d’amore forse, ho mai udite? Ed è passato così il mio tempo, attese deluse, amare rinunce, disillusioni. Dimmelo ora se mai venuta sei, sei stata vera almeno negli occhi di questa donna? E tu forse me lo dici affidando a questo vento, che ora dal mare s’è levato, le tue parole, ma udirle non posso, orecchie solo umane ho, e dire che di più fini sempre nella preghiera ti ho chieste! Vedi, piove ora ché tutto già in cielo rannuvolato s’era e tutto mi bagnerò ché il cuore vecchio di correr mi vieta. Morirò d’affanno in questo chinale, morirò senza te? Oh vieni, vieni, ché indugi? Corro vero questo pericolo, non sono dopo tutto un tuo uomo di medicina?

L'aquilone

Come scordar potrei la piccola per la quale m'industriai a costruire un aquilone alla maniera antica? Ella spesso curiosa un po' stava con noi in quel tempo lontano dei nostri primi, un po' incerti, timidi approcci. E noi, sua sorella ed io, volevamo quel tempo impiegato in giochi che le piacessero e così fu che io pensassi che bello sarebbe stato che un aquilone imparasse a condurre. Tutti collaborammo alla costruzione di una piccola, ma efficiente macchina volante. Ella la colla di farina preparò diligentemente e la sorella lunghe liste ritagliò di carta velina diversamente colorata da farne anelli da legare l’un l’altro a mo’ di lunghe catene. A me il compito dell'ossatura. Strisce di canna matura sottili, che robuste fossero senza appesantir troppo, tagliai e poi due a mo' di croce latina fissai e sul suo braccio trasverso la restante ad arco piegai. E poi il tutto rivestimmo di carta velina e le lunghe catenelle, dalle liste preparate, fissammo ché stabilizzatrici ai lati della losanga insieme la lunga coda bipartita, fossero. E quando il tutto pronto ben asciugato fu, venne il vento sospirato. Lì, sulla spiaggia di novembre deserta, sperimentammo l'ebbrezza del volo. Ché i nostri cuori un po' salirono, ma quello della piccola sicuro in alto e in alto volò con l'aquilone suo. Io le raccomandavo di non dargli troppo spago ché in alto forse folata improvvisa avrebbe potuto strapparlo. E qualcosa del genere accadde, ché quello si impennò e poi in stallo si mise per venir giù rovinoso. La piccola ne pianse, ma io la confortai dicendo che riparare quello o uno nuovo e più bello costruir, si poteva. Ma presagio di cose assai tristi fu quella caduta, non le dissi forse a conforto qualcosa d'analogo nella terribile malattia che anni dopo la divorò tutta e nemmeno lentamente? Intanto bella era fiorita, come belli sarebbero stati i suoi due piccoli fiori che lasciar dovette con l'inconsolabile uomo suo. Tutto le fu strappato crudele...
E io mi chiedo, ti chiedo, perché rapita l'ha morte impietosa in modo sì doloroso da sconvolgerci tutti? Perché io proprio spiegar dovetti ai fratelli increduli la natura di quel male? Rivedo il suo bel sorriso, la sua figura alta e slanciata di bambina già in boccio, e risento le grida sue di gioia nel giorno dell'aquilone, al cui volo del nostro affidammo. Noi due i sospiri di giovani innamorati, ella i sogni suoi...

giovedì 12 gennaio 2012

Alla ricerca di te

Come accade talvolta che due formiche, sentore avendo della via da percorrere, l'una vada e l'altra a stretto la segua e se quella s'arresta l'altra subito lo fa, come certo avviene quando compagna incontrando, le antenne saggiano e interrogano quella in cui imbattute si sono, forse per esserne rassicurate sulla via intrapresa, così questa donna io conduco per questo cammino di vita a due, invano però cercando riscontro se giusto si vada. Non v'è nessun esperto del luogo e lunga è già questa via percorsa fidenti nell'umanità tua, come formiche, ma attratti dal tuo odore fascinoso, come quelle dal cibo. Io a quest'amore chiedo se senta questo cammino, giusto. Ella se ne dice insipiente e che, peregrina pur'essa, ha in me fiducia e la mia sorte condivide. Ma anche che, d'istinto, convinta è che non v’è una particolare strada da seguire, come io dalla razionalità pretesa invece sembro voler fare, ma è proprio lo stare insieme a sostenerci l'un l'altra che a te ci avvicina. Io la credo sì più saggia, ma ostinato continuo ad andare ed ella docile a seguirmi...Una coppia strana, l'uno caparbio, l'altra arrendevole. Ed io mi chiedo: se tanto è difficile l'umanità tua avvicinare che sarà della divinità? Tu non sei negli idoli, non nei riti, sfuggi alle congetture dei saccenti, ma forse solo nella preghiera accorata, che pericolo allontani di mali certi o presunti da persona cara. E io anche veder te voglio nella donna mia, e altri invito a far di simile. Ma ora per noi la sera s'appresta e stanchi di questo andare, vano forse, siamo. Se fin qui per mano ci siam tenuti, ora abbracciati, dalla notte buia e fredda a difenderci, sonno ristoratore, o che a te ci porti, invochiamo... E io, critico, rivedo la mia presunzione, quando ella già dormir pare serena. Io so che la fede, che s'affida alla custodia tua, illusione estrema esser potrebbe. Così pure il sentirci nel seno tuo nella misericordia, ché a te abbiamo affidato ogni angustia e miseria e paura anche.
Forse la nostra è solo scommessa pascaliana e si spegnerà per noi questo mondo e nel nulla, forse già questa notte a cui pur buona stella ci ha condotti. Ma allora perché venuti vi siamo? Non diremmo così, come già in un oh oh infantile qui abbiamo fatto, di meraviglia nel tuo mondo giungendo o nascendo? Non è vero forse che è proprio questa realtà a garantire la tua e fa sì che tu illusione non sia? Se ne stava tutta sola a galleggiare sul mare del nulla prima che v'entrassimo con la consapevolezza nostra a stupircene di meraviglia in un oh oh lungo e spontaneo. E poi un saggio ha osservato che se tutti gli esistenti di qui hanno la loro causa in altri esistenti presenti o già stati, il mondo non può averla in sé, ché assurdo logico sarebbe come insieme di cose che se stesso avrebbe tra gli elementi suoi. E poiché c'è, la sua causa pure è, ma non inclusa nella realtà causata, e la chiamiamo il dio, la luce sua, ché come la luce fisica permette di vedere le cose altrimenti ignorate, così egli dal nulla tutte le ha volute e viste buone. Ci soddisfa? No, credo, anzi presto la realtà che negar non possiamo, abbiamo avvertito prigione e nel sogno siamo fuggiti, poveri amanti! E forse davvero questo nostro stare, così ben dice la compagna mia, è tutto quello che qui c'è per noi ed è un po' del tuo mondo già vivere. E mi chiedo, in un disperato tentativo di far luce sul mistero, che talvolta annegarci pare: l'amore, il suo, il tuo, da dove viene? Noi lo proiettiamo nelle cose tutte che senza noi non palpiterebbero, ma neglette e tristi starebbero ad attendere un'alba radiosa che venir non vuole. E perché tanti freddi lumi fanno incanto in questa notte? Sì, io voglio crederle, voglio crederti, il tuo riso mi stordirà, i tuoi occhi mi faranno in te vanire, abisso d'amore! E intanto al dolce brusio del sonno suo, pur'io m'addormento...

Il passaporto

Quanto più a lungo dubiterò di te?
Vorrei saperti dire parole nuove, semplici, dall'immediatezza del cuore, ma temo che ridondanti t'appariranno comunque, perché non so ben esprimere quello che al cuore mi nasce, lì restando schietto. E ora nuova metafora userò per tentare di dirti o di non dirti, ma tu leggermi dentro comunque potrai...
Come quando dopo notte buia, manca di stelle, appena trasalimenti di luce ad oriente l'alba annunciano, ché l'orizzonte è tutto greve di nubi, così l'umanità tua mi balenava schermata, lontanata dalla sacralità a cui, nella nicchia dell'ossequio riverente, non osavo guardare con occhi d'impenitente. Ma se un poeta ha detto d'esser stato solo come galleria, fuggita dagli uccelli perfino, io, misero di questo mondo vacuo e buio, dir non posso di meno, nullo da te ausilio venendo. Non v'ho forse trovato gelo d'indifferenza e lupo di grettezza ad ostacolarmi cammino già incerto? E poi non m'ha soma di autocommiserazione, peccaminosa d'egoismo, più e più affannato, schiacciandomi? Poi rompesti ogni indugio, prima che vero tardi fosse, e donna vicaria a renderti prossima e tangibile a me, perso sulla via distorta, mandasti provvida a liberarmi dalle paure mie. Venuta è a porgermi mani premurose, a ravvivarmi forze sceme di corpo fiaccato, ad addolcirmi il dolore di tante delusioni e ad asciugarne le lacrime e dirmi parole calde, facili, dal cuore suo, che pure dall'ottusità del mio comprendessi. E gesti d'umanità generosa le coronano tutt'oggi e fiori asfodeli ne nascono nel cuore mio, di sterpi prima languido, come vissuto abbia sì ambiguità di dolori e gioie a un tempo, ma divenute queste speranza che eternate le vuole, e quelli, fatti da relegare nell'inconscio delle brutture e delle paure, che eternarsi non potranno. Ma tra gente triste e irosa viviamo e l'invidia della felicità nostra, che l'insidia, temo l'uccida, se vigili non ne saremo. Ma quest'amore di donna difenderò fino a morirne anche se la creduta tangibilità del tuo, vera non fosse. Ché io vedo troppo dolore non soccorso e ho vergogna d'essere stato fortunato tanto. Tutto sembra apparenza, illusione, falsa interpretazione e la suggestione del male m'accalappia di sgomento e dubito che solo illusi ci siamo d'esenzione, difesi dall'amor nostro, che tuo, creduli, per noi pensiamo. Ma io dico a questa piccola donna: rimaniamo in questo sogno! Per piccolo che sia stato, quando la realtà d'incubo si spegnerà per noi, allora o il nulla o tra le braccia tue saremo. Abbiamo un avallo, un passaporto per il cielo al quale solo s'accede essendo qui stati amanti, per poco, per più di un poco, ma in tale unione che distinguere amante da amato facile non sia. Oppure, e forse più ancora, se abbiamo amato tutti, mai forse riamati. E ora una bella favola dirò di quando il dio era troppo grande e lontano, chissà dove tra le stelle, assorto nella sua solitudine. Era assente da sempre, ché sempre altrove sembrava guardare di fronte al dolore del mondo e  solo lampeggiar pareva, presenza misteriosa, nelle cose tutte, un dio costretto, fatto fatuo dai salmodianti di qui, a vivere solo nel rito e nel mito. Ma stanco ne fu e te mandò col figlio tuo , qual dio della semplicità e del perdono. Così vero con voi prossimo a noi si fece e tal restar vuole, a scorno di chi pretende di gestirne la vicinanza all'uomo. E quando tu con lui tornerai, allora ogni sogno, ogni aspettativa appagherai, purché l'amore umano qui sia stato, piccolo o grande, ma presente. Sì. Guadagneremo una dimensione nuova, quella del tuo amore, se dolcezza abbiamo scambiato o solo dato, reprobo perfino abbiamo soccorso nella disperazione sua, del nostro bene sempre rischiando e donandolo nel cairos dell'opportunità, che, transeunte, rimandata non abbiamo. E che così non sarà mi dica ora qualcuno, che di saper crede, io gli chiederò: da dove viene il bene per piccolo e meschino che apparir possa, da dove il calore di donna per tiepido che ne giunga, ma che nell'unione all'uomo suo avvampa, mentre le cose tutte e gli astanti freddi rimangono? No, tu verrai a prenderci, fedeli rimasti a piccolo o grande amore, sotto queste stelle che di te parlare ci vogliono stasera e che ora per noi cantare sembrano coi tremuli luccichii loro, anticipandoci celestiali armonie...