giovedì 5 marzo 2015

Il silenzio e l’amore










Nel rapporto d’amore può accadere che uno dei due s’aspetti comprensione in un momento particolare di debolezza o inadeguatezza, o la chieda esplicitamente per una sua necessità che lo preme e l’angustia, o più ancora attenda, che l’altro la risolva o l’aiuti a farlo. E potrà accadere che questi, pur ben edotto e consapevole, deluda, ché non vi provveda del tutto o ne sottovaluti l’urgenza, facendo poco e tardivamente. Allora la delusione per chi s’aspettava molto, che s’aggiunge alla sofferenza per il subito, forse evitabile, se tempestivo l’aiuto, può guastare quel rapporto, allentarne i legami o spezzarli. Ma a soffrirne non sarà solo chi s’attendeva ciò che l’altro non ha saputo offrire, ma ne parteciperà quest’ultimo se vero ama e, se il distacco avverrà, ancor più ne avrà pena sentendosi colpevole almeno di superficialità, non avendo dato il desiderato, o non avendone colto il καιρός, il tempo opportuno. Il richiesto, per pudore o discrezione, può essere stato espresso con parole poche e scarne o lasciato alla sensibilità d’amante addirittura in un messaggio pressante, ma afono. Ma anche se così, questo mai esonera l’interpellato, il sollecitato, dal provvedere con le forze sue tutte, dal frapporsi, dal far schermo, da almeno limitare il danno all'amato. E se l’amore, tanto magnificato a parole o con quei piccoli gesti che l’arricchiscono e lo fanno godibile, non s’è potuto esprimere con l’unico gesto vero atteso, perché essenziale, forse vitale, è giusto forse finisca, muoia. Ora mi chiedo, non accade di simile nel rapporto con il dio? Non esprime talvolta la preghiera la necessità che l’orante ha del suo interessamento a ciò che gli capita o di soccorso? Perché mai la richiesta è palesemente ascoltata e niente fa argine al male che minaccioso la fa impellente? Forse, ché l’esito sia il desiderato, daccapo noi dovremmo chiedere, Insegnaci, signore, a pregare!, come già chiesero gli antichi discepoli al cristo suo? Ma il dio è muto, o forse parla, ma non per parole umane, come tutte scordate, e non l’intendiamo, tanto pressati dalla crudezza del dolore. E si interpone una distanza e fa spessore un’oscurità e lo smarriamo, non come qui si perdono preziosità e ne restiamo desolati, ma di più, col rimpianto perfino dell’illusione che avevamo di poterlo mantenere per sempre stretto al cuore, tanto era l’affetto, sincero e ingenuo. Ecco, abbiamo chiamato, abbiamo implorato, ma nulla è venuto da chi credevamo potesse, se non dalla presunta onnipotenza sua, dalla forza d’amore ricambiato. Sì, era questa l’illusione, credersi amati! E quando vero amore v’è, è al suo cuore che qui risposta si chiede, e che dà? Il suo tutto, parole buone, ancora più vicinanza e più affettuosa, e questo tanto aiuta nel superamento della tristezza del momento. Ma perché dal cielo mai qualcosa viene? Un conforto, un piccolo segno almeno che al cuore assetato dica più di mille parole, e che? Ecco il mio tutto, più della possibilità d’ascolto accorato non ho, assai più forte s’è fatto il male, ché se là o prima l’ho vinto, qui e ora piango le tue stesse lacrime! Così capiremmo un po’, Il dio non può esentarci, non può guarirci, ci diremmo, rassegnati alla tristezza! E invece silenzio, come se il dio non sia, e questo silenzio, che nulla spezza, nemmeno quando, improbabile nella contagiosa tristezza, accolti tra rumorosi compagni nei loro giorni di festa, ci segue in ogni rifugio, opprime, uccide! Ci basterebbe forse sapere che di quanto ci capita egli stesso soffra, forse più ancora del nostro cuore tanto provato. E invece, persa la fiducia, ci allontaniamo…Chi fermerà il distacco, chi ci dirà quanta sofferenza gli provoca la nostra perdita? È silenzio, greve come s’è fatta l’aria, che è anche più buia di quanto vorrebbe l’ora. E poi il vento, che ora ulula e fa paura, e se l’avvertiamo più lamentoso e opprimente di quanto mai abbia fatto, anche per il dio è questo sentire, e l’abbiamo lasciato solo! E che facciamo? Ci stringiamo al nostro amore terreno, se fortuna abbiamo di averlo ancora, ma anch'esso ne ha paura, e allora ché si distragga un po’ e torni un abbozzo di sorriso, si diventa addirittura faceti! Così è l’amore di qui, provvede, raro prevede le conseguenze degli atti suoi, così non il silenzio, non il buio e poi l’ululato del vento, paurosi! Ma se vero è che il dio ha di simile sofferenza, chi lo conforterà? Forse le tante parole di devoti con le loro preghiere formali? Ma è gente non provata ancora dal dolore estremo, quando sarà, fuggirà! Allora forse l’unico conforto potrebbe venirgli dal ritorno dei fuggiaschi, divenuti consapevoli del dolore aggiunto alla pena del dio dal comportamento loro, la fuga appunto. Ma ravvedersi richiede tempo e questo vola via a tutte le età e dopo il dolore, tutto scema! E poi niente sarà come prima, persa l’ingenuità dell’amore confidente. Un po’ come accade a due amanti che l’incomprensione abbia separato e si ritrovino, tutto ritorna ed è bello, ma velato dal ricordo indelebile dell’accaduto. E di quelli che come il cristo hanno gridato dalla loro croce l’abbandono del dio e che anche di desolazione sono morti, che dire? Il dio è morto con loro, li ha seguiti nel destino, e ora non sono nel nulla, sono nell'amore, in quello vero, non più distanza, non più parole, ma dolcezza di sguardi, come qui solo possibile è a bambini! E più ne vengono a quest’amore, più esso s’accresce, ché viene scambiato e arricchisce chi lo dona e chi lo riceve. Niente potrà contenerlo al fine, e il male dovrà fargli luogo! Dovrà morire, e morirà consapevole di cedere all'amore. Il sogno di qui, tanto deluso!

venerdì 27 febbraio 2015

E m’addormento…







Se in notte tutta di stelle guardi il cielo, e qui non puoi farlo che dall'alto, come t’accadrebbe se con me t’attardassi ai nostri monti, ché allora le luci soffuse dal basso delle cittadine che s’affacciano a questo golfo non disturberebbero il tuo incanto, ecco, dopo uno sguardo che tutto abbracciar vorrebbe, se tu ti soffermi in una piccola parte, allora meravigliarti dovresti di come, lì gli occhi profondendo, vi appaiano deboli nuovi piccoli splendori, che si aggiungono ai primi ammirati. Questo a me accade se a te penso ché lontana t’ho, quando pensieri, altri ne richiamano belli, a quei primi indugiando. E me li suggerisce rivedere, con gli occhi del cuore, l’armonico inserirsi della fisicità tua tra le cose belle di cui cura hai, piante e fiori del tuo giardino, e risentire, come nel cuore ancora facciano eco, le parole tue che tentano dir a me, eterno stupido, quel che di prezioso l’anima tua svelarmi vorrebbe, ma muta. Ma se per quella del cielo tentassi d’analogo, e ne ho più ancora assetato il cuore, da che aiutato potrei essere? Non parole mi dice, né mai l’ho udita e vista se non nella vaghezza di fortunati sogni lontani, che richiamare più non posso. E il volto suo, pur assai bello in quelli e sfiorato, diafano vuol farsi, come vago s’è fatto il sorriso della madre mia o della piccola, tutta capelli d’oro, dell’infanzia lontana, pure essa ormai forse solo sognata. E le parole loro sono ormai senza fonemi, come quelle della bella che a me, ragazzo, sotto le stelle mi diceva amore. Ecco più nulla so, più nulla ricordo di certo, tutto vuol prendersi il buio del passato e il silenzio suo. E allora gli occhi chiudo quando tu serena accanto mi dormi, ma né sonno viene col sogno atteso di lei, né il cuore i palpiti suoi chetar vuole, e più ansia ne ho. E le parole della preghiera recito stentate…e che accade? Ho come penoso senso che svaniti tutti siano i riferimenti che a star qui mi legano, sì come di distacco o più ancora di morte imminente, e paura mi prende che qui debba lasciarti, anche se tra affetti tuoi certi. È incubo, è più ancora, panico? Sì timore libero, senza vere nuove motivazioni, oltre l’età e la malattia. Ma certo sono che se ella alle sue stelle mi vuole, io impreparato sono. Non che tempo non sia, lunga la vita mia, ma io la sento vuota, senza vero qualcosa di degno per lei. E allora che le dico?


Io non ho che piccola cosa autentica da offrirti, che stretta geloso ho tenuto la vita tutta, l’amore per la mia piccola donna. Ma anche in questo non ho forse dato che poco per ricevere tanto? Sì, ovunque vedo la mia insufficienza, e come vero malato d’egoismo, mi giudico ingeneroso in tutti i fatti passati. Ma temo anche che il male a volte mi sia sfuggito, con fare e dire, omessi o eccessivi. E ora che i nemici, veri o presunti, sono quasi tutti al perdono del figlio tuo, posso forse da solo perdonarmi di non aver nemmeno pregato ché o si ravvedessero, o esentati fossero dall'odio, motivato o no, sempre buio dell’anima? E poi d’aver pensato che altro inferno non v’è, se solo qui i bambini piangono, ma così forse errando. E poi tanto altro! Guariscimi l’anima allora, per te tardi non è mai! Anticipami il perdono! E poi chiamami a te, ché, risanato, possa lì subito amarti! E vi attenderò che all'amore mio s’aggiunga quello certo innocente della donna mia, che tardare non vorrà.





E a te che tranquilla dormi che sussurro? Domani qui a godere del sorriso tuo ancora starò, mi significherà anche il placet della signora divina, ché la preghiera mia ascolto ha avuto, sì, che è tempo di risanamento. Sarà lungo o breve? Sarà per il necessario! Comunque forse mi consentirà di dirti molto, quello che ti ripeterò afono tra le stelle! E m’addormento…

martedì 17 febbraio 2015

Paura del nemico










Quando da me amore verrà vero donato e non atteso come se dovuto mi sia, e quando vero capace sarò di includere nel mio progetto di bene il nemico, ecco allora sarà il mio paradiso. Pareva lontano e mi sarà corso incontro! Parlo di un compito arduo, ma comandato da colui a cui vero è riuscito, per cui m’assista il cielo, deboli le sole mie forze! Ma intanto chi mi può essere nemico? Io non parlo di me stesso, tiepido talvolta nelle iniziative di bene, o di chi m’è di occasionale inciampo nel mio cammino al bene. E lo fa per pochezza d’animo, per faciloneria e noncuranza delle conseguenze di un suo atto o perfino d’una sua parola. Ecco cado, ma rialzare mi posso e guardare oltre o altrove. Ma piuttosto di chi s’ostina che modifichi, restringendole fino anche ad annullarle del tutto, le mie aspettative di luce, di pace, di gioia. Anzi di chi per malefica volontà tanto tenti di nuocermi che io ridotto mi veda a stare appena. E più che dalle sue reali possibilità di realizzarmi il buio intorno e il silenzio che ne verrebbe, dalle quali è umano aspettarsi mi difenda, con la fuga almeno, colpire più ancora mi senta fino all'angoscia dall'ostinazione sua perfida, che toccare mi faccia fin dove nel male l’uomo possa, senza provocata giustificata ragione, o senza mancanza o offesa patita da punire. Sì, fin dove spingersi possa l’uomo nel male gratuito, da pura antipatia o più ancora da cattiveria, dettato! Ma quand'anche vero così patissi, molto il perduto, il dovuto perdere, ecco possibile sarebbe il superamento dell’amarezza del vissuto, includendo ancora nello sperato il non potuto raggiungere. E quello del male desistendo, o efficace la distanza da lui, interposta da me, ecco la possibilità del perdono, che sfuggir non mi dovrebbe, e che nelle aspettative rinnovate includere mi faccia perfino il suo bene, cioè non escludere dall'orizzonte delle mie cose andate a buon fine la constatazione delle cose buone ottenute dalla sua vita. Cioè non cadrò nell'errore, già suo, dell’invidia, ma sarò felice di quanto di bene gli capiti, che favorirò nella misura del possibile, cioè io favorirò, se dato mi sarà conoscerla, la sua speranza. Sarà questo superamento del risentimento, a cui tentato potrei essere, l’amore verso l’antico nemico? Forse non bastevole ancora, ma un tentativo autentico d’attuarlo, sì. Ma pensiamo a un caso estremo, un ostinato mai dimentico degli infruttuosi tentativi di danno passati, li rinnovi, persistendo nella volontà sua dell’annientamento mio, e io fuggir più non possa o trovar schermo, allora a me trasferirà efficace il male della rabbia sua. Potrò decidere di soccomberne, mi compenserà il cielo! Ma che farò se coinvolto nella personale rovina vedrò chi amo? Cadrò sicuro nel baratro della perdita del dio! Ma guai a chi mi costringa a reagire e che peccare mi faccia, lo attenderebbe certo un più buio abisso dal quale solo la bontà del dio richiamarlo potrà nella durezza del perdono suo. Io qui restando, perdonare non avrò potuto e rispondere col bene alle provocazioni del male, ché non la vita mia rubata mi sarà stata, ma le ragioni sue, quelle che l’amore solo dà per continuare a restarvi! Questa la paura mia del nemico vero. Ma che sarà se molti cedono alla paura e tutti loro vedono nemici quelli di un’altra collettività, di un’altra religione, che sembri minacciarli, la guerra? E l’inferno di qui più ancora spalancherà la bocca sua e, famelico, ingoierà quanti più, buoni e reprobi, giusti e ingiusti, innocenti vittime o no e persecutori o carnefici loro, fedeli dell’unico dio e presunti infedeli! Ed è d’oggi questo pericolo! Ecco, la bella signora molte cose brutte trattiene nella rete della nostra preghiera, eppure talune le sfuggono e qui cadono, non trattenute dalle maglie di quella, non fitta abbastanza! Mai troppo è pregare!

mercoledì 11 febbraio 2015

C’è sempre una bella





Sai, forse davvero la bella delle stelle c’è! Altrimenti voi donne, qui spesso angeli senz’ali, almeno nella realtà dei cuori che v’amano, da dove verreste? Forse è ingenuità esprimermi così, ma io mi sono uno che ne vive e anche di sogni tanti,come a chi da sempre innamorato, certo accade! Allora ecco come lo dirò. Quasi come contadinella, dimentica del raccolto suo, vaga per la campagna va e lascia cader fiori dal cesto, che briosa fanno la via sua, così di simile ella fa delle stelle sue. O anche, come donna felice dei fiori raccolti, che la mano stringe, la apre ché il vento via da sé li porti,forse pensando ad amore lontano, così ella le preziosità sue gelosa reca, ma lascia le sfuggano. E se così, cos’altro dir di te posso, piccolo fiore? Anni sono che guardo i tuoi occhi, eppure l’anima tua leggervi non so. Resta mistero il cuore di donna! E se una dice, e m’è accaduto, mai lasciarti potrò, ella certo non mente, ma poi potrà scordarsene e come ad altro fiore farfalla, vaga andare. Ma tu se farfalla sei, ti penso diversa. Tu come falena, che va speranzosa nella notte a fragranze che allora si dischiudano, entrata sei in questo cuore in cui luce sol tu scorgevi e, incantata, più uscirne voluto non hai. E come talvolta farfalla prudente non è, e l’ali sue brucia se troppo alla luce s’avvicina, così di simile t’è forse accaduto, ché angelo rimasta sei, ma senza più ali. Allora forse è così, ho qualcosa, un niente forse, una piccola luce per te sola, ma per te così intensa da abbagliarti e abbandonarti ad essa. Oh fosse vero! La vita non mi parrebbe trascorsa invano, piccola farfalla della notte ho attratto e nel cuore ancora l’ho celata, preziosa! No, forse meglio esprime il nostro star l’una nel cuore dell’altro l’immagine di piccola lucciola, che luce ha fatto dove non v’era e v’è rimasta. Ma perché, che v’attende da così tanto? Forse che i tanti pensieri per lei sola coagulino e ne venga una piccola altra a lei simile, che vero felice la faccia. E così indugia da tanto, ma c’è una bella delle lucciole e, lei volendo, lo sperato accadrà! Ma ora qui solo sono tra questi miei vagheggiamenti d’amore e vi indugio come solo da ragazzo m’accadeva d’averne un qualche diletto. Un solitario su ramo spoglio, indugia in un canto breve e languido, e il verseggiare suo somiglia ai pensieri miei per te, fatti di poche parole che per lo più pronunciate non vengono, ma che tanto vorrei che quella delle stelle al cuore le rapisse e nel tuo le mettesse. Le stipasse anzi, ché lusinga d’altri non vi abbia spazio mai. E tutto grigio s’è fatto il cielo, preludio di ombre imminenti, e così va un altro giorno e la vita tutta trascorsa vuol farsi, inutile e fredda tutta senza il tuo calore. E oggi è giorno particolarmente triste, ma della paura delle foibe io non ho ricordo alcuno perché piccolo in fuga allora. E ora come, che sono e da che fuggo? E tu tardi ancora e io freddo ho senza che nulla l’attenui. È freddo di mancanza, è freddo d’assenza, è freddo nell’anima, e ansia mi prende come che tu tornare non possa. Ma c’è una bella tutta amore, ti proteggerà e guiderà anche se tornar dovessi a cuore che ella chiamato abbia alle stelle!

mercoledì 28 gennaio 2015

Elogio di una illusione





Quando da qui, da questo bel chinale del promontorio che sorge dal mare, rare ora le margherite perfino, quest’orizzonte guardi, se fosco non è, vi sosti volentieri ché a quello va l’ammirazione tua e rende pur ora preziosa questa natura sonnacchiosa. Sei nella sua pace! Ma oggi non è così, chiaro, terso il cielo, tregua d’uggioso inverno, e vapori dal mare vi salgono e tu vedervi non puoi lontano, ché le belle isole, che inghirlandano questo golfo, ne restano schermate. Ma forse un’ombra ti par di scorgere d’una che t’è familiare là dove da qui solitamente quell’isola vedi in giornate più fortunate. Allora ti rassereni perché ricordi la bellezza di quella, fatta anche dalla lontananza, che sovrapponi all’assai poco intravisto. Ma poi ne dubiti e ,dopo breve indugio, la confusa forma sua più non ritrovi, tanta la caligine che l’orizzonte avvicina e la vista raccorcia! Talvolta di simile t’accade nella preghiera o quando solo stai e alla tutta amore pensi. Ti pare che una presenza tu abbia accanto e ti fingi che la bella del cielo possa essere. E questa illusione può continuare, specie se di simile hai già vissuto. Ecco, è vestita di cielo e a te sorride, il volto suo luminoso, come ella incoraggiarti voglia a toccarne la concretezza. Con quali occhi tu la vedi, non sai, sono solo quelli del cuore? Ma presto quelli fisici, dapprima come dimentichi di quello che intorno hai, troncano l’illusione e ritorni al vero. Quanto è durata, un attimo? Più? Ma le immagini che hai vissuto alla mente affidi ché se ne ricordi nei momenti bui o di caligine, immancabili. Ma poi tu solo non sei più, tornato, donna hai accanto e sorride, forse perché ora sei nel mondo anche suo, ma ancora pensieroso e tutto smarrito, come rassicurarti voglia. E daccapo può accaderti che tu resti rapito, da che? Dagli occhi suoi belli? No, c’è di più! T’accorgi che la bellezza della prima era la sua sublimata. Sì, tornato sei, ma quanto dolce è l’appena vissuto! È bello quanto quello del sogno ad occhi aperti, da poco spento. C’è proprio un angelo nella vita tua, ti dà amore fedele in tutte le forme sue! È la sola che della divina ti suggerisca, oltre le confuse apparenze di qui, è questa donna che ami! Ecco cos’è anche la vita, vedere e subire il suo concreto, anche negli aspetti suoi meno belli o anche truci, e poter lo stesso sognare. Oggi è la giornata della shoah, assai triste! Ma se amore hai, anche di questo puoi permettergli ti suggerisca l’oltre. E l’oltre è sempre la bella desiderata, a cui quella che fa l’amor tuo, rimanda e avvicina, e un’illusione talvolta ne consente, non importa quanto poco debba durare!

venerdì 23 gennaio 2015

Ho amato?



Quando anche dai propri tanti anni, molto si dice sapendo poco del mistero della vita qui, si rischia sempre di dire sciocchezze. Perfino al pater patrum è accaduto, con l’umanissima, ma assai poco cristiana, reazione minacciata ad eventuali mal dicerie sulla madre sua! È forse tempo che smetta di parlare tanto dal mio poco? Ho ancora paura delle sciocchezze che, inevitabili e forse tante, già venute fuori mi sono? Devo ancora convincere me stesso della certezza del mio poco, o piuttosto vorrei che da esso ci fosse chi costruisse il suo molto? E allora ribadisco che il dio pretende molto da me e da tutti, l’amore! Null'altro ha importanza, purché tentato per tutti e tutto in questo vasto mondo, proprio tutti, inclusi i nemici perfino! Mai stancarsi di ripeterlo a se stessi! Difficile il così preteso, e forse vano lo sforzo, come voler raggiungere l’orizzonte o il cielo di mille e mille fiammelle toccare! E allora mi chiedo, Ho amato, amo nel senso ampio preteso in uno sforzo eroico? Comincio da come credo s’affacci la vita e la mia rivedrò nei fatti salienti e risponderò, con sincerità spero! Sembra della stessa mediocrità per tutti e invece riserva ad ognuno qualcosa di peculiare, cosa? La ricettività e la reazione al dolore, che da tanto diffuso male viene a tutti, e di simile fa della gioia, assai più rara. Quando piccolo ero, pensavo che tutti fossimo allo stesso modo poveri, esposti allo stesso modo a occasioni di rinuncia e di pianto, rare, per me almeno, quelle di vera spensieratezza e gioia, dopo che solo restato ero, volato mio fratello alle stelle. Ma tra noi bambini qualcuno v’era, o con scarpe nuove o sempre appena lucidate, e con grembiule senza rattoppi e lindo, e in ordine, di brillantina unti, i capelli, e mai mangiava il pasto che a tutti offriva la scuola, tante nel dopoguerra le difficoltà. Il maestro ne aveva palese attenzione, forse perché i loro genitori, assai distinti e rispettosi del ruolo suo, venivano talvolta per sentir di lor progressi e lui ne aveva tal riguardo da interrompere la lezione per conversare un po’ con loro. E poi quando quei compagni disattenti o distratti pur erano sorpresi, ne era più indulgente che con ogni altro, pronto a minimizzare pure se uno di noi, più sprovveduto, una lor prepotenza, pur osservata, subiva. Così anche per questi fatti cominciai capire quanto ingiusta fosse la vita nella società nostra e, rimasto solo, molte difficoltà me ne vennero anche dai compagni meno sprovveduti di me e più grandi, non più protetto dal fratello amato. E invano ho cercato tutta la vita di ritrovarlo, per aver certezza nell'amore offerto o atteso. Ma molto godibile era la natura d’allora, tutta d’alberi annosi, erbe e fiori novelli e stelle tante a brillare in notti serene di scarse artificiali luci soffuse, e mi permetteva, sostandovi, di sognare anche ad occhi aperti. Così alle fantasticherie dell'età aggiunsi i sogni sulle prime ragazze incontrate di cui rimanevo quasi sempre incantato, tanto diverse e aggraziate a me parevano e belle tutte. Quelle, pur scegliendo tra noi, illudendoci di nostra scelta, non davano troppa importanza alla condizione sociale nostra, ma certo dovevano spazientirsi della mia eccessiva timidezza. Ero e sono così. Ma io ho vivido ricordo di una biondina audace con la quale subito fu intesa, ma via mi fu portata e più nulla ne seppi, forse tra gli angeli la ritroverò e tra i campi del cielo, e come tra quelli di qui m’aspettava, lì di simile forse farà, sì, quando usavamo fingere di smarrirci per star un po' nascosti a strofinarci musi e nasi. Cominciai a pensare che le femmine fossero un’umanità a parte e migliore e lo penso ancora e ne ho rispetto se una cede alle facezie mie, e poi soprattutto ho tenero ricordo della madre mia. Mantenni la convinzione nonostante qualche dolorosa smentita, ma anche quelle rinunciatarie dell'affetto mio, penso ora serene e di gioia motivo per qualcuno e, con un po’ di nostalgia per l’età in cui per me proprio lo facevano, le vedo sorridere ancora, belle sempre nelle persone loro, giovani, ma ora diafane quasi nel ricordo. Non importa di chi esse siano, e così sono un po’ per me ancora, sì io sto nel ricordo loro! Ma di una m’accoro, ché perso ha il linguaggio della bell'anima sua! Ma anche lì, nel suo sé, con lei imprigionato m’illudo d’essere, alla dolcezza degli approcci miei noi due rimasti! Mi venne al fine la desiderata, subito tutta mia senza tentennamenti e ripensamenti, tuttora mai stanca
di me e sempre gelosa un po’ pur dei ricordi miei, ma che sempre trova nuove e gradevoli le mie facezie e le parole e i gesti per lei, e questo fa la mia favola con lei, gioia dal poco o forse dal molto,
comunque solo nostro. E intuire mi fa, col suo, l’amore divino, e così ne congetturo e ne sogno e lo cerco di continuo in lei, negli occhi, nei gesti suoi, nelle parole e nel tono loro. Così la ricerca mia negli altri tutti, che lui ha comandato d’amare per amarlo, ha senso partendo da una certezza, l’amore scambiato con la mia donna, che sicuro un po’ del divino ha, e talvolta mi illudo di avvertirne perfino l’afflato, tale la fattiva benevolenza da lei e l’attesa un po’ da tutti. Certo, per saperne di più, è forse tempo che torni alla mia ingenuità d’un tempo, quando frequenti erano le illusioni e piacevole starne all'ombra o al calduccio, che schermo erano, e forse sono ancora, alla vita di troppe brutture. Ma che farò col dolore che preme da ogni parte tutti e non mi risparmia? Come attenuarlo, visto che ignorarlo non posso? Non solo quello che ci viene dalla malvagità diffusa, ma dalle tante altre presenze del male. Ecco uno qui ha relazioni più o meno strette con i suoi simili. Se i più prossimi toccati sono, con spiacevole sorpresa, da ciò che sempre eccessivo capita a chi dal male è preso, ne diventa maggiore la coscienza di chi v’assiste impotente e con sempre inadeguata risposta al dolore nella dura concretezza sua, e a lui non si limita la pena, ma prende tutti quelli che hanno affetto diretto per il sofferente, o mediato dal dovuto al dio, in tutti e tutto presente. E che dire dello scempio della terra dei fuochi, avvelenata? Ha anche, o più, nei più piccoli le vittime sue, da far piangere tante, troppe madri. L’unica speranza è che i capi di quei malvagi, responsabili di tanta barbarie, si ravvedano e si facciano promotori con le loro molte sostanze di quella bonifica, che tarda nonostante le promesse dei politici parolai, sempre rinnovate. Per rendermi la consapevolezza di tanto dolore più tollerabile, forse tornare devo alla natura, a quella scampata alla follia umana. Ma occorrerà salga ai nostri monti, o alla collina del faro, se tanto su andare non potrò. E se delle sue cose belle ancora godrò, ecco più prossimo avvertirò il mio paradiso. Certo mi angustia di continuo il pensiero di piccoli nel pianto ad opera di presenze malvagie e pregare devo, e molto, che si attenuino i danni per loro. Non mi riferisco solo alle malattie, naturali od ora anche ambientali, terribili più ancora in corpi e menti così piccoli, ma a tutto ciò che di sgradevole creano intorno gli adulti con le tante egoistiche bagatelle loro, e anch'io da piccolo ne soffrivo. Del perché di tanta sofferenza ho la risposta semplicistica che qui proprio stiamo a vivere, apparentemente lontani dal dio, e a noi soli, egoisti, badiamo. Anzi per quel che di spiacevole ci accade, di continuo stiamo a lamentarci di sentirci già, o più, vecchi, e così sprovveduti e fragili, mentre il vissuto dei piccoli può farsi tragico e io ne so fin dall'infanzia mia, poco dovuta durare. Ecco, se un po’ di fede mi rimane, saprò di capire ché qualcuno è già venuto a prendere specie dei piccoli la sofferenza e a farla sua. Sì, perché con essa ogni male s’affretti, corra al disfacimento suo, così anche per me più prossimo sarà il paradiso se la preghiera sosterrà il mio impegno, da cui nemmeno ora, se vero vecchio, ho il diritto di desistere. Sì, occorre io continui ad avvertire le pene di ogni altro per mie, e la fossa scavata ogni giorno dal bieco, sempre per uno che m’è caro e così preparata a me stesso. Solo così tutto quello che ciononostante di bene e bello mi capita, anche se un appena, e che la mia donna tenacemente continua a propormi magnificandolo, avvertirò come anticipo di paradiso, ché sto tra chi un po’, o più di un po’, pur m’ama, e mi basterà, da qui tanto lontane le stelle! Ecco ora posso rispondere, Più che amare tanto, sono
stato amato, sono amato. Sì, è proprio già qui il mio paradiso e chi entrare vi vuole, entri!

Maria mulier, cujus amoris non est numerus.

venerdì 9 gennaio 2015

Amore da rinuncia




Dopo la barbarie di Parigi, l’evidenza , Il dio è grande, va precisata. Grande in che? C’è una sola risposta, è grande d’amore! Egli ama l’uomo, ogni vivente, ogni cosa, non solo sotto il sole, ma ogni possibile cielo. E come l’universo, sua creazione, s’espande, così l’amore divino, aderendo all'oggetto suo. Ma più ancora, come quanto tutto quello che l’esistente circonda, ha la potenzialità d’accogliere la fisicità sua, così anche fa luogo all'amore divino, e di simile se ne impregna quando, appena novello, si affaccia all'esistenza, non importa se qui o nelle galassie estreme. Forse tutto sta correndo verso l’amore che sta anche oltre e lo attrae, e ben ne ha visto il poeta nostro nella Comedìa sua. Allora qui parlerò d’amore, il nostro terreno anzitutto e ne riferirò da una piccola mia vicenda, però non mi fermerò ad esso, ma, per un utile per molti, cercherò di capire cos'è che l’amore umano ha del divino. Ecco, la donna mia amore mi dimostra e me lo accresce, ma se altra coinvolta vi volessi, e non c’è, presto convincermi dovrei che, per quanto grande esso sia nella natura e manifestazioni sue, cosa non è che spartir si possa. Forse poche o nessuna divieto simile hanno le cose umane, che il cuore metaforico nostro definiscono e occupano. Assai diverso è quello che la bella del cielo ha, che tutta amore è, e lo conosceremo appieno quando il nostro simile al suo sarà. Ella già diffuso qui lo vorrebbe, da coinvolgere molti nell'invito suo, anzi così ne resterebbe accresciuta la felicità sua, la stessa che nostra sarà. Ma benché quello umano ne sia preludio, che di intuirlo permette, non ne resta che poco in comune oltre alla spontaneità e intensità, che talora in noi ha questo sentimento, mancando la caratteristica propria di quello divino, la aperta, non ristretta al singolo, condivisione. Certo al nostro amore terreno, dolce invito è l’aspetto della donna sospirata, ma ché quello che piace diventi più ancora, occorre la conoscenza dei pensieri, speranze, le cose dette o taciute, cioè leggere l’anima e la storia sua ascoltare, trovandola di simile bella o più ancora da innamorarsene. Questo l’amore vero destinato a questa vita e all'oltre. E se io dicessi oggi che sento questo per altra donna, direi quel di più che non c’è, ma non poco se dico che una entrata m’è nella tenerezza. Da quando? Dopo che la sua conoscenza, un po’ voluta, un po’ fortuita, è stata arricchita da notizie, non richieste, sulle sue fortune di vita, già prima che sensazione m’avesse dato di averne vinto la diffidenza e forse l’indifferenza. Io tentato ho, vincendo ogni sua ritrosia e mia timidezza, di parlarle, ma non dell'immediato futuro, che forse già non m’appartiene, ma di quello senza tempo, che potrà esserci comune. Quando? Al tempo che nuova stella sarà nel mio cielo e io chiamarla potrò col nome suo, quando ella ben rispondermi dovrà se insistente sarò nel richiamo mio. Lì l’amore divino sarà comandato, che non nega precedente affetto, ma altri ne consente, l’antico non restandone diminuito, ma esaltato, non soffrendone, ma di novella gioia arricchendosi, peculiarità del luogo suo, lì tra le stelle. Deve ella aver preso questa congettura anticipatrice del dopo, per facezia, come col mio tono solo semiserio devo averle suggerito, o forse per una delle romanticherie che nascono in persona più che matura, quando per una assai più giovane interesse ne sorga e dimostri. Ma c’è molto di più. Io non so quanto tra queste apparenze restare potrò, e possa vivere per quella che già nel cuor mio significa amore e per quella cui sembro prometterlo, almeno così ne giudicherebbe la prima, anche senza che l’altra vi speri, a ragione diffidente diventata d’ogni mia vicenda. Sì, io non so quanto qui mi viva, cioè mi sia concesso lasciar vivere qui me stesso, dono divino qui e dopo la vita, cioè non so quando altrove la vita mia continuare potrò, portandoci i ricordi belli e gli affetti di qui. Ché forse presto chiamato sarò al luogo in cui impegnati si resta un po’ o più, nella richiesta di perdono per i fatti qui vissuti, deficitari quando non malevoli, e così sempre peccaminosi, finché altrove la bontà divina ci destini. Intanto qui nel dolore avrò lasciato la donna mia, in angoscia d’abbandono, e anche, un po’ almeno, delusione o addirittura piccolo dolore ne avrà la nascente chimera. Può forse questo chi dà o sembra promettere amore? Ben poco in verità quello dato, anche se molto il desiderato, non potuto offrire, e così troppe le conseguenze di dolore per la donna mia. E ora questo novello interesse per altra, certo non gradirebbe, sapendone, anche se nel luogo ove vero avverrà, si manifesterà, colpevole non potrà vederlo, lì non più possibile peccato alcuno, ma occasione di curiosità almeno, quando non di gioia, che dalle cose tutte del luogo le verrebbe! E quand'anche poca per la nuova, la tristezza, pur me ne resterebbe aumentato il fardello che di là con me portar devo, ché anche se non sa d’inganno il poco per lei, pur diventerebbe peso gravoso, solo con in più il novello innocente sentire, il già molto da farmi perdonare. Ma non è questa la possibilità che temo, è di più, distruggere il mio diritto al vero amore. Ma so cosa ne è rimedio. Talvolta è qui necessario rinunciare a un bene, e se questo è persona, lo si fa per evitarle un danno, a lei direttamente o ad altri a lei vicino, e avviene nella generosità che ce ne farà guadagnare l’incontro nella vita futura. Noi molto spesso disattendiamo le aspettative d’amore, dando assai poco, ma è talvolta la rinuncia che magnifica il poco e lo carica di una possibilità che dovrà pur esprimersi, che nulla nel bene perduto va, anzi deve far frutto. Ciò che accade giustifica la ricchezza con cui il pur poco offerto verrà ricambiato, ché dopo il perdono una azione di bene, or piccolo seme, molto darà, ma nella capacità che avremo di comprenderlo e questa ha qui le radici sue. Noi qui prepariamo la misura, non sempre la stessa per ognuno, ma capiente sempre da sopportare l’abbastanza o il molto che vi verrà versato. E la possibilità di trovarla soddisfacente sta, non solo per quanto facciamo per promuovere il bene, ma anche per ciò cui rinunciamo per persona più o meno cara, nota o quasi sconosciuta, sempre posponendo il proprio all'altrui bene. Insomma l’amore si guadagna nel luogo suo anche quando qui si perde, purché dal proprio sacrificio venga un bene per l’altro. Ma farlo richiede umiltà e questa va appresa da chi anche questa dà dall'amor suo attingendo. Non so se il possibile di tanta conseguenza è il poco della mia storia, piccola vicenda per piccolo uomo, ma so che l’amore appena, può accrescersi e venir ricambiato, ma richiede la comprensione del tanto che significa e reca, e questa è qui che si prepara, anche se avrà compimento futuro. E come? Amando una sola donna e rinunciando a chi s’affaccia a quest'amore, per non turbare chi già lo ricambia e non far danno alla novella. Solo così a quest'ultima, proprio dal rinunciatario, sarà anticipato un po’ di quel molto che avrà quando sarà la vera vita, speciale questo piccolo dono d’amore! Quella s’arricchirà anche di quei volti cari a cui qui ha dovuto rinunciare, persi sempre prematuri, ria la vita , o volontariamente dovuti negare al proprio affetto, e saranno queste presenze la sorpresa più bella nel luogo in cui tutto è di per sé bello!