sabato 25 marzo 2017

Rifiuto dell'amore


E' certo che l'uomo trovi l'amore da sé e in sé, e fuori spesso la desiderata corrispondenza, avendo necessità che il suo sentire ne esca per coagularsi su una particolare persona. Può perciò solo sceglierne modi e tempi di condivisione, ma deve prima scoprirlo come sentimento, sua profonda esigenza, irrinunciabile richiesta del suo sé. L'altra persona sarà chi, avvertendo d'analogo, lo indirizzerà a lui proprio, aumentandone il sentito, cioè chi avrà la necessità di adattare il suo sentire fino ad armonizzarlo con quello dell'altro. Donerà per questo con generosità il suo, più ancora dell'appena accennato dall'altro, a volte solo intuito nel suo cauto svelarsi, quello temendo certo incomprensione o ripulsa. Così se l'altro ha appena cenni di benevolenza, questa è ricambiata palese, senza vana prudenza, ma nella fiducia di accoglimento e maggiore intesa, affinché l'altro più ancora esprima il suo, che ne risulterà accresciuto, e quel che svelerà risulterà gradito e atteso. Ma sempre si tratterà di un sentire che oscillerà tra gioia, qualche turbamento, a volte non poca sofferenza. Penso che questo comportamento sia più evidente nell'innamoramento, almeno quello dei tempi miei, quando credo accada proprio così tra l'accenno timido del maschio proponente e recettiva donna alle lusinghe sue, a lungo già percepite e sognate, che incoraggi ché si manifestino e più chiare si palesino. Ma quante incomprensioni, quanti equivoci da superare perché psicologie tanto diverse si scoprano complementari e irrinunciabili! Simile è il nostro rapporto col dio, lo preghiamo perché più ancora esprima il suo per noi, sognato, agognato tra troppo diffuso male! Dal dio non può venire che amore, eppure permette il male, dicono perché si possa dir di no alla sua timida proposta, tanto gli sta a cuore la libertà di chi ama! Così analogo il no della fanciulla che fa incanto all'innamorato, ma che non accetti la proposta sua. Quello ne soffrirà, ma sarà il tributo che qui pagare occorre ché la decisione dell'altra persona sia libera, anche se spesso erronea, se qualcuno, malevolo, s'è interposto! Sì, anche questo m'è accaduto, ragazzo! Opportunità perdute, parole serbate in cuore e tante, e non potute dire, da dimenticare, quelle che, pronunciate, si sarebbero sperate gradite, forse dolci, ma che, trattenute, si son fatte sicuro amare! Ecco che fa il male, si insinua e fa dir di no all'amore proposto, al dio perfino! Assicura così la libertà nella decisione? So per certo solo che del rifiuto un pesante scotto si dovrà pagare, ché se c'è rivalsa nell'amore umano, e potrà verificarsi miglior fortuna sia per il proponente rifiutato che per il rinunciatario, non c'è di simile se si rifiuta il divino, quando si sia detto di no, non a un amore, ma all'amore! Ecco, chi ha negato il suo consenso al dio dovrà vivere nelle apparenze e delle apparenze che solo sa offrire questo mondo, sì, tra gli inganni suoi. Ma potrà sempre ricredersi e proporsi, sua l'iniziativa! Ed è da tanto che sapere vorrei se la mia è stata gradita e per questo m'appello alla bella del cielo! Ma questa fa di simile alle donne tutte, sembra ammicchi, sorrida perfino, per poi celarsi e negarsi e io resto nello sconcerto, dubbioso e ne soffro!

lunedì 13 marzo 2017

Una vita per l'amore


Noi viviamo nella natura e della natura. La più parte di noi pensa grossolano, a un serbatoio inesauribile di cose che si lascino sfruttare. Non solo, ma molti non hanno idea di ciò che è servito per un conoscere più approfondito, meno approssimativo dell'ambiente che ha permesso la vita e tuttora la sostiene e della vita stessa. Forse i più pensano per essa con la tautologia, la vita è la proprietà che hanno i viventi, e per loro basta. Quelle della conoscenza invece sono teorie aperte, che domandano adeguamenti e accettano progressi continui nella tortuosa strada, che le menti migliori in ogni epoca percorrono per solo provvisorietà di sapere sulla verità. Si vive invece per lo più in beata ignoranza. D'analogo accade nella vita religiosa. Ogni religione ha qualche scritto o un insieme di essi, libro che testimoni il travaglio interpretativo dei presunti rapporti col principale dei misteri che chiamano dio, o meglio il dio, a sottolinearne l'unicità come principio e fine del tutto. I loro adepti spesso si affidano alla interpretazione di altri, nella convinzione che essi con la loro vita coerente, ne testimonino la veridicità. Ma se vi si pone attenzione con serietà ed impegno, ci si convince che non v'è nulla di certo nel riferito da fortunati, che lambito abbiano la verità in ogni epoca, e che hanno raccontato quei fatti in onestà. Allora? La vita di ognuno è aperta alla verità e occorre viverla, non ci si può nascondere dietro a “il libro dice” o “quel suo interprete afferma”. Occorre una risposta personale, rischiosa, azzardosa, che ci impegni nella vita, che deve farsi responsabile, morale. Devo vivere la mia speranza!
É il dio una verità d'amore che nutre e riscalda l'umano? Certezza non ne ho, questa è la mia speranza, ma a me basta! É la mia provvisorietà nella conoscenza del dio, il mio rischio, e comunque so che avrò bisogno del suo perdono, io qui avaro di parole e gesti! Ma allora chi è in questa mia fede il dio? É l'amore di per sé, perciò l'amante che mi cerca per amare me proprio, e io, amato, lo cerco per ricambiarlo, per divenire quello che lui è, vero amante. Ma la dipendenza mia dalla sua iniziativa, l'ho detto, è solo speranza, di fatto sono io a cercarlo in mezzo a tante contraddizioni amaramente vissute e dell'amore suo non sento l'afflato. Perché? Io sono ancora in questo mondo di apparenze e di verità velate, dove non si ingoia che indifferenza e malevolenza, ma amo nonostante! Voglio quest'amore sublimato, voglio raggiungerne la fonte prima, io sono allora disperatamente l'amante di uno sconosciuto! Voglio incontrarlo, voglio si lasci amare, e intanto offro forse solo un povero amore alla donna mia, agli altri uomini, ai viventi tutti e a tutto ciò che v'è a questo mondo. Basterà?

giovedì 9 marzo 2017

Il sogno del cristo


Su facebook, in risposta alle dubbiose argomentazioni di un amico sul dio, ho scritto di assai simile a questo che qui ripropongo, “ mutatis mutandis”.
Il comando del cristo che i nemici perfino, debbano essere amati, penso sia inclusivo nella sua novità di ogni altro antico, ma reca in sé la necessità che vengano abolite le diversità tra amato restio, riottoso e amante tenace, che tenti la coerenza col maestro, che amò perfino i detrattori suoi, senza averne l'attesa risposta, del tutto mancata subentrato il supplizio della croce. L’ostilità del candidato all'amore con tenacia appunto e nel tempo può essere vinta, la fiducia e la serenità possono tornare, superate, quando annullate siano tutte le ragioni che l’hanno non solo suggerita, ma anche permessa, perfino mantenuta. Occorre infatti capirne le motivazioni. Quali possono essere quando non siano dettate da malizia, volontà di nuocere? Una visione diversa del mondo, una maniera particolare di reagire ai fatti di vita, un farsi sospettosi dell’altrui comportamento, un aver subito già esperienze sgradevoli, ne possono essere state le premesse, che hanno potuto crescere in recettiva coscienza, farsi chiusura all'altro, barriera ai suoi approcci, intesi all'amicizia, alla confidenza, fino a condurlo alla palese inimicizia. È chiaro che anche queste tanto radicali differenze possono essere vinte dalla benevolenza che deve farsi amore. Se questa tutta si spende, è verosimile che ogni altro impedimento, in un mondo che fonda il suo esistere sulle diversità mantenute e perfino protette, difese, ma che sostanziano, danno vigore al male, possa venire contrastato e superato. Un lungo impegno potrà essere necessario, ma l’antico sarà modificato in un mondo nuovo di persone che si cercano nell'amore. È il sogno del cristo! E per quanto possibile anticiparlo, sarà il villaggio-mondo!

Tutti noi che, credenti, speriamo nel cristo, possiamo lasciarci affascinare dal suo sogno e impegnarci a diffonderlo, a realizzarlo almeno nel luogo e nel tempo del nostro impegno. Ma dove, quando sarà completamente realizzato? Fuori dal luogo e dal tempo che fanno il mondo, questo nostro, così come lo viviamo in ogni epoca, perciò sempre con poco, raro bene e col diffuso male suo, quest’ultimo nascendo dalle distinzioni di cui esso vive. Quali? L’io separato da ogni altro e dal dio, quello sperato da ogni religione, e lui da tutti. Allora solo in un mondo nuovo sarà possibile vivere completamente il sogno del cristo. Ma intanto io sento di poterlo far mio, oggi solo nella speranza di viverlo con lui. Come? Nell'amore da lui sperato vincente, quello nel mondo suo, quello per ora affidato al nostro sogno. Allora l’io non si distinguerà più da ogni altro, se già ora e qui si sforza di non distinguersi nemmeno dal nemico, e sarà a un tempo chi cerca ogni altro tu per amarlo, ma anche ogni tu, che sentendosi amato, cerca l’io amante per ricambiarlo. Ma più ancora in questo mondo da venire, io, incantato, spero m'accada col cristo di simile a quello che è stato in un sogno da sonno venuto, sognando la madre sua. Io ero chi cercava la bella del cielo per dirle d'amore, ma a un tempo ero lei che cercava me per donarmi il suo e lasciarsi amare. Perciò più non ci distingueremo tra noi e nemmeno dal dio, il cristo stesso o la madre sua in quest’amore! 
Eritis sicut dei, è la profezia del serpente nella Bibbia, che anche così può essere interpretata, il male conosciuto, ma passato, il bene sopravveniente, preziosità di cui vivere!
So che è questo invito al sogno è per un mondo da favola, ma, mio chiedo, Non è forse vero che tutti viviamo tristi in questa realtà, e questa non è forse tutta di illusioni? L’avere qualcosa, l’essere qualcuno, distinzioni, miserie effimere! E non sono forse queste che ci strappano l’amore, come inutile fardello in questo mondo che spinge alla lotta il succubo verso il dominante del momento? Invece il mondo sognato dal cristo, che faccio mio, è del dio, è nell'oltre, è nel dio, che spero sia null'altro che amore da poterne vivere. Non ne voglio altri! E ripeterò, Signore, venga il tuo regno! È ingenuità, è follia? E’ ragione di vita nella povertà che mi distingue, io qui non solo non ho niente, ma non so niente, non sono niente!

lunedì 6 marzo 2017

Sulla generosità inesauribile dell'amore


Ho detto più volte che d'amore parlo volentieri non perché ben lo conosca, difficile in ogni epoca il mio rapporto con le donne, possibilità per il mio sentito di venir fuori e manifestarsi intenso e duraturo, ma perché così ho modo di parlare del dio, del suo amore, che però meno ancora conosco. Paradosso, quindi assurda pretesa? Non direi, dal momento che solo l'umano ad esso è più vicino e il solo modo di iniziare a conoscerlo è averne dentro almeno una parvenza.  Questa, in “nuce”, tutti possediamo, innato dono. Compito di chi l'avverte è farla crescere. Perché così l'amore può non restringersi a un sol altro, o ai pochi d'una cerchia, quelli a noi prossimi, o peggio restar legato al proprio sé egoistico, ma diffondersi deve, ripartirsi. Ma, sorprendente constatazione, senza restarne  diminuito, anzi arricchendosi, e farsi amore francescano, disponibile per tutti e tutto, universale. Devo cercar meglio su questo arricchirsi dell'anima nel donare il suo, che sento mi accade, ma chiaro non ne ho il perché. Io sembro aver importanza per questa donna, che par centuplicare il mio interesse per lei, scarso da sempre nel manifestarsi, per timida riservatezza, non per sterile orgoglio. E questo mi da sicurezza di vita, una vita sostenuta e protetta, amata appunto, ma ecco già l'inspiegabile, una prima stranezza, amato, posso non solo riamare, ma sentire l'anima farsi alma, perché genera benevolenza, che non posso racchiudere, non posso contenere, ma sento di doverla donare. A chi, a che? Anche se in me è, ne sono consapevole, dapprima solo pochezza, alla donna mia appena bastevole, essa è desiderosa di crescere facendosi generosità appunto, perciò inizio col donarne una briciola a tutti, anzi a tutto ciò che c'è sotto al sole. Basterà quello che ho? Sembrerebbe di no, partendo da un posseduto scarso, limitato, ma vero è che dopo il dono ne ho più ancora disponibile, ecco la vera stranezza! Come giustificarla? Io so che agendo così, se mimo sono, non posso che recitare l'amore divino con parole e gesti. Dal momento che nulla v'è di più grande, il suo amore anche questo arcano deve contenere! Allora deve accadermi quello che in lui da sempre è consueto! Scopro infatti una verità, l'amore divino mai si spreca, nemmeno per gli indegni, e tutti lo siamo in qualche misura, ma donandosi, ne viene accresciuto perché si spende a colmar difetti e manchi tanti che deve rigenerarsi, non può esaurirsi, il dio mai rinuncia a diffondere il bene, si contraddirebbe! Concludo per analogia, che questo proprio avvenga in chi lo imiti e in me che lo tento, cioè agendo come crediamo lui faccia, scoprire d'avere generosità che non si consuma, ma più ne è richiesta più se ne può attingere dal cuore, che sempre ridiventa colmo! E questa è la meraviglia dell'amore, non importa  come lo si chiami, indistinguibili divenuti l'umano e il divino. 
Mi chiedo allora, azzardando una congettura mistica, sperata perdonabile, Che non sia per questo che il dio solo non è voluto restare? Per sentire sempre più il suo amore, certamente per chi di sé gli si sarebbe fatto figlio e per chi si sarebbe fatta di costui madre, ma che non potendo più contenere, come in un fenomeno di induzione reciproca, un dare per un ricevere anche di più dalle due sue parti divenute persone, ha dovuto estendere al completamente altro, perciò ha dovuto far l'uomo e ogni altro essere vivente o no, creando il mondo in quest'universo immenso! Necessità dell'amore suo traboccante e inesauribile!


mercoledì 1 marzo 2017

La preghiera

La preghiera è sì fiducia e speranza, ma anche abbandono alla sua melodia!
Bambino ancora, solo ero rimasto e disperato, ostile pensato il dio che preso aveva mio fratello e non anche me, perché i miei parenti troppo impegnati erano in loro bagattelle per occuparsi dei miei crucci e angosce. Ma dopo periodi bui, sempre vissuti come troppo lunghi quando si è assai giovani, con la fede ritrovata avevo necessità di dire alla bella del cielo anche le piccole angustie della vita quotidiana, pregandola mi aiutasse a venirne fuori. Nella mia fede da adulto ho cercato di conservare l’ingenuità che mi faceva tutto raccontare a lei e attendermi da lei, come valore dell’anima però, quella sua predisposizione che fa vedere barlume di luce anche nel buio più fitto, e mi si creda, io vi ho brancolato a lungo! Ma allora di che le parlavo? Sicuro dei problemi a scuola, del difficile mio rapporto non solo con gli adulti miei, ma con tutti gli altri, e anche con maschi coetanei malevoli o invidiosi del mio poco, nessuno da potermi surrogare il fratello, e con femmine indifferenti, senza attenzioni per me, troppo sciocco, un perdente forse, ma ostinato in timide richieste per una briciola di gioia. Ma ne avevo compenso, avvertivo veramente quello che ho scritto di recente, che la preghiera è melodia di per sé, non occorrendole vibrazioni di corde e modulazione di fiati che l’accompagnino e che è sempre rasserenante, cioè se ne esce con più luce intorno e fiducia, per quanto strana la vita che tocca vivere. Ma se essa fosse mera illusione come tante, ma più ancora fosse “illusio”, cioè derisione della impietosa realtà per la mia fragile mente, sarebbe, paradosso, ben riuscita l’auspicata ingenuità, ma come passività di chi, stupido, non può rendersi conto della verità del male, non come valore, che lo fa sperare superabile! E se allora ne potessi essere davvero cosciente ben potrei dire, ma ironico, Beato questo mio cuore che vi si culla, che vede senza distinguere e senza comprendere sente, ma almeno è dimentico, anche per poco, completamente del male! Ma io so che così non è, non mi sto illudendo da troppo stupido ingenuo, e se dico solo l’appena, è anche perché sicuro sono che la stessa di sempre che ascolta, legga il travaglio che m’affanna il cuore e vi ponga rimedio, così come può, dalla bontà sua. E vorrei davvero la preghiera ora com'era allora, ingenuità di un ingenuo, non di chi rifiuta di vedere la realtà di qui, ma del fiducioso nonostante tutto. Ecco cosa mi nutre il cuore pregando, mi accade come nel cantare una canzone, le sue parole da testo scritto o ricordato, non hanno supporto musicale, e non lo richiedono, lo includono! Si sostengono da sole senza che alcuno strumento io mimi. Ma c’è di più, se nella preghiera mi immergo completamente, mi profondo tanto nella melodia sua, allora le sensazioni che provengono dall'ambiente si affievoliscono fin quasi a scomparire, e con lo svanire delle percezioni, non mi sento più persona, cioè essere distinto dalle cose di un determinato luogo, anche le poche di un cantuccio in cui mi sia raccolto, ma perduti i confini, finisco col galleggiare, fluttuare in uno spazio, mare tranquillo in cui mi direi più che dolce naufragato, disciolto nella sua pace! Allo stesso tempo le accorate parole anche di richiesta non sono più monologo, ma sono inclusive di accoglienza, di ascolto benevolo e di consenso. Cioè in quel che dico c’è già il desiderato, la risposta attesa. La preghiera si è fatta dialogo e la bella del cielo mi ha sorriso, suo il mio desiderio, che saprà a chi trasmettere e sicuro gioirà se ne avrò anche appena piccola gioia dal poco richiesto e concesso! Miracolo della preghiera!

lunedì 20 febbraio 2017

La follia del credente


Là dove vita fiorisce, il bene non vi può essere del tutto assente, almeno come speranza la deve accompagnare, affinché essa non illanguidisca. Ecco, tutto nuvolo è oggi questo cielo e son nuvole nere, che poca luce lasciano filtri, ma pur c’è il sole oltre la loro schermata e ben tornerà il caldo luminoso sereno!
A questo mondo se si vive là dove sono prevalenti uomini che prevaricano, beneficio solo personale cercando, o di pochi, a danno dei più, l’oppressione dei deboli sarà forse duratura a meno che qualcuno abbia palese un comportamento ben diverso, che non lasci spegnere nei succubi la speranza di un destino migliore e allora ben verrà un forte, chi un cambiamento radicale promuova e attui! Ma forse crederlo possibile è più ancora della speranza del bene, è fede! Ma non sono io chi un po’ ne ha? Allora aggiungo, Se il bene da tutti sognato ridiventa evidente nella vita, sole non schermato da nubi scure, esso le dà un significato nuovo, la preserva nel suo calore, la promuove nella sua luce e, togliendole molte angustie, le dona serenità, pace! Tentò questo il cristo per noi tutti? E se sì, pavidi i suoi, ostinati a non capirlo i più, non concluse che il regno suo qui non poteva fondare? Io so che in lui non v’è contraddizione, ma pur mi chiedo, Se gli uomini di ogni epoca recettivi non sono al regno del solo bene, perché è venuto a proporlo lui proprio, il cristo, sicuro del non ascolto, sicuro del fallimento? Perché è dovuto anche morire del suo sogno? E perché qualcuno in questa tormentata storia umana viene sempre a riproporlo, sebbene utopia qui, ma dicendolo anticipo del solo bene della vita nell'oltre, e lo ripete nonostante le continue smentite e lo fa non a parole ma con gesti eroici, rendendo attuale il dovuto subire dal cristo? C’è chi sostiene, e sosterrà sempre, che il male sia necessario al bene, e debba essere pur mantenuto perché il bene ne risulti apprezzato anche per poco, perché soffocato sempre ne viene dal male imperante! Ma se il male è invitto e onnipresente, il costo del dovuto subire per il poco bene permesso non è sempre troppo alto per gli uomini tutti? Non finiranno col subirlo anche gli apparenti al momento esentati, i ritenuti fortunati a questo mondo? E non sono forse tanti, troppi, quelli che ne devono soccombere, per un assai poco, a volte, o per nulla, loro affacciarsi alla vita! Parlo dei bambini che mali assurdi rapiscono all'amore e dei non nati. Lo stesso cristo non ne fu succubo, per divenire la sua una delle innumerevoli croci innalzate in ogni epoca? Tutto ciò è mistero del dio! Ma nel credente fede e speranza continuano a fondersi e per lui veramente la vita vissuta è solo una parentesi spesso dolorosa, ma con la positività, di riconoscere, apprezzare il poco bene che c’è nonostante, che vede come barlume del dio! Egli anzi vede il poco bene presente anticipo in questo mondo, pur tra tanto male dal dio permesso, della beatitudine della vita nel solo bene, a cui spera che le personali sofferenze gli permettano accedere, sufficienti, il patito dal cristo in ogni epoca a quelle personali sommandosi, se si ha fede! Ingenuità, follia? Ma chi è più folle? Chi crede d’aver capito l’inutilità della vita, e avido ne prende quanta più ne può avere piacevole, per dover comunque morire disperato, egoista alla fine privo di tutto, se nessuno un po’ d’amore gli avrà donato, o chi la accetta così com'è per tutti, incerta, brutta spesso, con poco bene, poco amore, poca gioia, ma si sforza sia migliore per gli altri anche o sopratutto? La sua se davvero follia, è d'amore! Prega un dio sconosciuto che quanto qui permette abbia un minimo senso, e pone le personali rinunce, le inevitabili delusioni e sofferenze come supporto alla sua speranza, che lo proietti oltre il dolore, sì alla sua beatifica visione!

venerdì 17 febbraio 2017

Cadere tra le braccia di Maria


Fa, o dovrebbe fare, arricchimento del proprio sé, della propria anima, spronata ad avere atteggiamento simile, a rispondere nello stesso modo disinteressato e sollecito, per chiunque in una persona speciale si imbatta e la sappia riconoscere, quella che sempre si pone a beneficio e salute dell’altro e talvolta al soccorso delle sue necessità riconosciute urgenti, ma forse a lungo trascurate. Un altro che per quella persona sia anche solo occasionale compagno, anche se poco o per nulla noto, se non per la necessità d’aiuto più o meno palesata o anche per scorno invano celata e perciò pur lasciata trapelare. Come lo soccorrerà? Col dare non solo il suo, talvolta solo appena bastevole a sé e a chi da essa dipenda, accanto vivendogli, ma anche con tutto ciò che le consentono, sentendo così pungente la necessità di dover fare da ricorrervi, le potenzialità proprie del suo cuore, di solito sopite. Quelle appunto che, destate dal dover agire subito e bene, più vengono sollecitate a dar il meglio quanto più carente appare il vissuto dell’altro, se davvero, a imitazione del cristo, essa sente di esserne compassionevole. Perché noi, che siamo credenti in un destino di bene per tutti, pensiamo che nella volontà di un tale comportamento si rinnovi quella del cristo, che è a un tempo quella di chi sostiene l’altro nel suo bisogno, ma, mistero, anche quella annientata del succubo, che aspetti da tempo interessamento, soccorso alle necessità in cui è serrato, uno che a lungo abbia sperimentato delusione per l’indifferenza dei più. Questo sdoppiarsi del cristo in chi di tutti ha bisogno ed elemosina considerazione, attenzione, amore, e allo stesso tempo in chi si fa sensibile e risponde, anche col suo poco, a richieste accorate palesate o taciute, è mistero d’amore divino! Essere a un tempo chi sollecita risposta e chi la dà, perché se io sono nel bisogno sono lui che chiede attenzione, se invece non ho incombenze e bado a quelli che ho compagni, troverò chi mi sollecita, e se elargisco del mio, è lui in realtà che così fa del suo. Insomma nulla del bene che ho, l’ho per me solo e la piccola cerchia di chi mi vive accanto, ma è suo dono perché ne faccia dono in sua vece, occasione presentandosi. Io non mi appartengo nel bene, agisco per lui, sono lui che si sofferma, considera, valuta ciò che all'altro necessita e lo porge, della mano mia servendosi. Io ho solo l’illusione di agire da me, volendolo, ma non sono che mezzo, strumento della sua pietà, che vivo mia! E quando io sono in necessità è lui che lo è, che invita un me debole e vulnerabile alla fiducia. Eccomi malato e pregare. Come mi verrà aiuto dal cielo, che s’è all'apparenza serrato e alcuna luce mi lascia intravedere? Ben una persona buona risponderà! E se non accadesse, molti avrebbero sprecato occasione di dar sollievo, conoscendo la mia pena, a un povero cristo morente, ma io, cadendo, troverei le braccia di Maria ad accogliermi! E’ questa la fede nel cristo e nella madre sua!