E'
certo che l'uomo trovi l'amore da sé e in sé, e fuori spesso la
desiderata corrispondenza, avendo necessità che il suo sentire ne
esca per coagularsi su una particolare persona. Può perciò solo
sceglierne modi e tempi di condivisione, ma deve prima scoprirlo come
sentimento, sua profonda esigenza, irrinunciabile richiesta del suo
sé. L'altra persona sarà chi, avvertendo d'analogo, lo indirizzerà
a lui proprio, aumentandone il sentito, cioè chi avrà la necessità
di adattare il suo sentire fino ad armonizzarlo con quello
dell'altro. Donerà per questo con generosità il suo, più ancora
dell'appena accennato dall'altro, a volte solo intuito nel suo cauto
svelarsi, quello temendo certo incomprensione o ripulsa. Così se
l'altro ha appena cenni di benevolenza, questa è ricambiata palese,
senza vana prudenza, ma nella fiducia di accoglimento e maggiore
intesa, affinché l'altro più ancora esprima il suo, che ne
risulterà accresciuto, e quel che svelerà risulterà gradito e
atteso. Ma sempre si tratterà di un sentire che oscillerà tra
gioia, qualche turbamento, a volte non poca sofferenza. Penso che
questo comportamento sia più evidente nell'innamoramento, almeno
quello dei tempi miei, quando credo accada proprio così tra
l'accenno timido del maschio proponente e recettiva donna alle
lusinghe sue, a lungo già percepite e sognate, che incoraggi ché si
manifestino e più chiare si palesino. Ma quante incomprensioni,
quanti equivoci da superare perché psicologie tanto diverse si
scoprano complementari e irrinunciabili! Simile è il nostro rapporto
col dio, lo preghiamo perché più ancora esprima il suo per noi,
sognato, agognato tra troppo diffuso male! Dal dio non può venire
che amore, eppure permette il male, dicono perché si possa dir di no
alla sua timida proposta, tanto gli sta a cuore la libertà di chi
ama! Così analogo il no della fanciulla che fa incanto
all'innamorato, ma che non accetti la proposta sua. Quello ne
soffrirà, ma sarà il tributo che qui pagare occorre ché la
decisione dell'altra persona sia libera, anche se spesso erronea, se
qualcuno, malevolo, s'è interposto! Sì, anche questo m'è accaduto,
ragazzo! Opportunità perdute, parole serbate in cuore e tante, e non
potute dire, da dimenticare, quelle che, pronunciate, si sarebbero
sperate gradite, forse dolci, ma che, trattenute, si son fatte sicuro
amare! Ecco che fa il male, si insinua e fa dir di no all'amore
proposto, al dio perfino! Assicura così la libertà nella decisione?
So per certo solo che del rifiuto un pesante scotto si dovrà pagare,
ché se c'è rivalsa nell'amore umano, e potrà verificarsi miglior
fortuna sia per il proponente rifiutato che per il rinunciatario, non
c'è di simile se si rifiuta il divino, quando si sia detto di no,
non a un amore, ma all'amore! Ecco, chi ha negato il suo consenso al
dio dovrà vivere nelle apparenze e delle apparenze che solo sa
offrire questo mondo, sì, tra gli inganni suoi. Ma potrà sempre
ricredersi e proporsi, sua l'iniziativa! Ed è da tanto che sapere
vorrei se la mia è stata gradita e per questo m'appello alla bella
del cielo! Ma questa fa di simile alle donne tutte, sembra ammicchi,
sorrida perfino, per poi celarsi e negarsi e io resto nello sconcerto,
dubbioso e ne soffro!
sabato 25 marzo 2017
lunedì 13 marzo 2017
Una vita per l'amore
Noi
viviamo nella natura e della natura. La più parte di noi pensa
grossolano, a un serbatoio inesauribile di cose che si lascino
sfruttare. Non solo, ma molti non hanno idea di ciò che è servito
per un conoscere più approfondito, meno approssimativo
dell'ambiente che ha permesso la vita e tuttora la sostiene e della
vita stessa. Forse i più pensano per essa con la tautologia, la vita
è la proprietà che hanno i viventi, e per loro basta. Quelle della
conoscenza invece sono teorie aperte, che domandano adeguamenti e
accettano progressi continui nella tortuosa strada, che le menti
migliori in ogni epoca percorrono per solo provvisorietà di sapere
sulla verità. Si vive invece per lo più in beata ignoranza.
D'analogo accade nella vita religiosa. Ogni religione ha qualche
scritto o un insieme di essi, libro che testimoni il travaglio
interpretativo dei presunti rapporti col principale dei misteri che
chiamano dio, o meglio il dio, a sottolinearne l'unicità come
principio e fine del tutto. I loro adepti spesso si affidano alla
interpretazione di altri, nella convinzione che essi con la loro
vita coerente, ne testimonino la veridicità. Ma se vi si pone
attenzione con serietà ed impegno, ci si convince che non v'è nulla
di certo nel riferito da fortunati, che lambito abbiano la verità in
ogni epoca, e che hanno raccontato quei fatti in onestà. Allora? La
vita di ognuno è aperta alla verità e occorre viverla, non ci si
può nascondere dietro a “il libro dice” o “quel suo interprete
afferma”. Occorre una risposta personale, rischiosa, azzardosa, che
ci impegni nella vita, che deve farsi responsabile, morale. Devo
vivere la mia speranza!
É
il dio una verità d'amore che nutre e riscalda l'umano? Certezza non
ne ho, questa è la mia speranza, ma a me basta! É la mia
provvisorietà nella conoscenza del dio, il mio rischio, e comunque
so che avrò bisogno del suo perdono, io qui avaro di parole e gesti!
Ma allora chi è in questa mia fede il dio? É l'amore di per sé,
perciò l'amante che mi cerca per amare me proprio, e io, amato, lo
cerco per ricambiarlo, per divenire quello che lui è, vero amante.
Ma la dipendenza mia dalla sua iniziativa, l'ho detto, è solo
speranza, di fatto sono io a cercarlo in mezzo a tante contraddizioni
amaramente vissute e dell'amore suo non sento l'afflato. Perché? Io
sono ancora in questo mondo di apparenze e di verità velate, dove
non si ingoia che indifferenza e malevolenza, ma amo nonostante!
Voglio quest'amore sublimato, voglio raggiungerne la fonte prima, io
sono allora disperatamente l'amante di uno sconosciuto! Voglio
incontrarlo, voglio si lasci amare, e intanto offro forse solo un
povero amore alla donna mia, agli altri uomini, ai viventi tutti e a
tutto ciò che v'è a questo mondo. Basterà?
giovedì 9 marzo 2017
Il sogno del cristo
Su
facebook, in risposta alle dubbiose argomentazioni di un amico sul
dio, ho scritto di assai simile a questo che qui ripropongo, “
mutatis mutandis”.
Il
comando del cristo che i nemici perfino, debbano essere amati, penso
sia inclusivo nella sua novità di ogni altro antico, ma reca in sé
la necessità che vengano abolite le diversità tra amato restio,
riottoso e amante tenace, che tenti la coerenza col maestro, che amò
perfino i detrattori suoi, senza averne l'attesa risposta, del tutto
mancata subentrato il supplizio della croce. L’ostilità del
candidato all'amore con tenacia appunto e nel tempo può essere
vinta, la fiducia e la serenità possono tornare, superate, quando
annullate siano tutte le ragioni che l’hanno non solo suggerita, ma
anche permessa, perfino mantenuta. Occorre infatti capirne le
motivazioni. Quali possono essere quando non siano dettate da
malizia, volontà di nuocere? Una visione diversa del mondo, una
maniera particolare di reagire ai fatti di vita, un farsi sospettosi
dell’altrui comportamento, un aver subito già esperienze
sgradevoli, ne possono essere state le premesse, che hanno potuto
crescere in recettiva coscienza, farsi chiusura all'altro, barriera
ai suoi approcci, intesi all'amicizia, alla confidenza, fino a
condurlo alla palese inimicizia. È chiaro che anche queste tanto
radicali differenze possono essere vinte dalla benevolenza che deve
farsi amore. Se questa tutta si spende, è verosimile che ogni altro
impedimento, in un mondo che fonda il suo esistere sulle diversità
mantenute e perfino protette, difese, ma che sostanziano, danno
vigore al male, possa venire contrastato e superato. Un lungo impegno
potrà essere necessario, ma l’antico sarà modificato in un mondo
nuovo di persone che si cercano nell'amore. È il sogno del cristo!
E per quanto possibile anticiparlo, sarà il villaggio-mondo!
Tutti
noi che, credenti, speriamo nel cristo, possiamo lasciarci
affascinare dal suo sogno e impegnarci a diffonderlo, a realizzarlo
almeno nel luogo e nel tempo del nostro impegno. Ma dove, quando sarà
completamente realizzato? Fuori dal luogo e dal tempo che fanno il
mondo, questo nostro, così come lo viviamo in ogni epoca, perciò
sempre con poco, raro bene e col diffuso male suo, quest’ultimo
nascendo dalle distinzioni di cui esso vive. Quali? L’io separato
da ogni altro e dal dio, quello sperato da ogni religione, e lui da
tutti. Allora solo in un mondo nuovo sarà possibile vivere
completamente il sogno del cristo. Ma intanto io sento di poterlo far
mio, oggi solo nella speranza di viverlo con lui. Come? Nell'amore da
lui sperato vincente, quello nel mondo suo, quello per ora affidato
al nostro sogno. Allora l’io non si distinguerà più da ogni
altro, se già ora e qui si sforza di non distinguersi nemmeno dal
nemico, e sarà a un tempo chi cerca ogni altro tu per amarlo, ma
anche ogni tu, che sentendosi amato, cerca l’io amante per
ricambiarlo. Ma più ancora in questo mondo da venire, io, incantato,
spero m'accada col cristo di simile a quello che è stato in un sogno da sonno venuto,
sognando la madre sua. Io ero chi cercava la bella del cielo per
dirle d'amore, ma a un tempo ero lei che cercava me per donarmi il
suo e lasciarsi amare. Perciò più non ci distingueremo tra noi e
nemmeno dal dio, il cristo stesso o la madre sua in quest’amore!
Eritis sicut dei, è la profezia del serpente nella Bibbia, che anche
così può essere interpretata, il male conosciuto, ma passato, il
bene sopravveniente, preziosità di cui vivere!
So che è questo
invito al sogno è per un mondo da favola, ma, mio chiedo, Non è
forse vero che tutti viviamo tristi in questa realtà, e questa non è
forse tutta di illusioni? L’avere qualcosa, l’essere qualcuno,
distinzioni, miserie effimere! E non sono forse queste che ci
strappano l’amore, come inutile fardello in questo mondo che spinge
alla lotta il succubo verso il dominante del momento? Invece il mondo
sognato dal cristo, che faccio mio, è del dio, è nell'oltre, è nel
dio, che spero sia null'altro che amore da poterne vivere. Non ne
voglio altri! E ripeterò, Signore, venga il tuo regno! È ingenuità,
è follia? E’ ragione di vita nella povertà che mi distingue, io
qui non solo non ho niente, ma non so niente, non sono niente!
lunedì 6 marzo 2017
Sulla generosità inesauribile dell'amore
Ho detto più volte che d'amore parlo volentieri non perché ben lo
conosca, difficile in ogni epoca il mio rapporto con le donne, possibilità per
il mio sentito di venir fuori e manifestarsi intenso e duraturo, ma perché così
ho modo di parlare del dio, del suo amore, che però meno ancora conosco.
Paradosso, quindi assurda pretesa? Non direi, dal momento che solo l'umano ad
esso è più vicino e il solo modo di iniziare a conoscerlo è averne dentro
almeno una parvenza. Questa, in “nuce”, tutti possediamo, innato dono.
Compito di chi l'avverte è farla crescere. Perché così l'amore può non
restringersi a un sol altro, o ai pochi d'una cerchia, quelli a noi prossimi, o
peggio restar legato al proprio sé egoistico, ma diffondersi deve, ripartirsi.
Ma, sorprendente constatazione, senza restarne diminuito, anzi
arricchendosi, e farsi amore francescano, disponibile per tutti e tutto,
universale. Devo cercar meglio su questo arricchirsi dell'anima nel donare il
suo, che sento mi accade, ma chiaro non ne ho il perché. Io sembro aver
importanza per questa donna, che par centuplicare il mio interesse per lei,
scarso da sempre nel manifestarsi, per timida riservatezza, non per sterile
orgoglio. E questo mi da sicurezza di vita, una vita sostenuta e protetta,
amata appunto, ma ecco già l'inspiegabile, una prima stranezza, amato, posso
non solo riamare, ma sentire l'anima farsi alma, perché genera benevolenza, che
non posso racchiudere, non posso contenere, ma sento di doverla donare. A chi,
a che? Anche se in me è, ne sono consapevole, dapprima solo pochezza, alla
donna mia appena bastevole, essa è desiderosa di crescere facendosi generosità
appunto, perciò inizio col donarne una briciola a tutti, anzi a tutto ciò che
c'è sotto al sole. Basterà quello che ho? Sembrerebbe di no, partendo da un
posseduto scarso, limitato, ma vero è che dopo il dono ne ho più ancora
disponibile, ecco la vera stranezza! Come giustificarla? Io so che agendo così,
se mimo sono, non posso che recitare l'amore divino con parole e gesti. Dal
momento che nulla v'è di più grande, il suo amore anche questo arcano deve
contenere! Allora deve accadermi quello che in lui da sempre è consueto! Scopro
infatti una verità, l'amore divino mai si spreca, nemmeno per gli indegni, e
tutti lo siamo in qualche misura, ma donandosi, ne viene accresciuto perché si
spende a colmar difetti e manchi tanti che deve rigenerarsi, non può esaurirsi,
il dio mai rinuncia a diffondere il bene, si contraddirebbe! Concludo per
analogia, che questo proprio avvenga in chi lo imiti e in me che lo tento, cioè
agendo come crediamo lui faccia, scoprire d'avere generosità che non si
consuma, ma più ne è richiesta più se ne può attingere dal cuore, che sempre
ridiventa colmo! E questa è la meraviglia dell'amore, non importa come lo
si chiami, indistinguibili divenuti l'umano e il divino.
Mi chiedo allora, azzardando una congettura mistica, sperata
perdonabile, Che non sia per questo che il dio solo non è voluto restare? Per
sentire sempre più il suo amore, certamente per chi di sé gli si sarebbe fatto
figlio e per chi si sarebbe fatta di costui madre, ma che non potendo più
contenere, come in un fenomeno di induzione reciproca, un dare per un ricevere
anche di più dalle due sue parti divenute persone, ha dovuto estendere al
completamente altro, perciò ha dovuto far l'uomo e ogni altro essere vivente o
no, creando il mondo in quest'universo immenso! Necessità dell'amore suo
traboccante e inesauribile!
mercoledì 1 marzo 2017
La preghiera
La preghiera è sì fiducia e speranza, ma anche
abbandono alla sua melodia!
Bambino ancora, solo ero rimasto e disperato, ostile
pensato il dio che preso aveva mio fratello e non anche me, perché i miei
parenti troppo impegnati erano in loro bagattelle per occuparsi dei miei crucci
e angosce. Ma dopo periodi bui, sempre vissuti come troppo lunghi quando si è
assai giovani, con la fede ritrovata avevo necessità di dire alla bella del
cielo anche le piccole angustie della vita quotidiana, pregandola mi aiutasse a
venirne fuori. Nella mia fede da adulto ho cercato di conservare l’ingenuità
che mi faceva tutto raccontare a lei e attendermi da lei, come valore
dell’anima però, quella sua predisposizione che fa vedere barlume di luce anche
nel buio più fitto, e mi si creda, io vi ho brancolato a lungo! Ma allora di
che le parlavo? Sicuro dei problemi a scuola, del difficile mio rapporto non
solo con gli adulti miei, ma con tutti gli altri, e anche con maschi coetanei
malevoli o invidiosi del mio poco, nessuno da potermi surrogare il fratello, e
con femmine indifferenti, senza attenzioni per me, troppo sciocco, un perdente
forse, ma ostinato in timide richieste per una briciola di gioia. Ma ne avevo
compenso, avvertivo veramente quello che ho scritto di recente, che la
preghiera è melodia di per sé, non occorrendole vibrazioni di corde e
modulazione di fiati che l’accompagnino e che è sempre rasserenante, cioè se ne
esce con più luce intorno e fiducia, per quanto strana la vita che tocca
vivere. Ma se essa fosse mera illusione come tante, ma più ancora fosse
“illusio”, cioè derisione della impietosa realtà per la mia fragile mente,
sarebbe, paradosso, ben riuscita l’auspicata ingenuità, ma come passività di
chi, stupido, non può rendersi conto della verità del male, non come valore,
che lo fa sperare superabile! E se allora ne potessi essere davvero cosciente
ben potrei dire, ma ironico, Beato questo mio cuore che vi si culla, che vede
senza distinguere e senza comprendere sente, ma almeno è dimentico, anche per
poco, completamente del male! Ma io so che così non è, non mi sto illudendo da
troppo stupido ingenuo, e se dico solo l’appena, è anche perché sicuro sono che
la stessa di sempre che ascolta, legga il travaglio che m’affanna il cuore e vi
ponga rimedio, così come può, dalla bontà sua. E vorrei davvero la preghiera
ora com'era allora, ingenuità di un ingenuo, non di chi rifiuta di vedere la
realtà di qui, ma del fiducioso nonostante tutto. Ecco cosa mi nutre il cuore
pregando, mi accade come nel cantare una canzone, le sue parole da testo
scritto o ricordato, non hanno supporto musicale, e non lo richiedono, lo
includono! Si sostengono da sole senza che alcuno strumento io mimi. Ma c’è di
più, se nella preghiera mi immergo completamente, mi profondo tanto nella
melodia sua, allora le sensazioni che provengono dall'ambiente si
affievoliscono fin quasi a scomparire, e con lo svanire delle percezioni, non
mi sento più persona, cioè essere distinto dalle cose di un determinato luogo,
anche le poche di un cantuccio in cui mi sia raccolto, ma perduti i confini,
finisco col galleggiare, fluttuare in uno spazio, mare tranquillo in cui mi
direi più che dolce naufragato, disciolto nella sua pace! Allo stesso tempo le
accorate parole anche di richiesta non sono più monologo, ma sono inclusive di
accoglienza, di ascolto benevolo e di consenso. Cioè in quel che dico c’è già
il desiderato, la risposta attesa. La preghiera si è fatta dialogo e la bella
del cielo mi ha sorriso, suo il mio desiderio, che saprà a chi trasmettere e
sicuro gioirà se ne avrò anche appena piccola gioia dal poco richiesto e
concesso! Miracolo della preghiera!
lunedì 20 febbraio 2017
La follia del credente
Là dove vita fiorisce, il bene non vi può essere del
tutto assente, almeno come speranza la deve accompagnare, affinché essa non
illanguidisca. Ecco, tutto nuvolo è oggi questo cielo e son nuvole nere, che
poca luce lasciano filtri, ma pur c’è il sole oltre la loro schermata e ben
tornerà il caldo luminoso sereno!
A questo mondo se si vive là dove sono prevalenti
uomini che prevaricano, beneficio solo personale cercando, o di pochi, a danno
dei più, l’oppressione dei deboli sarà forse duratura a meno che qualcuno abbia
palese un comportamento ben diverso, che non lasci spegnere nei succubi la
speranza di un destino migliore e allora ben verrà un forte, chi un cambiamento
radicale promuova e attui! Ma forse crederlo possibile è più ancora della
speranza del bene, è fede! Ma non sono io chi un po’ ne ha? Allora aggiungo, Se
il bene da tutti sognato ridiventa evidente nella vita, sole non schermato da
nubi scure, esso le dà un significato nuovo, la preserva nel suo calore, la
promuove nella sua luce e, togliendole molte angustie, le dona serenità, pace!
Tentò questo il cristo per noi tutti? E se sì, pavidi i suoi, ostinati a non
capirlo i più, non concluse che il regno suo qui non poteva fondare? Io so che
in lui non v’è contraddizione, ma pur mi chiedo, Se gli uomini di ogni epoca
recettivi non sono al regno del solo bene, perché è venuto a proporlo lui
proprio, il cristo, sicuro del non ascolto, sicuro del fallimento? Perché è
dovuto anche morire del suo sogno? E perché qualcuno in questa tormentata
storia umana viene sempre a riproporlo, sebbene utopia qui, ma dicendolo
anticipo del solo bene della vita nell'oltre, e lo ripete nonostante le
continue smentite e lo fa non a parole ma con gesti eroici, rendendo attuale il
dovuto subire dal cristo? C’è chi sostiene, e sosterrà sempre, che il male sia
necessario al bene, e debba essere pur mantenuto perché il bene ne risulti
apprezzato anche per poco, perché soffocato sempre ne viene dal male imperante!
Ma se il male è invitto e onnipresente, il costo del dovuto subire per il poco
bene permesso non è sempre troppo alto per gli uomini tutti? Non finiranno col
subirlo anche gli apparenti al momento esentati, i ritenuti fortunati a questo
mondo? E non sono forse tanti, troppi, quelli che ne devono soccombere, per un
assai poco, a volte, o per nulla, loro affacciarsi alla vita! Parlo dei bambini
che mali assurdi rapiscono all'amore e dei non nati. Lo stesso cristo non ne fu
succubo, per divenire la sua una delle innumerevoli croci innalzate in ogni epoca?
Tutto ciò è mistero del dio! Ma nel credente fede e speranza continuano a
fondersi e per lui veramente la vita vissuta è solo una parentesi spesso
dolorosa, ma con la positività, di riconoscere, apprezzare il poco bene che c’è
nonostante, che vede come barlume del dio! Egli anzi vede il poco bene presente
anticipo in questo mondo, pur tra tanto male dal dio permesso, della
beatitudine della vita nel solo bene, a cui spera che le personali sofferenze
gli permettano accedere, sufficienti, il patito dal cristo in ogni epoca a
quelle personali sommandosi, se si ha fede! Ingenuità, follia? Ma chi è più
folle? Chi crede d’aver capito l’inutilità della vita, e avido ne prende quanta
più ne può avere piacevole, per dover comunque morire disperato, egoista alla fine
privo di tutto, se nessuno un po’ d’amore gli avrà donato, o chi la accetta
così com'è per tutti, incerta, brutta spesso, con poco bene, poco amore, poca
gioia, ma si sforza sia migliore per gli altri anche o sopratutto? La sua se
davvero follia, è d'amore! Prega un dio sconosciuto che quanto qui permette
abbia un minimo senso, e pone le personali rinunce, le inevitabili delusioni e
sofferenze come supporto alla sua speranza, che lo proietti oltre il dolore, sì
alla sua beatifica visione!
venerdì 17 febbraio 2017
Cadere tra le braccia di Maria
Fa, o dovrebbe fare, arricchimento del proprio sé,
della propria anima, spronata ad avere atteggiamento simile, a rispondere nello
stesso modo disinteressato e sollecito, per chiunque in una persona speciale si
imbatta e la sappia riconoscere, quella che sempre si pone a beneficio e salute
dell’altro e talvolta al soccorso delle sue necessità riconosciute urgenti, ma
forse a lungo trascurate. Un altro che per quella persona sia anche solo
occasionale compagno, anche se poco o per nulla noto, se non per la necessità
d’aiuto più o meno palesata o anche per scorno invano celata e perciò pur
lasciata trapelare. Come lo soccorrerà? Col dare non solo il suo, talvolta solo
appena bastevole a sé e a chi da essa dipenda, accanto vivendogli, ma anche con
tutto ciò che le consentono, sentendo così pungente la necessità di dover fare
da ricorrervi, le potenzialità proprie del suo cuore, di solito sopite. Quelle
appunto che, destate dal dover agire subito e bene, più vengono sollecitate a
dar il meglio quanto più carente appare il vissuto dell’altro, se davvero, a
imitazione del cristo, essa sente di esserne compassionevole. Perché noi, che
siamo credenti in un destino di bene per tutti, pensiamo che nella volontà di
un tale comportamento si rinnovi quella del cristo, che è a un tempo quella di
chi sostiene l’altro nel suo bisogno, ma, mistero, anche quella annientata del
succubo, che aspetti da tempo interessamento, soccorso alle necessità in cui è
serrato, uno che a lungo abbia sperimentato delusione per l’indifferenza dei
più. Questo sdoppiarsi del cristo in chi di tutti ha bisogno ed elemosina
considerazione, attenzione, amore, e allo stesso tempo in chi si fa sensibile e
risponde, anche col suo poco, a richieste accorate palesate o taciute, è
mistero d’amore divino! Essere a un tempo chi sollecita risposta e chi la dà,
perché se io sono nel bisogno sono lui che chiede attenzione, se invece non ho
incombenze e bado a quelli che ho compagni, troverò chi mi sollecita, e se elargisco
del mio, è lui in realtà che così fa del suo. Insomma nulla del bene che ho,
l’ho per me solo e la piccola cerchia di chi mi vive accanto, ma è suo dono
perché ne faccia dono in sua vece, occasione presentandosi. Io non mi
appartengo nel bene, agisco per lui, sono lui che si sofferma, considera,
valuta ciò che all'altro necessita e lo porge, della mano mia servendosi. Io ho
solo l’illusione di agire da me, volendolo, ma non sono che mezzo, strumento
della sua pietà, che vivo mia! E quando io sono in necessità è lui che lo è,
che invita un me debole e vulnerabile alla fiducia. Eccomi malato e pregare.
Come mi verrà aiuto dal cielo, che s’è all'apparenza serrato e alcuna luce mi
lascia intravedere? Ben una persona buona risponderà! E se non accadesse, molti
avrebbero sprecato occasione di dar sollievo, conoscendo la mia pena, a un
povero cristo morente, ma io, cadendo, troverei le braccia di Maria ad
accogliermi! E’ questa la fede nel cristo e nella madre sua!
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