venerdì 27 aprile 2012

Primavera nel cuore

Tempo è questo delle passeggiate, ché il tepore ha al fine prevalso. Allora via l’ombrellino riducibile a far da scorta per le improvvise bizze del tempo. Ecco, sebbene di recente abbia scoperto posti nuovi, percorsi forse più ameni, preferisco i luoghi consueti. Or proprio si son vestiti del nuovo di primavera, e or qualcosa sempre un po’ mi distrae più che in altre epoche, se or qui or lì lo sguardo lascio corra, ma più rassicuranti sono, lunga la mia frequentazione, e se vengo per la preghiera, qui posso, e per pensare anche, e lo stesso per studiare, ché sempre m’attrae saper il nuovo, e poi ansia non v’è, venir essa potrebbe solo in posti senza memoria. Qui volti nuovi incontrar posso solo in giorni di festa. Chiedono del percorso e del tempo per la loro meta e sono gentili e sorridenti. E’ il contagio del luogo che umanizza, serenità permette, sciogliendo i groppi, e rimanda al poi i problemi del quotidiano, almeno questo a me accade... E quando qui c’è gente nuova, si perde in solitudine, si guadagna sicuro in gaudio, così è per me lo stare un po’ tra gli altri e dire cortese alle domande, ché l’aria proprio aver devo di chi sa ben del luogo...Nei giorni comuni è tutto tranquillo, sto quasi sempre solo e note tante e diverse mi vengono dai cantori del bosco, e dei bombi il ronzio burbero odo, e dal folto talora uno squittio o cos’altro e dir non saprei da chi o da cosa. Sono le cento voci di qui. Tutto mi fa incanto e della primavera la veste nuova fa come malia e mi ritrovo tutto assorto a osservar piccole cose, ché già bruchi vi sono a cercar posto idoneo per far crisalide, e formiche vanno e vengono ai nidi loro, cercatrici di novelli semi, e lumachine che profittano della rugiada per le ultime escursioni tra i fili d’erba... E starei così ore, ché la vita ridestata, qual si lascia veder da occhi avidi, è bellezza e mistero. E mi chiede la compagna mia, perché si conserva la vita delle specie, dove va? Oh quanto vorrei saperle rispondere! Ecco qui proverò a farlo, ricordando l’accaduto di una di queste mattinate. Sarà metafora botanica e ne affiderò al cuor suo la comprensione, ché credo un destino comune per tutto quel che c’è sotto questo sole a far primavera, tutto va, s’affretta al dio!
Ben ha detto un saggio, c’è un punto omega e tutto corre a esso! Allora dirò proprio di un oggi in tempo di primavera. Ecco, proprio come vero sua malia la fata, che del luogo è custode, m’abbia fatto, sdoppiato mi ritrovo a osservarmi. Son qui sullo stradello bianco che sale e un po’ cerco ombra, ché il corpo pesante s’è fatto da avacciarmi il cuore e vuol qui sostare un po’, e mi dico, da qui hai buona vista per goder dei fiori della radura, e quelli di calarti nella latebra del cuore ti suggeriranno a breve, a pensar delle tue donne la grazia, ed io, tornato alla realtà, scriverò i tuoi ricordi, o mio sognatore, e ne dirò alla compagna dolce... Così, sarà per la suggestione del luogo o cos’altro, mi rivedo bambino a un carnevale festoso. E’ qui che vedo per la prima volta la maschera veneziana tutta nera per una gran cappa, bel viso posticcio bianco, parrucca con codino e cappello d’epoca dalla foggia strana. Completo, negli incubi miei, subito quella figura attribuendole occhi verdi fosforescenti di luce fatua, e diventa per me, bambino, l’immagine della morte. Quella che troppo presto m’ha visitato, rapendo il mio bel fratellino ricciuto, di cui ho dovuto scavalcare l’età. E poi da allora l’ho vista, oh quante volte! Atra tutta, bianco il viso da falsa bella donna e occhi verdi a prendersi gli affetti miei. E quante, simili alle mie, storie di lutto in questo nostro stare al mondo! Ma mi dicono che forza c’è da opporre a tanto strazio, è la fiducia in te, madre dei dolori, e nel figlio tuo, che quella nera femmina anche a te ha strappato dal cuore. Io penso questa fiducia tuo dono, e trattenersela nel cuore aiuta certo e, chissà, forse vero a voi conduce. Ma il male, tremenda eredità della miseria nostra è sempre qui! Alle lacrime nostre, le tue aggiungi, ché ecco, qualcuno ha novella croce ripiantato e vi si tormenta uno, è nero, è bianco, è il figlio tuo, e daccapo “doloris gladius pertransit cor tuum”! E ci dicono, i vostri dolori completano quelli del signore e della madre sua! E conforta che il più grande dei tuoi santi affermato l’abbia per sé e per tutti, ma mi chiedo, come più stupido fatto dal ricordo della sofferenza, quand’è che la misura sarà colma del dolore che trabocca dai cuori di noi uomini? Siamo ben stanchi di piangere in questo viaggio a te, tanto v’è dolore, ed è un bel dire che tutto è in travaglio di superamento, tutto è come lievito in fermento e che la morte è un’ansia che l’alba novella ucciderà con la luce sua! Quando, come, chi vedrà quest’alba? Seppure tutto è forse diverso nello spirito, tutto resta uguale nelle conseguenze, e se è trapasso di ombre di mondo decrepito, se è tramonto che sta per fiorire in novella aurora, com’è che questo crepuscolo mai ha fine e le tue stelle non v’appaiono come nostra meta, a dar conforto? Sì, tutto è forse diverso, ma tutto resta uguale per il misero, e io lo sono, sprovveduto da sempre, e dell’erba qual sono, fanno qui strame, e poi c’è per tutti da sempre diffusa l’ingiustizia e fame e guerra, e ricchi prepotenti a prevaricare, e che più? E io e quelli come me, soffrono che così proprio debba essere! E nel dolore tanto diffuso per tutti occhieggia la morte, verdi gli occhi, bianca, bella e orrenda la maschera sua e nera la cappa da lavoro, instancabile! E lacrime tante si versano e il sole divino non le fa perle, come fa con la rugiada questo sole di primavera, con quella che l’ombra dei cespugli ha fin’ora conservato e che tutta si dissolverà, gocciole effimere, alla carezza sul prato dei raggi suoi. E qui proprio la preghiera mia, al limitare del mio tempo, alle soglie del bosco, colloquio con te vorrebbe essere, sì qui lontano da frastuono delle ore che là dabbasso mi corrono veloci. Qui è diverso, rallenta il tempo, tutto invita all’assopimento, al sogno. E’ questa la tua risposta per me? Che la veda in sogno? Non so, ma permetto che immagini mi scorrano nella mente come quelle d’autoipnosi nell’addormentamento, ché proprio saper voglio che dirmi vuoi. Così, trasportato sono oltre le bassure, non solo le fisiche, ma quelle anche del rumoreggiare degli egoismi che nella frenesia loro di vivere opprimono gli altri miseri, per correre al nulla, come pur fanno le onde, che rabbiose ancora, s’accavallano per frangere dabbasso alle falesie...Sì, rapito da questo incanto là dove sosto, più capisco Francesco, che chiamava sorella la morte e pia nell’ufficio suo, quella che qui pure verrà anche per i fiori, precari sempre, giovani o appena nati o quelli che il capolino loro reclinano maturi, ma forse solo per trapiantarli nei tuoi giardini, lì tra le stelle. Ed è bella e dolce questa speranza e io or ti vedo qui al fine venuta a carezzare tutte le cose di primavera, per talune portarne con te. E tutto, allo sguardo tuo, attorno trascolora in verde, si fa verde d’erba novella mo mo nata, che infiorarsi tutta vuole. E or son fiore anch’io tra questi fiori novelli e viene la brezza dal mare e tutti ondeggia, e accorrono i bombi operosi e a suggere alle antere, bianche farfalle, che or qui or lì indugiano. Su me pure giovane bello rinato in questa nuova forma, ché s’è fatto corolla il mio viso e i miei capelli sono del giallo delle perle di prato e in stelo gli arti congiunti si sono. Sono rinato forse umile margherita, o qual’altro fiore di campo, perla al fine del tuo bel prato! E ora non so più se è quello di qui trasformato o quello d’arrivo, là tra le stelle! Presto verrai leggiadra a controllare questi nuovi arrivi e a ridere per noi, e noi ti risponderemo con afflati di profumo da inebriarti e trattenerti, e forse tra noi il tuo bel corpo etereo stenderai e beati quelli che ne sosteranno la leggiadria! Sì, or ora venuta sei vicino a me, “vestimentum tuum candidum quasi nix et facies tua sicut sol”, e sono il piccolo tuo fiore, aliti sulla mia corolla, ché per il gelo della notte un po’ rattrappiti ne ho i petali, e le labbra tue a dolce sorriso s’atteggiano... E ora lo so, è vero, qui dove sogno così di te, tutto vuole, come io ho or ora pensato di me, mutarsi, e la materia tutta s’agita e vuole tu la sublimi alle tue stelle, ché tutto si vesta di luce. Tutto ciò che fa primavera cerca la luce! E io, novello fiore nato dalla mia fantasia, mi ritrovo nei campi tuoi asfodeli e, tu giardiniera di questo campo sei... Tutto intorno mi guardo e ti chiedo, bella signora, in questo campo non avrai scordato di trapiantare il fiorellino femmina della mia vita? C’è, c’è, ammicca il tuo sorriso malioso, è tra quello che qui fa primavera! Ma la campana del santuario già avverte dell’ora dai tanti rintocchi, e mi ridesta, sì qui i sogni finiscono a mezzogiorno, via è volato il tempo e io devo pur andare, m’aspetta il bel fiorellino che piantato m’hai nel cuore. Ora lo so per certo andrà dove io andrò e proprio tutto ci accompagnerà! Sì, è questo che le dirò! Leggera è la metafora, ride qui il tuo sorriso, è primavera, non l’ha ella nel cuore?

martedì 24 aprile 2012

Dimmi il tuo nome

Ecco, i nostri nomi, quelli che dato abbiamo alle cose del nostro mondo, vanno sull’onda del tempo che corre, e ombre del nulla vogliono farsi, ché labile s’è fatta la mente, sì, vuole impigrirsi! E talvolta volti noti o cari richiamiamo alla memoria, ma muti si sono fatti, ché ci stanno nitidi davanti quegli occhi, ma senza nome... e le loro parole, echi fiochi di lontananze ormai insondabili si son fatte. Sì, labile s’è fatto il ricordo di molte cose, di molti fatti, di molti personaggi della vita nostra, e se per taluni è bene, ché tristi sono stati, per altri è perdita amara da disfarne il cuore, se esso consapevolezza avesse di quale dolcezza stia perdendo. Ma al tuo nome pronunciato, tutto si riordinerebbe, tutto il bene, tutto l’amore balzerebbe festoso daccapo dalle ombre del passato. Sì, daccapo proprio come già è stato, ma fresco ritornato! Miracolo? Diciamo intanto, nome il tuo di vittoria sull’oblio. Ma diremmo corto, c’è di più, ché i volti cari di chi ci ha amato, occhi per noi ancora avrebbero, dolce parlanti le antiche tenerezze, e i loro cuori non spenti, palpiterebbero nel ritmo di un amore vivificato, ribenedetto, comandato ancora, riconsacrato dalla volontà tua. Sì, tanto potrebbe il tuo nome, che certo amore significa, ché è solo d’amore che parla il tuo cuore qual siano le sue parole, quelle che il tuo bel nome certo compendia e traduce per la comprensione di tutte le cose, che d’esso vivono, anche senza saperlo. E così noi ne viviamo, noi umani, inconsapevoli quasi tutti!
Sì, sapendolo, pronuncerei quel nome piano e in umiltà, timoroso, come talora faccio con questa mia donna, che nome dolce ha, quasi temendo che malia me la strappi dal cuore e io più non la trovi accanto, consapevole che è per me vita, ragione per restare, motivo per riattendere fiducioso aurora novella, dopo giorno come sera, buio. E tu di più sei, tutto! E al tuo nome s’inchinano le cose tutte e ridono quelle di bella primavera, ora il tempo loro, e il mondo, anzi l’universo tutto ti palpita, innamorato di te sola, amore. E l’anima mia che rattrappirsi vuole ormai, disperando comprensione e amore, vedendoti risponderle lampeggiando amore dentro al cuore, tutt’una con te sentendosi, si slargherebbe a comprendere, per amarle, le cose tutte che sono. Sì, desiderosa del bene che pur recano, del degno per piccolo che sia, del buono che celano gelose, ma che più non velerebbero. Sì, cose tutte allora fiduciose che si lascerebbero leggere da cuore sincero, di tutto e tutti divenuto innamorato, come il tuo è! Tu sei quella che ami tutti, senza eccezioni, tutto! E non c’è tua definizione più bella! E se altro sei oltre l’amore, non so, ma ha importanza in un mondo che ne è tanto assetato? E pronunciare quel nome santo sarebbe per l’anima come se d’improvviso le ali sue, piccole e rattrappite divenute nel tempo, fatte come d’aquila, potessero spaziare nei cieli. Questi tuoi cieli non terminati quali sono, ché s’accresce di continuo l’immane immensità dello spazio delle tue stelle dall’amore tuo sollecitate e chiamate coi nomi da te sola saputi, ed essa pure avrebbe il dono di capirli e ripeterli! Oh capire le stelle, capire l’amore, chiamarle, chiamarlo, sì, quest’amore santo che muover le fa, ben dice il poeta, perché il cuore ne trabocchi! Ma il tuo nome qual’è? E’ certo l’ineffabile che compendia la bontà e la bellezza tutta. Sì, quelle che sono in quanto qui possono essere appena e quelle che qui essere non possono, il male soffocandole, ma che nel tuo cuore sono e ne traboccano. Ché tu sei “inter omnia speciosa”, sì, tu sei la “tota pulchra”! E il nome tuo dolcissimo, certo traduce la fiamma d’amore per tutto e tutti che t’arroventa il cuore! Lascia allora che queste labbra assetate d’amore, assetate di te, aride d’attesa diventate, lo balbettino, lo sussurrino al vento, lo ripetano all’orecchio avido di questa piccola donna che saprebbe gustarlo in tenerezza d’amore. Sì, lascia lo dicano ai fiori belli di questo chinale, che s’è rivestito di primavera per te, quelli che ora carezza la brezza e culla a illuderli di te e che io, innamorato, con le mani sfioro, e alle cose tutte, che piano tocco, per non offenderne il sogno di te, a sentirne i palpiti. Sì, lascia che di palpito in palpito queste cose, tutte belle divenute, lo diffondano, ché pace ne dia, riempiendoli, a umili cuori, come loro, come me, poveri d’amore, scemi di te. Ma qual’è? Saprebbe comprenderlo, la mente mia, il cuore mio umano? Ma tu fa come madre, che al fantolino ripete il nome con cui vuole la chiami. Sì, quale sia il tuo nome, mi sarà dolce apprenderlo come al bambino suona melliflua la parola che la bella dal dolce sorriso, che già ama, ripete, per sentirselo ridire, sì, il fonema più dolce, mamma!
Ma ha poi importanza saperlo quel nome arcano, se è già tanto bello al cuore chiamarti mamma? E io qui , mamma, mamma ti chiamo! E sembrano, or ora a tanto dolce suono, fiori appena in boccia aprirsi e profumo novello a profumo aggiungere da restarne inebriati. E come al piccolo suo accorre, intenerita, trepida madre a sorridergli ancora non appena ne senti il balbettio, così al mio, torna della madre mia cara il sorriso, quello dolcissimo agli occhi miei, bambino, e so che è così che al cuore mio ridere vuoi la tua risposta d’amore! E di più bello che avere si può?

Anima che è?

Ecco, tu mi chiedi, che è questo mondo? E io ti dico, ipocrisia, apparenza vacua, falsità, superficialità, egoismo, cattiveria da accrescerne il male diffuso, sono tutti suoi sinonimi e l’anima vi vive attoscata come da tutt’ombra avvolta, e questa spessa è, pute e tutto invischia, ma anche esso luogo è di incontri per anime gemelle, e le nostre così sono! E tu, ma l’anima che è? Ecco io vero non so e aiuto chiedo alla sola sua luce, ma non risponde... sebbene tu, piccola sua icona, continui a illudermene col tuo sorriso e gli occhi, e oltre il deserto...Io non conosco che il mio intimo e solo un po’, e del tuo solo quello che permetti vi legga, quando, occhi sognanti, resti tra le mie braccia un po’, e tu, volta ai nostri ricordi, mi chiedi, ti ricordi di...? E io, perché non se ne spezzi l’incanto, t’assecondo con piccola bugia, e confabulo... e tu alle mie aggiunte fantasiose, chissà, forse credi! Ma in fondo solo spero che si concretizzi per noi quello che ti dico già accaduto, quando? Nei giorni che qui ci restano e che veloci ci vengono incontro per poi correr via! E allora è della mia anima che ti dirò. E mi chiedo, è solo il luogo dei sogni da magnificare a questo piccolo amore, ché li condivida? Sì, ma ho dell’altro e non so che. E’ come avere ancora speranza quando tutto non l’ha, calore un po’ sempre, perfino nella perdita dell’amore o nel gelo che segue al suo abbandono, sì amore che spegnersi non vuole pur nel rifiuto e nello scherno, amore pur senza contraccambio, quello che non ha più soggetto che ne condivida i sogni, bontà residua perfino nella vigliaccheria della prevaricazione subita e che dice no alla rivalsa, bellezza che non cancellano volgarità e bruttura diffuse, desiderio di vita nella malattia, nell’estrema anche, desiderio della madre celeste perfino nel suo silenzio, sì desiderio che postula un luogo oltre i fangai del mondo in cui luce fanno solo le sue stelle, in cui vero vivere il nostro povero amore... Ecco ho dentro un che e fa sì che luogo io postuli dove le tue domande e le mie da lei risposta avranno. Sì, è proprio quel qualcosa dentro che me ne dà certezza, mentre solo povera fiducia mi darebbe l’averlo potuto sognare, cioè possederne la capacità, che qualcuno donato deve avermi. E voglio spingermi per chiarirmi questo qualcosa, fino al momento estremo, quando esso pur mi farà gridare alla vita e cercare gli occhi tuoi ché me ne illudano ancora, mentre il tutto intorno per me vorrà spegnersi. Ecco è un qualcosa che al buio incipiente di quel momento, oppone una piccola luce che spegnersi non vuole, che ancora sognare le faccia l’azzurrità d’un cielo terso, in cui possa ancora veleggiare il desiderio di vita insieme a te. E sono ora sorrisi, occhi di donna, capelli bruni, sono quelli della madre mia, della piccola dirimpettaia di un’estate, sono i tuoi! Sì, tutti di donne innamorate! E io ti rivedo candido vestita, sposa agognata, venirmi incontro, o forse è l’altra donna dei sogni miei, quella che voglio ci attenda là dove vivono le sue stelle, non so, non ho più tempo per deciderlo, ché si sta chiudendo questo spiraglio di luce, e sono già solo guizzi, balenii, stille... e tutto corre al nulla, ma io ho ancora qualcosa dentro, ecco, mi fa dire, vedo le sue stelle! Estrema illusione? E che più ti dirò ancora? C’è, anche nel cuore tuo, un luogo in cui sempre qualcuno canta o fa dolce musica e non sai che dice e non sai che suona, parole, sillabe, suoni di melodia, singole note, chissà chi, che, come, perché, non sai! Questa è la tua anima! Simile è la mia! E’ questo il mio dono per te, il mio tutto, forse solo il mio niente. Altro non ho. Spero ti piaccia, spero piaccia alla madre tua e mia, l’altra donna dei miei sogni! Io non ho di me definizione migliore che dirvi che son uno dall’infaticabile nostalgia di voi due!
Ecco se è umile il vero, io son ben umile, se è semplice la sincerità, ecco sono semplice, se è favilla l’amore ne ho da bruciarmi il cuore, se è freschezza verde la speranza, eccomi tenero giunco che seconda il torrido vento dal deserto che ho tutt’intorno, che attende da te, da lei, lacrime di pioggia aulente... Ecco io ho dentro la speranza che mi veda salire agli eterni campi asfodeli. Ecco, là una incontro mi viene, è bianco vestita, ha lunghi capelli neri, occhi che parlano, dicono amore, sorriso che vi aggiunge magnificandolo, è piccola, tutta bella! Chi è? Appena le sono vicino tutta s’invermiglia di casto pudore e mi dice soave soave in una lingua nuova, che comprendo perfettamente, di scusarsi del lungo silenzio mantenuto per la mia salute nella libertà, e mi suonano melliflue le sue parole e, quando tace, parlano ancora gli occhi suoi e chiedono di dirle qualcosa e dico, attenta alla mia richiesta tutta si fa. Sì, io sono nella gioia e oso chiederle che tu mi raggiunga, ché tu sola sei la dolce compagna e ti magnifico gemma di primavera e le dico che bianca rosa sei, hai la freschezza e la gentilezza e l’odore dei gigli di campo ed ella ride alle mie parole e io, oh meraviglia, in te proprio la vedo mutare! E tra le braccia la stringo, ti stringo, e le, ti balbetto amore! Ecco, io mi dico, con una piccola donna ho traversato la mia vita, ho camminato su rottami di passato amaro, che ella non ha permesso tornasse, e ne è stata piccola gioia e luce, ma ho solo camminato in tondo per incontrarla daccapo e già l’avevo! Oh madre mia dei cieli, o compagna, o sposa, o mio tutto, gioia delle mie aurore, allora è così, già t’ho?
Tu nulla dici, ma dalla gioia la verità. E dire che io sospiro col santo tuo, "gaudium de veritate"! E io già li ho! Mi vengono da quella piccola che sei, che mi vivi accanto, i tuoi capelli bianchi vogliono farsi e bruni e lunghi erano, il tempo nuove rughe aggiungerà al tuo bel viso, ma io so chi in te si nasconde! E’ vero da gioia, è gioia dal vero! Ma forse sto solo sognando, vivo una delle favole che mi racconto nell’addormentamento. Ché la madre cara mi diceva, bambino, se dormir vuoi, raccontati una favolina!
Sì, questo sono, uno che si racconta favole e le ripete alle donne sue, innamorate! Sì, ora dormo forse e vivo il dolce sogno che vi muta l’una nell’altra... Due donne, un unico sogno di vita, un solo amore! E se vero sogno è, ti prego non svegliarmi!

domenica 22 aprile 2012

Dimmi il tuo nome



Ecco, i nostri nomi, quelli che conveniamo per indicare cose e concetti, e i particolari peculiari, solo nostri, che dato abbiamo alle cose del nostro mondo, vanno sull’onda del tempo che corre, e ombre del nulla vogliono farsi, ché labile s’è fatta la mente, sì, vuole impigrirsi! E talvolta volti noti o cari richiamiamo alla memoria, ma muti si sono fatti, ché ci stanno nitidi davanti quegli occhi, ma senza nome... e le loro parole, echi fiochi di lontananze ormai insondabili si son fatte. Sì, labile s’è fatto il ricordo di molte cose, di molti fatti, di molti personaggi della vita nostra, e se per taluni è bene, ché tristi sono stati, per altri è perdita amara da disfarne il cuore, se esso consapevolezza avesse di quale dolcezza stia perdendo. Ma al tuo nome pronunciato, tutto si riordinerebbe, tutto il bene, tutto l’amore balzerebbe festoso daccapo dalle ombre del passato. Sì, daccapo proprio come già è stato, ma fresco ritornato! Miracolo? Dico intanto nome, il tuo, di vittoria sull’oblio. Ma direi corto, c’è di più, ché i volti cari di chi ci ha amato, occhi per noi ancora avrebbero, dolce parlanti le antiche tenerezze, e i loro cuori non spenti, palpiterebbero nel ritmo di un amore vivificato, ribenedetto, comandato ancora, riconsacrato dalla volontà tua. Sì, tanto potrebbe il tuo nome, che certo amore significa, ché è solo d’amore che parla il tuo cuore qual siano le sue parole, quelle che il tuo bel nome certo compendia e traduce per la comprensione di tutte le cose, che d’esso vivono, anche senza saperlo. E così noi ne viviamo, noi umani, inconsapevoli quasi tutti!
Sì, sapendolo, pronuncerei quel nome piano e in umiltà, timoroso, come talora faccio con questa mia donna, che nome dolce ha, quasi temendo che malia me la strappi dal cuore e io più non la ritrovi accanto, consapevole che è per me vita, ragione per restare, motivo per riattendere fiducioso aurora novella, dopo giorno come sera, buio. E tu di più sei, tutto! E al tuo nome s’inchinano le cose tutte e ridono quelle di bella primavera, ora il tempo loro, e il mondo, anzi l’universo tutto ti palpita, innamorato di te sola, amore. E l’anima mia che rattrappirsi vuole ormai, disperando comprensione e amore, vedendoti risponderle lampeggiando amore dentro al cuore, tutt’una con te sentendosi, si slargherebbe a comprendere, per amarle, le cose tutte che sono. Sì, desiderosa del bene che pur recano, del degno per piccolo che sia, del buono che celano gelose, ma che più non velerebbero. Sì, cose tutte allora fiduciose che si lascerebbero leggere da cuore sincero, di tutto e tutti divenuto innamorato, come il tuo è! Tu sei quella che ami tutti, senza eccezioni, tutto! E non c’è tua definizione più bella! E se altro sei oltre l’amore, non so, ma ha importanza in un mondo che ne è tanto assetato? E pronunciare quel nome santo sarebbe per l’anima come se d’improvviso le ali sue, piccole e rattrappite divenute nel tempo, fatte come d’aquila, potessero spaziare nei cieli. Questi tuoi cieli non terminati quali sono, ché s’accresce di continuo l’immane immensità dello spazio delle tue stelle dall’amore tuo sollecitate e chiamate coi nomi da te sola saputi, ed essa pure avrebbe il dono di capirli e ripeterli! Oh capire le stelle, capire l’amore, chiamarle, chiamarlo, sì, quest’amore santo che muover le fa, ben dice il poeta, perché il cuore ne trabocchi! Ma il tuo nome qual’è? E’ certo l’ineffabile che compendia la bontà e la bellezza tutta. Sì, quelle che sono, in quanto qui possono essere appena, e quelle che qui essere non possono, il male soffocandole, ma che nel tuo cuore sono e ne traboccano. Ché tu sei “inter omnia speciosa”, sì, tu sei la “tota pulchra”! E il nome tuo dolcissimo, certo traduce la fiamma d’amore per tutto e tutti che t’arroventa il cuore! Lascia allora che queste labbra assetate d’amore, assetate di te, aride d’attesa diventate, lo balbettino, lo sussurrino al vento, lo ripetano all’orecchio avido di questa piccola donna che saprebbe gustarlo in tenerezza d’amore. Sì, lascia lo dicano ai fiori belli di questo chinale, che s’è rivestito di primavera per te, quelli che ora carezza la brezza e culla a illuderli di te e che io, innamorato, con le mani sfioro, e alle cose tutte, che piano tocco, per non offenderne il sogno di te, a sentirne i palpiti. Sì, lascia che di palpito in palpito queste cose, tutte belle divenute, lo diffondano, ché pace dia, riempiendoli, a umili cuori, come loro, come me, poveri d’amore, scemi di te. Ma qual’è? Saprebbe comprenderlo, la mente mia, il cuore mio umano? Ma tu fa come madre, che al fantolino ripete il nome con cui vuole la chiami. Sì, quale sia il tuo nome, mi sarà dolce apprenderlo come al bambino suona melliflua la parola che la bella dal dolce sorriso, che già ama, ripete, per sentirselo ridire, sì, il fonema più dolce, mamma!
Ma ha poi importanza saperlo quel nome arcano, se è già tanto bello al cuore chiamarti mamma? E io qui , mamma, mamma ti chiamo! E sembrano, or ora a tanto dolce suono, fiori appena in boccia aprirsi e profumo novello a profumo aggiungere da restarne inebriati. E come al piccolo suo accorre, intenerita, trepida madre a sorridergli ancora, non appena ne senta il balbettio, così al mio, torna della madre mia cara il sorriso, quello dolcissimo agli occhi miei, bambino, e so che è così che al cuore mio ridere vuoi la tua risposta d’amore! E di più bello che avere si può?

venerdì 20 aprile 2012

Tu, primavera

Tutte le cose di questo chinale ti invocano primavera,ché altro di te non sanno se non che ti seguono fiori ed erbe novelle. Ma tu passata già sei e io vista non t’ho, distratto dai tanti pensieri che m’affollano la mente e che nulla aggiungono a quello che io so di te, ma li accetti forse preghiera spontanea, da cuor innamorato uscita. E già ne sono seguiti asfodeli e ginestre odorose, e le mille creature del bosco venute son fuori dal lungo sonno invernale speso a sognar quest’incanto. E c’è ora melodia di cento e cento cantori innamorati che erra di macchia in macchia a far delizia di questo peregrino d’amore, che soave soave vorrebbe di simile sapersi esprimere all’orecchio avido delle due belle sue.
E se tu or proprio udir facessi, dalla mitezza del cuore tuo uscito, d’amore richiamo io l’udirei e forse l’altra amata mia lontana. Sarebbe, da cuore a cuore, un echeggiare fino alle nuvole, invito alle tue stelle, e tacerebbero, udendolo, rapiti questi cantori, che cento e cento note spargono per l’aere aulente alle femmine loro insazie. E ora è tutto un ondeggiare d’erbe e un fremere di cespugli alle carezze della brezza dal mare. E or ora danzano bianche farfalle e compagna cercano per gli approcci loro, e tu le vedi inseguirsi un po’ e poi apparentemente desistere, per tornar poi a carezzare l’altra con l’ali loro, e dei fiori invitanti trascurano così le provvide visite. Ma non i bombi brontoloni che agli asfodeli di preferenza vanno ad esplorarne ogni fiore, che corolla disteso abbia. Ma è anche il tempo di nere vespe a nugoli attratte dalle infiorescenze d’olearia. Le vedi accoppiarsi in volo e poi tante cadute dopo l’amore, maschi credo, e certo esseri complementari nel folto si cercano, ché è tempo d’amore questo.
E quando il sole, declinando, ombre lunghe, addormentandosi a occaso, stenderà sul prato, questo accoglierà pure innamorati umani, che le stelle aspetteranno per le effusioni loro. E dopo il brunire del crepuscolo, che l’ultimo rosseggiare della luce avrà addormentato, ecco le stelle. Miriadi.
Meglio visibili da qui, verso orto, il lato delle falesie che scendono a mare, non schermate da questo lato, tutto buio, ché non offeso è dalle luci della cittadina, che ai piedi s’estende del promontorio, ma dall’altra parte. E questo cielo è ora come un immenso spartito d’una melodia di mille e mille note, ma leggervi occhio umano non sa, né ode il canto di lode a te delle festose tue stelle. E sono forse occhi d’angeli queste e forse una invisibile fata per cenni indugia sull’una o l’altra nota, e quella sollecitata, col brillio suo risponde, e quelle più lontane fioche appena fan bordone con le lor note di basso continuo, velato, accennato appena. Che sia melodia non di suoni, ma di luce? E certo l’anima s’imparadisa a tanto incanto e vero crede di star laddove luce e suoni confonder potrà. E allora inutili diventano le parole! E’ posto cui portare la compagna dolce, e aspettando delle stelle il concerto misterioso, al pari di altri giovani innamorati, ché giovane è questo nostro amore, le direi delle erbe e dei fiori e degli alberi rivestiti di verde novello per noi soli! Sì, le direi molte cose, ma anche che tutto qui s’abbella per noi e s’incolora di gialli e di bianchi e che tenera e tiepida è quest’aria odorosa... E ora in questo mio sogno, vero vedo noi due qui star abbracciati ad aspettar le stelle! E così supini sull’erba molle,  addormentarci, apparenti dimentichi dell’amor fisico pur tanto atteso, che forse sogneremo, ma qualcuno forse ci vedrà sorrider dello stesso sogno e ci rapirà alle stelle, pietoso ché al risveglio questa realtà, pur ora fascinosa, non deluda tanta gioia promessa! E  sapremo che così ci è accaduto, perché la loro arcana melodia udiremo e vedremo allo stesso tempo, cullati tra le braccia tue in un sogno che fine aver non vorrà. E al mattino ci cercheranno e penseranno forse che dalle falesie il volo alle stelle avremmo spiccato, poveri fiori così recisi, che il tempo aveva troppo stropicciato! No, non saprebbero che evaporati siamo alle stelle, ché fiori sì dai petali stropicciati eravamo, ma rinati così, belli come fiori di cisto dal bocciolo appena usciti, che teneri petali spiegazzati al sole distendono. No, finiti non saremmo nella tenebra, può questa mutarsi in luce? E tu luce sei! Sì, prendici stanotte, insieme staremo sognando amore, come fossimo sul prato, dove io ci ho visti sognare or ora in un mio sogno a occhi aperti! Sì, evaporaci alle stelle!

mercoledì 18 aprile 2012

Mammona

E’ più facile che un cammello passi per la cruna d’ago...Ma poi che è questa cruna dell’impossibilità? Una porta stretta, difficile da varcare per un cammello con la sua soma, o il breve pertugio a misura d’anima nuda, che il tuo santo Antonio dice menare al regno dei cieli? Comunque non varca quella soglia il ricco, o meglio quel che ne resterà, quando la morte di tutto lo avrà privato e lo consegnerà, scialba figura d’uomo, mai al servizio della carità, per la scacciata dalla patria forse pur anelata, ma che forse s’illudeva potesse venirgli al pari delle altre cose, raggiunte facili in questa vita. Non definitivo, credo, l’allontanamento, ma lungo quanto il mondo lontanerà dopo quella morte, che eredità d’affetto certo non lascerà. Egli fatto non s’è veri amici per mezzo del Mammona, pur col lui generoso, ché, anchilosato, mai ha reso il suo disponibile alla carità, rischiandolo! E v’è un bel dire dai saccenti di cose vostre, che il figlio tuo non ha inteso stroncare la ricchezza alle radici sue tenaci e putride a un tempo, nell’animo dell’uomo decaduto, che, dopo la mitica disubbidienza, piombato è nella schiavitù reale del peccato, adducendo che la varietà della vita, che vede ricchi e poveri coesistere, è stata da lui voluta. E’ un errore grossolano, ché il dio non ha fatto così il mondo, ha solo permesso, forse per indurne la libertà, che così degradasse, fino al male completo! E noi chiamiamo peccato la propensione dell’uomo da sempre a questo male diffuso, quello che c’è ovunque e quello aumentato, amplificato dalla sua presenza. Sì, il figlio tuo permise il male, il regno di Mammona, questo regno, questo mondo, questa vita. Ecco qui noi, i più poveri, quelli vero diseredati di ogni fortuna terrena e quelli, tra cui sono, morsi appena, ma dolorosamente morsi, che se non mancano di un tetto, di veste, di pane, al fine pur si vergognano del poco, che pur hanno, e fino alla sofferenza e allo strazio di chi sa d’esser pur fortunato tra troppi bisognosi e tanto squallore, eppure egli, del poco che pur serra, non sa privarsene, troppa la paura della privazione di tutto, e diciamo tuoi eroi i pochi, che, come Francesco, l’hanno osato! Ed è bene per l’anima scoprirsi misera così, è l’inizio della guarigione, come affetta da una malattia cronica, al pari di quella dei lurchi, che tutto per sé soli rinserrano, nella cupidigia loro mai sazia. Sì, noi lo capiamo che abbondanza e fame più non possono coesistere insieme, ma nemmeno l’appena bastevole ha più diritto d’essere, se non diviene mezzo, piccolo che sia, della carità. Ecco, c’è un dio concreto a questo mondo, s’attorce nell’usura e nello sfruttamento, si gonfia nell’egoismo, s’ammanta di splendori, luccichii vanesi, e intanto succhia le gocce del sangue di quelli che ha irretiti, soggiogati, sedotti, e ne illude di riscatto la vita pur gabbata, mentre più e più misera la fa, se non la materiale, che talora benefica, a caro prezzo però, la spirituale, ché ne serra le pupille affinché non guardino il cielo, perduto, da sospirare. Ecco le icone tue, immerse in una mondanità vacua, attardarsi tra ridicoli vecchi danarosi che pruderie sol hanno e motteggiano la loro insipienza della carità alle lor mense crapulose, nelle spiritosaggini delle loro feste esclusive, che spassosissime quelle devono pur fingere, ché i vantaggi promessi, non tardino. Ripugnante vigliaccheria di concedersi non per amore, ma per far la voglia del ricco, per il piacere suo, da vecchio impotente, illuso di fermare la morte, stando tra bei giovani e tra le effimere cianfrusaglie delle sue dimore, che parlano, suonano, luccicano attraenti, ma che il ladro insidierà e il tarlo del tempo corroderà comunque e che nemmeno lui, il fortunato delle grazie di questo dio esoso, avvantaggeranno alla morte, che comunque sempre troppo presto sarà per il gaudente! Ma lo fanno nella disperazione. Sono quelle, che piacenti sanno d’essere, ma hanno avuto la sfortuna d’essere in basso nate, e non se ne rassegnano.
So di giudicare severamente, ma ogni donna reca di te e, se questo fa, ne abbrutisce così il riflesso. Sì, donna dovrebbe gelosa serrare la legge d’amore che le hai messo dentro, ché frutto ne dia, frutto d’amore, quando il corteggio del vero amore, pur povero, le busserà al cuore, e sarà, pur nell’indigenza, un accompagnarla generoso di tenerezze e soavità, che sentire la farà primavera, pur seguita da soli fiori di campo, i più belli se vederli si sa! Ecco io così sempre ho sognato la donna, e così è te che ho sognato... E oggi, che tra le braccia ho sicuro di te, ne trasalisco di speranza arcana, sì, che questa piccola donna sia tramite a te. Oh quanto sarebbe altrimenti stato trascurato, deriso, negletto l’amor mio, se tu non lo avessi raccolto e non me ne avessi dato concretezza tra le braccia di vera donna, questa che per me solo, dice e ridice d’essere! E tu da sempre bussato hai al mio cuore, ché lo aprissi non a leziose, che nulla sanno d’amore, quello dal cuore, se non il misero appagante le smanie loro, ma a donna vera, che dona l’amor suo solo a chi in lei crede. E senza te perduto sarei! Io non sono stato forse un forte, cresciuto nella mediocrità, me ne sono al fine contentato, pur avendo inizialmente lottato per liberarmene, ho pensato al mio poco, dimentico dei richiami della carità troppo spesso! Ecco è proprio vero, senza amore, il tuo, per questa donna, sarei perduto! Allora oso dire: “per te, virgo, sim defensus in die judicii”! Sì, lo grido e griderò ogni notte, e, ché non svegli chi accanto mi dorme, afono nel cuore insonne, almeno! E io mi dico, è passato il signore, ormai non torna per tutta questa mia breve vita! E’ deserto s’è fatto questo mio mondo, brancola la mia esistenza attediata e più lo farebbe, se sola e ancora pellegrina d’amore fosse, sì, questo mio, invero già posseduto, ma sognato da sempre che appagato potesse essere anche da altra donna, ma da quella ancora deriso, rifiutato, oltraggiato. Ed era il tuo stesso amore, che non chiedeva ricambio di concretezze, ma possibilità d’esserci, come proprio questa mia donna anche fa e mi dice, e io ripetuto a quella l’avrei, non temere, hai me! Ma brucia fin la morte quest’amore vero per questa piccola donna venuto da te, questa non fuggita, ma rimasta nonostante, esso fa luce in tanta oscurità e rumore di ilari stupidi. Esso risana ogni ferita e io condotto ne sono fino al per-dono, all’amore più ancora che ai detrattori è dovuto, ed esso non chiede ormai che approdare, così magnificato, alle tue stelle, che pur ci sono di là da questo cielo greve! Esso solo, “qui mihi dicit esse”, è garanzia che tu vero mia sei, e difenderai questo piccolo tuo sogno che io tuo sia, ché tu già lotti per non perdermi e per questo guida di donna m’hai dato, ché senza, sarei come smarrito in questa via tanto buia, sotto cielo tanto avaro di stelle sempre! Oh quanto lo dirò e lo ridirò così questo regno di Mammona! Fin a stancartene? Allora, cuor mio, mio altro e vero tu, bussa, bussa, insistente a questo forse sclerotico diventato cuore a par dei vecchi organi tutti, forse il metaforico anche di smemorata viltà, e fa ch’io sia, almeno in quest’ultima parte di vita, per la carità senza riserve, senza remore, ma generoso, pronto, opportuno! E mi guidi, tenendomi per mano, quest’amore!

lunedì 16 aprile 2012

La speranza

Com’era bello il tempo nostro primo, piccole cose, piccoli fatti, grandi sogni! Il vero tempo della contentezza!
E non ci pareva di urtare l’impossibile con le piccole pretese, né di conciliare l’inconciliabile con i piccoli compromessi, tutto era nuovo, bello e prezioso, e non sapevamo che avremmo avuto solo per allora occhi capaci di veder così questa realtà... E sfuggente era il nostro mondo incantato, ché tutto era effimero e come bolle iridescenti saponose anche la gioia nella spensieratezza di quei giochi, grida dietro a una palla, occhi in su verso un aquilone e lì il cuore... Sì, fuggiva quel tempo anche di prime pungenti amarezze da celare nella latebra del cuore per rimandarne la comprensione a epoche lontane, e siamo rimasti affamati e assetati di felicità! E ora punge la nostalgia di ritorni. E dove e come? Ecco, l’epoca adulta ci ha imprigionati, eppoi presto la lunga sera, che ci ha anchilosati. Malati siamo e più di sogni finiti in una fanghiglia gelida, che ne tarpa le ali. Ecco finiti siamo nel tempo dei dominatori superbi della natura, sempre ribelle però, e dei divoratori dello spazio, insondabile rimasto, e alla civiltà meccanica s’è sostituita l’elettronica, eppure fame e morte sono quelli, e più forse, di sempre. E dipende la vita dai fattori aleatori del mercato globalizzato. Ecco, non ha leggi prevedibili e adoperabili a mitigarne gli eccessi, somiglia a vento capriccioso, segue il si dice e il si teme, e va dove sentore ha di non sudati guadagni. Abbiamo fatto naufragio, arenati in bassure grigie e nella melma buia del prosaico e siamo miseri più di ieri, foglie al vento iroso, freddo in un inverno dello spirito che fine non vuole avere. E come uccelli nascondiamo la testa sotto l’ala per non vedere a cosa ci ha condotto la fiducia mal riposta in superficiali, fatui giocolieri della politica, quelli del frasario presuntuoso, buon curatori sol degli interessi propri. Ma c’è in questa vita tanto mutevole, precaria e misera, in cui l’esistenza va da sempre effimera per incerta via, qualcosa che duri più dei luccichii delle illusioni, della fragilità degli equilibrismi, che non sia il rifugiarsi nel sapere, che freddo s’è fatto nell’orgoglio suo sterile, degni i suoi libri più e più dei cento chiodi del noto film, o nei sogni tutti caduchi o tra le parole degli sciorinati valori spirituali, cui nemmeno quelli che ossessivi, dogmatici le dicono, sembrano più credere, almeno non nella coerenza del comportamento? Ecco, tra tutto ciò che si logora, è la sola speranza che può rimanerci, essa offre vero rifugio e asilo a cuore deluso, immeschinito, e mente stanca. E in che? Non certo in chi! Ecco, la speranza è che tutto ciò che fa la nostra pena del vivere qui, abbia un senso. Che ci sia un perché ultimo, che giustifichi, il dolore, la paura, la morte. Qui l’avidità e la sicumera del potere opprimono e siamo sempre più assillati dai bisogni che appena ieri parevano sopiti, soddisfatti un po’, e siamo di nuovo tormentati da quelli più semplici e vitali e daccapo è lotta per il poco e l’insufficiente. Sì, dacci il nostro pane quotidiano, è preghiera di pregnante attualità! Avremmo bisogno d’aria pura, lontana dai miasmi, dai contagi che corrompono vita e anima. Nulla può lenirci l’angoscia, usciamo all’aperto, verso i campi assolati della prima giovinezza! Ma dove ne sono rimasti? Il nostro par proprio un pellegrinaggio tra grovigli di smarrimenti, incertezze e le paure di sempre che ci divori la fame, la malattia e l’abbandono. E tutto quanto si dice è opinabile, è un mondo di affermazioni tutte dubbiose, che non reggono alla critica e alle smentite. Ed è scura la via, scuro s’è fatto il mareggiare del tempo. Ma se conserviamo la speranza d’una stella, ecco forse scorgere la potremo e ci indicherà una via, una rotta a un porto. Ecco, madre divina, tu sei la mia speranza! M’hai solo illuso di gioiosa dolcezza d’amore? Ma da dove venuta sei? Morta è la lettera e mute le dipinte, e distratte le icone tue viventi. Eppure una invitato m’ha. Mi ha invitato a sgranchirmi, camminare, salire. E come e dove e verso quale vetta? Verso il suo cuore, vicino, lontano, inafferrabile! Ecco gli occhi suoi sono i tuoi, la stella! Possibile che tutto si risolva in un tu? Nella fortuna di trovarlo? Resta il carattere arcano dell’universo, restano freddo e incertezza, i problemi non sono risolti, ma la speranza s’è fatta consistente! Abbiamo nostalgia d’una realtà di bene e rinasce irrefrenabile, sì, abbiamo daccapo, come bambini, la vocazione alla gioia! Ma dove, quanto lontana? Quanto la profondità di questi occhi che mi guardano ancora incantati. Ed è bello questo viso, pur con qualche ruga, pur coronato da capelli che bianchi vogliono essere e che lunghi, come quelli fascinosi da ragazza, più non vuole portare. Sì, quella ragazza cui non sapevo come parlare, m’attraeva e mi respingeva con la sua giovinezza acerba e ignara, forse dalla mia non vero troppo lontana, ma che  sentivo d’aver perduto dietro a lucciole deludenti, vecchio diventato improvviso per l’amarezza d’aver corso dietro a vaghe farfalle e luccichii. Ecco è lei sola che mi da’ certezza che tu sei per me, ché palpita il suo cuore dei palpiti tuoi e le sue parole or dolci poi amare, compresi gli immancabili rimbrotti, sono da te che vengono! Ed è fresco e luminoso questo mattino che mi sveglia con lei assopita ancora e rannicchiata tutta, lo è nell’anima mia e tutta l’indora, e posso innalzarti lo sguardo, o dio sconosciuto! Sì, grazie di questo tu, della sua fortuna! Ora so, tu sei la verità e la vita e non ho altra via che questi occhi di povera umanità, di fragile dubbiosa donna, quelli che mi interrogano e mi rispondono a un tempo, e non sanno di esser di tanto capaci! E se dietro le vado so che è te che seguo e posso ben dirti “trahe nos virgo immaculata post te curremus in odorem unguentorum tuorum”!