È
un po' che questa riproduzione d'antica icona bizantina guardo. La
madre ha lo sguardo come interiorizzato, all'apparenza vago, non
rivolto ad alcun oggetto. Forse beatitudine esprime di chi l'ha in
sé, ma al momento non ne dispone da farne dono. Il figlio, piccolo
adulto, le sta in braccio e guarda in alto a qualcosa di un
improbabile cielo. È sì sacra, fascinosa rappresentazione, ma è
bella per se stessa, penso nulla comunichi, nulla doni, non è per la
preghiera mia, che ha bisogno di sentirsi accolta! Io prego sì per
chi qui ha salvezza minacciata, così per il figlio mio, difficile e
precario il lavoro suo, e per la madre sua, che si consuma d'amore, e
per chi li ama, ma ho bisogno, per farlo convinto, con calore, di
sentirmi perdonato. E allora devo chiedermi se quella del cielo
benigna già mi sia stata, con l'agognato sorriso suo già
preziosità dell'anima mia. Sento d'avere nel cuore qualcosa di
grande con cui avallare il mio desiderio, la possibilità di
perdonare quelli da cui male ho avuto, quelli da cui ho sofferto,
perdono avendo già chiesto fino al pianto per quelli che ho offeso.
Basta? Lo deve! E vi aggiungo tanti sospiri dalla mia sincerità con
gli occhi daccapo velati. Perché? Se così non fosse, una
contraddizione vi sarebbe nella mia fede, io, gli avversari della mia
pace perdonati tutti, più benigno sarei del misericordioso, senza il perdono suo! E allora
sorrido di questa bizzarra congettura, solo logicità della mente, e
cerco la amorevolezza del cuore lasciando i grani scorrere delle mie
“ave”.
giovedì 2 aprile 2020
sabato 28 marzo 2020
Sogni
Per
la vita tutta, anche se difficile o sgradevole il vissuto, i sogni vi
fanno compenso, con piccola gioia anche in duri, tristi momenti come
questo. Questa capacità è realtà dell'anima, assai fiorente nella
prima giovinezza, e l'accompagna sempre. Nelle traversie subite è
come luce che la tenebra, che pur c'è intorno, spegnere vorrebbe,
la caligine, che ottenebra la vista, offuscare, il gelo del cuore per
l'indifferenza degli altri, schermarla, ché calore non irradi. Ciò
finché la fede non l'esalta vincente sulle minacce. Ecco è allora
che si sogna nella meraviglia quel che si vive e l'appena dopo si
attende tutto di bene. La piccola dirimpettaia c'è ancora e aspetta
l'inviti per una corsa nei campi di primavera. Mio fratello c'è e
perfino piacevoli i rimbrotti suoi, e giovane e bella è la madre
nostra col sorriso suo e forte e sicuro nostro padre, sempre un po'
imbronciato da parer severo. E più in là, eccomi nei miei primi
approcci con la ragazzina cui non so dire che parole, frasi rotte
dall'emozione e balbettate. E poi rivivo più vivaci ed esaltanti
tutti gli eventi belli con i brutti non scordati, ma forte attenuati,
e l'amore e la storia sua con questa donna. E dio? C'è dappertutto e
non lo vedo, da qualunque parte mi rivolga! Allora io lo prego mi
insegni come giungere a lui, e, saputa la via, mi doni il viatico,
che mi sostenga. Anche l'invoco che si faccia luce evidente e che io
mi perda nell'abisso della chiarezza sua. Luce che illumini le cose
tutte nella così risaltata bellezza loro e che estingua ogni ombra,
ogni caligine residua dell'anima e l'ignoranza che da sempre
l'appesantisce. Quella che mi impedisce di star dietro, di correre e
raggiungere e stringere la madre sua, ché più non m'abbandoni.
mercoledì 25 marzo 2020
In questa pandemia
A
volte, e questo è uno di quei momenti, mi sconcerta che intorno m'
accada anche solo un po' di negativo, o tragico addirittura, e
m'angoscia. Ché m'aumenta la paura di non sapervi rispondere in modo
adeguato, dacché esisto qui con tanti problemi di corpo e spirito. È
però ora che mi chiedo che sia questo dire di me e di chi m'è caro,
come la donna mia, a chi non vedo, né sento. Sì, che è per me
pregare? Che è la fiducia che mi fa, con i modi, le pause, i sospiri
suoi propri, parlare con la preghiera? È fede, mi rispondo, e in che
e chi è ciò che vorrei saper ben dire. Sicuro è la certezza che
l'umanità tutta, oggi più che mai minacciata, ha che la sua
ragione, e ben so da chi le viene tal dono, prevarrà sul male che
l'opprime. Sì, che essa trovi ancora e sempre una soluzione ai
problemi che angosciano, come quello che ora dilaga orribile. Ma per
me credente c'è un che in più. Quale? So di esser, un legno,
navicella solitaria in mare, che, come al momento accade, può farsi
scuro e procelloso sotto cielo senza stelle. Ma che questa mia sempre
possibile realtà, oggi più che mai concreta, sta in una verità. Il
mondo tutto, nel suo divenire, è pur esso nave, ma galleggia in
tutt'altro mare, nel bene di quella ragione che il tutto ha voluto e
fatto! Ecco che mi dice in più la fede, la vita, al momento ancora
più precaria, quando, dove non so, ma sarà di nuovo e in mare
immane, un bene senza fine, sì, nell'amore, che chiamiamo dio!
mercoledì 26 febbraio 2020
Vivere la trinità.
Chi,
mi chiedo, può adeguatamente esprimere a parole ciò che il legame
vissuto attua tra le anime di quelli, che vivono qui l'amore? Occorre
esserne esperti! Quanto io lo sia non so, ma che so? Questo afflato
tra due c'è, accade, si manifesta e nei piccoli avvenimenti della
vita comune e di fronte a suoi accadimenti che vero la turbano,
sempre, è la loro vita! Quando questo legame forte è tra anime
complementari, entrambe fiduciose che questa vita in questo suo
strano palcoscenico, che è il mondo, significhi qualcosa di vero
importante, sia anche premessa a un oltre senza più affanni e
dolori, perciò quando entrambi credenti in Dio, allora c'è più
ancora, significa anche altro. Cosa? Noi crediamo che qui proprio,
visivamente in un'epoca ormai lontana, il Cristo abbia manifestato
Dio, con parole e azioni di bene, e col sacrificio finale che vincerà
il male, Giuda apostolo impulsore, sebbene col suo tradimento. Oggi
il credente pensa Gesù accanto e dentro ciascuno di noi nell'attesa
fiduciosa che il regno da lui promesso più oltre non tardi. Se il
credente si chiede il rapporto del Cristo con Dio, egli è certo che
Gesù stesso Lo esprima da sempre, allora due millenni fa, nell'oggi
dubbioso e così oltre, ché è il Figlio del Padre, come lui stesso
Lo chiama nel rispetto della cultura del tempo suo, o il Figlio della
Madre che lo ha generato prima di tutti i secoli. Io, che lo credo,
posso vivere (e mi consola delle tante contraddizioni di qui, spesso
subite, quando proprio adesso questo mio paese Italia vive un altro
momento difficile della storia sua) il legame d'amore tra me e la
donna che la vita m'ha dato, come immagine stessa della Trinità
creduta in Dio. Inaudito? No, certo! Lo Spirito è il legame
ineffabile tra il Padre-Madre e il Figlio. Se l'uno di noi sta per il
Padre e l'altro per suo Figlio, in ruoli scambiabili dal momento che,
come ben affermato, nella fede non c'è più distinzione di genere,
né più maschio e femmina, Egli (o Lei nella lingua originaria ai
tempi di Gesù), lo Spirito, sta tra noi! Sì, quello che mi lega nel
bene, sempre invocato ché possa essere evidente manifesto, alla
persona qui amata, a questa mia donna, ne è l'immagine palpitante, è
lo Spirito, ora e qui proprio! Credo questo e ne ho serenità e
gioia, e le vorrei per tutti quelli che, amandosi, possono avere la
stessa consapevolezza, e prego l'abbiano! L'uomo, come fa qui la
vita stessa, non separi quelli che Dio stesso ha unito, sono
l'immagine Sua!
martedì 18 febbraio 2020
Che m'accade al tramonto
Assai
è dolce, in questa quiete di mite fine giorno, ascoltare gli ultimi
cinguettii di primi approcci amorosi in questo tuo giardino. Così lo
è riaverti in questo vagare dell'anima mia pur ora che lontana mi
sei. E vado da te alla sconosciuta del cielo, ma dirvi non so il mio
sentito, ché parole nuove vorrei per esprimerlo. Ma chi è esperto
d'amore sa che intendo, quando la mente nulla richiama di
appropriato. Sì, forse così povere perfino le parole del cuore,
quelle tenute gelose per voi due soltanto, mentre dolce compenso c'è
nel perdersi in questi motteggi d'amore di uccelletti innamorati, che
pensare mi fanno a voi, ché l'anima tutta è presa dalla presenza
vostra. E prego e penso e accompagno le consuete parole con quel
che ho nell'anima!
domenica 2 febbraio 2020
Dove, quando lontana mi sei?
Piccolo
giglio, trepida creatura,
Occhi fatti per i cieli,
Proprio tu baratti
Ai quadrivi, sotto livide luci,
Il tuo corpo ancora di bambina.
E ti prostri ad un'umanità imbestialita,
Che disfiora senza lusinghe o prologhi d'amore.
E ti ghermisce, sebbene acerba,
E ti divora feroce,
Straziandoti con voluttà da spavento.
E dopo tanto peregrinare
Forse su gelide coltri
Il bel capo poni
E le membra provate.
E l'anima senti sfinita, offesa
Quanto il bel corpo violato
E ti prepari ad un sonno senza sogni,
Pausa dall'incubo
Di sozzure immonde
Ove, costretta,
Bruci effimera giovinezza.
Chi sei, ti so io?
Sì, veduta t'ho altrove,
Un'icona ti somiglia.
Qui come i tuoi, dolci occhi di bambina.
Ma le vesti ora eccessive, composte e caste,
E le mani solo mostrate, atteggiate in preghiera.
E' proprio la piccola madre,
Così come ingenuo artista la vide.
E ora serena indulge
Sulle miserie che vede,
Con sorriso misterioso...
Un cero, pochi fiori di campo
Per questa povera immagine
Non di tempio pomposo,
Ma di un'edicola di strada,
Che pietà remota pose.
E tu, madre mia bambina,
Che sei quella d'ogni pena, qui negletta
Da poco solerti custodi,
Forse davvero da lì scendi ogni sera,
Quando pur dormono
Occhi supplici di altre madri,
E sola te ne vai per vie di mondo fangoso,
Per proprio essere in chi, vinta,
Nuovo scempio permette di sé
A rinnovata rabbia di lenoni
E vogliosa astuzia di serpi.
Occhi fatti per i cieli,
Proprio tu baratti
Ai quadrivi, sotto livide luci,
Il tuo corpo ancora di bambina.
E ti prostri ad un'umanità imbestialita,
Che disfiora senza lusinghe o prologhi d'amore.
E ti ghermisce, sebbene acerba,
E ti divora feroce,
Straziandoti con voluttà da spavento.
E dopo tanto peregrinare
Forse su gelide coltri
Il bel capo poni
E le membra provate.
E l'anima senti sfinita, offesa
Quanto il bel corpo violato
E ti prepari ad un sonno senza sogni,
Pausa dall'incubo
Di sozzure immonde
Ove, costretta,
Bruci effimera giovinezza.
Chi sei, ti so io?
Sì, veduta t'ho altrove,
Un'icona ti somiglia.
Qui come i tuoi, dolci occhi di bambina.
Ma le vesti ora eccessive, composte e caste,
E le mani solo mostrate, atteggiate in preghiera.
E' proprio la piccola madre,
Così come ingenuo artista la vide.
E ora serena indulge
Sulle miserie che vede,
Con sorriso misterioso...
Un cero, pochi fiori di campo
Per questa povera immagine
Non di tempio pomposo,
Ma di un'edicola di strada,
Che pietà remota pose.
E tu, madre mia bambina,
Che sei quella d'ogni pena, qui negletta
Da poco solerti custodi,
Forse davvero da lì scendi ogni sera,
Quando pur dormono
Occhi supplici di altre madri,
E sola te ne vai per vie di mondo fangoso,
Per proprio essere in chi, vinta,
Nuovo scempio permette di sé
A rinnovata rabbia di lenoni
E vogliosa astuzia di serpi.
Affrancala,
tornami nel cuore!
Quanto
so di te?
So
che veicoli l'amore divino, e tu stessa lo sei.
È
poco, è tanto?
Ecco,
è tutto quanto so dell'amore!
È
quanto il cuore lacrima,
Sapendo
perché mi sei lontana.
Stai
in chi più non prega,
Vessata,
avvilita, intrappolata dall'egoismo diffuso.
Sì,
con lei non più giglio,
Ma
piccolo, combattuto fiore di campo.
Uno
strappato al verde,
Alla
speranza, alla vita...
Uno
degli appena odorosi
Alla
mensola della tua icona.
martedì 28 gennaio 2020
Mormora il cuore
T'ho
invocato come per frescura e rugiada
Un campo arso da torrida canicola...
Ho invocato attenzione, comprensione, pace.
Se qualcuno da lì mi ha risposto
Un campo arso da torrida canicola...
Ho invocato attenzione, comprensione, pace.
Se qualcuno da lì mi ha risposto
Non
so, e taccio ora, delusi occhi e orecchie.
Che sono?
Un nome, un nome semplice,
Che qualcuno ha scritto,
Che sono?
Un nome, un nome semplice,
Che qualcuno ha scritto,
Ma
effimero, incompleto,
Interrotto,
appena una sillaba come su battigia,
E ha poi scordato.
O, come suono, pietoso pronunciato,
Per le vie paurose del mondo,
E ha poi scordato.
O, come suono, pietoso pronunciato,
Per le vie paurose del mondo,
Che
udito nessuno ha o voluto.
Avessi da nascondere peccato vero come i malvagi
E duro essermi stritolato nella penitenza come i santi!
Ma mediocre, solo con voce da querulo
Il tuo cielo ho implorato e disperato ne sono restato.
Avessi da nascondere peccato vero come i malvagi
E duro essermi stritolato nella penitenza come i santi!
Ma mediocre, solo con voce da querulo
Il tuo cielo ho implorato e disperato ne sono restato.
Ma
in tanto affanno ora s'affaccia
Un
affetto lontano, perduto senza colpa
Come
lacrima non più trattenuta.
Vuol
stare tra le cose belle di questo amore,
Mio
senza merito, ma che pur geloso conservo.
Ma
la dolcezza più non apprezzo,
E
le care immagini il cuore più non sfoglia,
Ché come un deserto, e tenebroso,
Pare diventata l'anima mia,
Ché come un deserto, e tenebroso,
Pare diventata l'anima mia,
Ricordi
senza colori, parole come sterili suoni,
Tutte
cose senza più vita...
A chi dirò questa pena, questo gelo,
A chi racconterò ancora di me?
Forse solo a mia madre dire potrei,
Del cammino tragico fin qui,
Senza soste, ristoro o conforto, senza perdono...
E, paziente da lei l'ascolto, riavvertire speranza dolce
Da teneri occhi.
Ma più non l'ho!
Vuoi esserlo Tu?
A chi dirò questa pena, questo gelo,
A chi racconterò ancora di me?
Forse solo a mia madre dire potrei,
Del cammino tragico fin qui,
Senza soste, ristoro o conforto, senza perdono...
E, paziente da lei l'ascolto, riavvertire speranza dolce
Da teneri occhi.
Ma più non l'ho!
Vuoi esserlo Tu?
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