sabato 14 maggio 2016

Sul diaconato alle donne


La società antica era tutta per la prevalenza del maschio. Ma spesso questa diventava prevaricazione su altri, da parte anche di donne, perché permetteva l'eredità di fortuna e meriti ai discendenti, maschi e femmine, di personaggi benemeriti, eroi anche, del passato. Ne venne la casta, nobiltà chiamata, che finì col diventare in prevalenza parassitaria! Per la donna comune c'era un ruolo peculiare, che tutto doveva impegnarla tanto da non permetterle nemmeno di sognarne altri, un ruolo importante, ma subordinato. Fu così per molti secoli, anche dopo la rivoluzione francese, intesa ad abolire la casta fino ad allora dominante a favore dell'emergente, la borghesia, aperta però,  quanto quell'altra chiusa era stata ed era. Pure in seguito personaggi, che parevano illuminati, non liberarono la donna affatto, confinandola al ruolo tradizionale, così Napoleone. Perciò lungo e tortuoso da sempre il cammino d'emancipazione femminile fino ai giorni nostri! Ed è d'oggi l'annuncio che la possibilità del diaconato femminile nella nostra chiesa diventi degna di approfondimento! Da parte dei teologi d'oggi, che paiono ignorare il ruolo della donna nella chiesa primitiva... Io, giovane ricercatore di matematica, mi chiedevo perché la teologia non fosse più materia di insegnamento universitario e perché la ricerca in quel campo non fosse più attuale da parte dei nostri studiosi. Mi fu risposto da persona saggia, che era non più scienza perché cristallizzata, senza possibilità di mutamenti, insomma che tutta quella materia, non era più aperta, era solo un ripensamento di verità acclarate! A me anche oggi tutto questo sconcerta... Ecco noi invochiamo lo spirito del cristo, che chiamiamo santo, facendone persona, cioè esistente di per sé e da lui addirittura indipendente, mentre volutamente ignoriamo la persona divina, che sta accanto al figlio suo, che lo generò qui e lo genera da sempre, la sua “imma”! Questa , Maria qui chiamata, spese la vita in discretezza e umiltà, nella società maschilista in cui le toccò vivere. Dante, in una sua felice espressione, la riconobbe “più che creatura”, ma ha, oggi almeno, riconosciuta la vera sua dignità di ipostasi divina col figlio suo dell'unico dio?

Riconoscere questa verità ufficialmente permetterebbe alle credenti non di chiedere con forza l'adeguamento ai tempi, ma il ritorno alle possibilità che Maria loro aprì, facendosi carne col figlio suo, per donarle a lui, perciò al dio cui da sempre appartengono. Nel racconto biblico il dio creò l'”adam”, il “terroso”, tratto dalla terra, che restò maschio solo alla separazione dei sessi! Fa sorridere dover precisare questo? Ma non v'è chi afferma che il dio, il puro spirito autore del tutto, della nostra intelligenza o stupidità perfino, sia maschio avendo creato il maschio a sua immagine, da cui trasse la donna? Sono solo affermazioni spudorate di certe confessioni che pur si dicono cristiane? D'accordo! Ma se non si fa completa chiarezza, forse ancora verranno nostri papi, anche santi, che rifiuteranno il giusto ruolo alla donna nella nostra chiesa, perfino l'antico diaconato!

domenica 8 maggio 2016

Una confessione dovuta


Io, che sempre parlar voglio del dio, sento che debba far conoscere qualcos'altro di me, ma anzitutto farne chiarezza a me stesso. Come, con quali parole sincere? Questa necessità imperiosa di sincerità mi fa capire quanto del dio io abbia bisogno e quanto col mio fare, il mio dire e scrivere, che nulla hanno dell'innocenza del bambino che ho cercato di rimanere pur tra tanti lupi, ma la cui mancanza però responsabile mi fa, al pari di loro, di questo mondo tanto inaffidabile, io in verità gli sia molto lontano. Perché? Io so di mentirgli almeno in parte, e che distante lo mantenga dall'anima, pur assetata di lui, da quando divenuta è ossessiva la preghiera di conservar al cuore il suo solo amore. Sì, son difficili da scovare le vere oneste parole che dir vorrei, pensandomi da lui ascoltato, complice quel connubio inestricabile di realtà e fantasia accesa, che fa di me il sé, l'anima, e più ancora quella sua parte che è il suo cuore, il sito dei fatti più riposti e celati, che appena s'apre con il dio, sperato sempre paziente a udirlo, e che forse nemmeno io stesso del tutto conosco! Sì tutto avverto mistero, soprattutto quello che ho dentro! Proverò allora! Come? Col ricordar queste lontane parole,
Notte di stelle cadenti, notte di desideri...Tu solo, Signore sai a quante stelle stanotte s’affideranno ingenui sospiri e quanti giovani sogni come queste cadranno! Bambino, i miei pensieri quell'estate erano per la piccola ospite della casa di fronte. Io non sapevo il perché delle bambine, ma quegli occhi neri, null'altro ricordo di lei, mi attraevano e m’arrampicavo sul muretto per sbirciare nel suo giardino, quando la strana cantilena dei suoi giochi sentivo...e me ne stavo appiccicato alla rete ed ella mi ignorava e io mai le dissi parola. Ma quell'estate finì e sul muretto un fiore trovai, così la seppi partita. Né più la rividi. Tu ne sai il destino. Tu ne sai i desideri che forse affidò a simili lacrime di fuoco in notti come questa...Ma vorrei che quegli occhi non avessero pianto mai.
La cantilena dei sogni di quell'estate vorrei ricordare, ma solo quegli occhi e null'altro di lei più so!

Ecco, se a me stesso spiegare dovessi l'attrazione per le donne della vita tutta, ricorrerei a parole simili alle riportate, scritte anni or sono sul mio blog. Ma, benché chi m'ascolta insieme al dio, forse si sforzi d'essere comprensivo delle ragioni che motivano l'apparente mio rimpianto, provando ad anticiparsele, solo il cuore lo è davvero, cioè può intuirle, il loro e il mio, e ingannarli non posso! Devo il vero a me, agli altri, al dio! Allora è al mio che chiedo, Ho davvero cercato la smarrita bambina in tutte le avvicinate donne della mia vita? Ci deve essere del vero! E una, occhi neri, c'è davvero stata, ma da lei mai palese il dono atteso, il suo bel fiore rimase a me celato... Poi una piccola donna è venuta, benché occhi neri non abbia, mi ha dato il fiore sperato, il cuore suo, senza esplicita richiesta e io col mio povero amore, ridivenuto d'incanto ingenuo, ho ricambiato la gratuità sua, e la spero tuttora ché la credo pure oggi vero innamorata nel profondo, con l'anima, che le suggerisce per me ancora il desiderato dell'oggi! Altro non voglio ricordare, sì, le sofferenze che pur le ho causato e che sicuro le causo ancora! Ecco quanto all'antica, rimastami a lungo solo sogno, dir vorrei, qualcosa di molto ingenuo sicuro, ma a lei, piccola rimastami nel cuore, adeguato, Al fine t'ho ritrovata, piccolo sogno di tarda estate! Ma capirebbe questa, sola sua immagine, sì, questa mia donna, se le ripetessi queste parole, in vero destinate proprio a lei e solo così a quella che ella anche significa per me, quelle che mi detta per lei, e così anche per l'altra, questo tanto provato e strano mio cuore? E le donne che tuttora avvicino, benché timido rimasto, quindi non senza intima difficoltà, capirebbero della ricerca mia interrotta e che cosa mi motiva oggi, all'apparenza continuandola? C'è una ragione sola, la paura di smarrire ancora il mio piccolo amore, pur fattosi concretezza! Ma perché questo simulare interesse per altre donne, che solo per me stesso deve avere senso, ma tutto da svelare, sì, il dover comportarmi come ancora a cercarlo stia, pur tenendo questo piccolo amore ben stretto, e sapendo infruttuosa sicuro una sua ricerca tardiva, se lo perdessi davvero ancora? Forse a me accade come a nevrotico, ai rituali suoi compulsivi spinto, cosciente dell'inutilità di gesti e parole che li accompagnano, eppure ossessivamente doverli ripetere! Ma se v'è del vero nel supporlo, deve esserci qualcos'altro ancora..., che? Sì, ben so che qui proprio, tra queste donne, che tanto comprensive all'apparenza paiono con chi, pur avanti negli anni, è con loro gentile, ormai non sarebbe più rintracciabile l'amore, qualora perduto. Ma dove allora? Solo forse tra speciali stelle, quelle che il cuore si finge, simili a quegli splendori che nelle notti serene si specchiano talvolta in questo nostro mare, chiuso da monti ma raro del tutto tranquillo. Così proprio mi diventerebbe il cuore, fattosi sereno, specchio rassegnato di metaforiche stelle, affetti, amori, preziosità smarrite! E allora io, che con la pace del rassegnato, che pur continua a vivere per ricordare amaro la felicità perduta, mai lo vorrei, dovendo allora ammettere irrimediabile la perdita dell'amore e la mia incapacità a trattenerlo, mi impegno in vaghezze fuori del mio giusto tempo, forse per mantener questo cuore se non lago agitato, sicuro increspato, e se non da carezzevole brezza, da ben altro vento, almeno fresco nel linguaggio del mare, col chiedermi, Che mi risponderà quella e da quell'altra che attendermi dovrò? Ma così sulla superficie sua il cielo, quello anche delle persone care svanite nei pungenti amari ricordi frammentari, che forse ad attendermi stanno là dove, al momento, paiono irraggiungibili, specchiarsi non potrà! Allora è così che esorcizzo, quasi come in un rito pagano, la paura di non essere ascoltato dal dio vero e dovermi rassegnare alla perdita di questo amore, ché tutto mi sembra voglia insidiarlo nonostante geloso lo custodisca, impegnandomi volutamente in cose che solo all'apparenza son del ben fare e dire e per cui pago certo uno scotto, quale? Sicuramente il rischio del ridicolo! Che fare è allora questo mio, che sembra impegnarmi poco o addirittura molto? Proprio quello che si esplicita nel dire incauto a quasi tutte le incontrate qualcosa sì di gentile, ma in fondo di inutile, se non sciocco, vago sempre, quasi volutamente mellifluo, come uscito da cuore sì innamorato, ma di donna non presente, custodita immagine nella mente, anzi nell'anima, o nel cuore di questa, e solo a lei ben rivolto, mentre io lo spreco, ché sicuro sarà poco o per nulla capito, quando non sgradito riesca, da animi non predisposti ad accoglierlo, dove, quando? Alla mia passeggiata, quasi giornaliera. Come sia meglio lasciar intendere a tutti quanto delle donne tutto, fisico e lor psicologia, mi attragga ancora, ma in fondo da conscio vanesio! Autentica solo un po' quest'attrazione, o forse più, quanto la vanità della millanteria che fatale l'accompagna!

lunedì 2 maggio 2016

L'amore del nostro cristo


Che accadde quando il cristo strappato fu dalla privilegiata vicinanza, dal rapporto di fiducia reciproca col dio e padre suo e di tutti, dalla cattiveria proditoria dei suoi e dalla complice vigliaccheria romana? L'abbandonato sulla croce, pochi gli astanti a piangere quel supplizio con la madre sua inconsolabile, cercò ripetutamente con lo sguardo, che spegnersi voleva, lui morente, nel cielo che s'incupiva, un segno del padre suo, che però non venne! Ma che, alla terribile domanda del perché del suo abbandono, che noi tutti suoi eredi gli ripeteremo morenti in tutta la pregnante angoscia del momento, solo rifugio trovò per il suo pianto nel lago di quel cuore, che con ultimi disordinati battiti rispondeva ancora amore a tanto deluso dolore! Ecco, di simile accade nelle vite più sante, quando il cristo, pur avvertito da sempre accanto, si vede allontanarsi e rimpicciolirsi nella figura sua, effetto sì apparente, ma reciproco con chi si distacca dall'amato suo ponendogli una distanza sempre più grande dal proprio sé. E piange chi deve rimanere e arriverà disperato a chiedersi del perché dell'abbandono al dolore e alla solitudine, avvertita anche quando possibile e sincero il conforto umano! Ma se l'abbandono, così dovuto rivivere dal cristo, in cui egli diventa chi si allontana, abbandona, mentre nell'antico veniva abbandonato, fu necessario allora perché il dio potesse far sua quella morte e condividerne quella provvisorietà, che la resurrezione avrebbe interrotto, che significato ha l'attuale, quando altrettanto radicale comportamento prelude a una morte desolata e anche solitaria del lasciato al suo destino? E mentre per il cristo non ci fu che l'abbraccio postumo della madre sua senza poterne avvertire il calore, forse a noi tutti sarà dato di ritenere possibile, perduto il figlio, di poter essere consolati, stretti dalle braccia della madre sua, quindi soli solo nell'apparenza? Tenterò una risposta! Ma intanto mi chiedo, Lui, che in ciascuno vicaria il padre suo anche nell'ultimo suo nascondimento, da “deus absconditus” seppure sempre presente, fu mai cosciente della sua origine divina? O fu allora per lui come ancor oggi è per la madre sua, persona divina quanto il figlio suo, eppure mai cosciente della preziosità dell'anima sua, anche mai sospettabile da alcuno in lei per l'umiltà sua, ma nemmeno mai evidenziata postuma forse per l'incredulità ottusa di chi dovrebbe riconoscerla? Solo, credo, alla resurrezione, mai prima ne avvenne la consapevolezza! Sì, solo allora egli fu cosciente di non essere stato richiamato alla vita, novello Lazzaro, che lo fu però proprio da lui "a monumento foetido", ma di averne dentro il principio vivificante, quello da lui sempre chiamato padre!
Sicuramente ne fu vero consapevole quando dichiarò, “Ego sum resurrectio et vita”, chiunque crede in me, anche se morto, vivrà! Era allora ben conscio della portata della verità di quest'affermazione! E si noti che egli non disse, Io do la vita, ho questo potere concessomi da sempre, e la posso ridare , quando perduta! Non richiamava già prima, ad essere ancora, i morti? Ma affermò di essere la vita, origine e supporto di ogni vivente, e che la ridarà all'innocenza, e tutti gli animali lo sono con i vegetali, e anche a chi ha fede in quello che egli è, l'amore del dio stesso, che non ha più necessità di distinguersi da lui nell'avvertire il bisogno, che tutti hanno del bene, e nella volontà di concretizzarlo. Perciò mai distruggeremo una vita, se non nell'estrema necessità! Anzi l'aiuteremo a conservarsi, fosse quella dell'essere più inutile o anche spregevole, quanto la vita di uomo vero cattivo! E ancora, diventati per illuminata scelta, come Francesco, rispetteremo ogni cosa sotto al sole, anche chi è pietra!

Ecco, il cristo, l 'amore risorto, riappare a confortare della presenza sua tangibile, tra i suoi timorosi ben celati, a porte ben serrate, increduli dopo il racconto di Maria, ma incerti anche dopo che i due accorsi avranno confermato vuoto il sepolcro, e sta proprio tra loro come la condizione sua novella gli permette, e si lascerà poi anche toccare nei fori del suo supplizio dall'incredulo del racconto di averlo rivisto vivo dei suoi, Tommaso! Ma poi, in altra occasione, anche dovrà ancora rassicurarli d'essere come loro, mangiando del loro pescato! E quando sulla via di Emmaus parla con discepoli, che lì per lì non lo riconoscono, ma solo alla sosta e nell'atto di spezzare il pane, prima che si celi alla lor vista, certo egli vuole significare di appartenere a una nuova realtà, ma che anche sempre sarà con due o tre riuniti nel nome suo, anche se non nella forma d'aspetto umano. Questo manifestarsi e velarsi, questo voler dire e non poter farsi capire sarà tipico del rapporto suo col credente di ogni epoca e allora potrà accadere di cercarlo ansiosi e non scoprirlo più vicino, e, come mai prima, di ritenersi abbandonati, mentre lui ci sta proprio nel cuore, che nonostante il vissuto, non ha mai lasciato! E questo è ancora allontanarsi, come il padre fece con lui, il doverlo fare ancora con lo scopo duplice di far percepire l'angoscia dell'abbandono, nella amarezza sua tutta, all'abbandonato, che fede nel ritrovamento dovrà avere più ancora, eroica quasi, e a chi abbandona, a lui proprio, la desolazione, la tristezza del distacco, irresistibile volontà di ritrovare l’amato, perdonandogli falli dalla libertà donata permessi! Ma perfino la paura di non potere farsi percepire nemmeno come la madre sua farebbe, accogliente sul suo caldo seno il morente in sempre troppo grande dolore! Ecco, credo questa sia la risposta al che cosa fa la peculiarità dell'amore del nostro cristo. Poiché esso ogni amore umano include, deve essere quella che esso è niente affatto esentato dall'angoscia, come può sentirla solo ogni vero umano amore di fronte all'estremo, la morte! Così si rivede abbandonato morente e teme possibile ancora solo postumo l'abbraccio della madre sua e nostra! Sì, io proprio con fiducia posso affermarlo, La pietà tua,o mio dio, mi sosterrà nel mio momento estremo, che avvertirai anche tuo, come finora “misericordia et veritas tua suscepuerunt me”! E io ormai prego anche per i miei detrattori, quelli che mi hanno preceduto nel tuo perdono, ma anche per i rimasti con me, buoni ladroni forse già divenuti, assistendo alla morte tua rinnovata in ogni morte, per ritrovarci tutti nel tuo cielo, così come padre Christian si augurava per chi inevitabile macchiato si sarebbe della morte sua!

sabato 30 aprile 2016

Il nuovo cristo

Ritenere che il nuovo messia dovesse essere come l'antico, ma non più un legislatore svelante la volontà divina, ritenuta già tutta espressa, piuttosto un vero liberatore dal nuovo giogo imposto dai romani, ritenuti solo vessatori, presupponeva o una gran fede o una grande ingenuità di tutto un popolo e dei suoi capi religiosi soprattutto. Ciò non è verosimile. L'unico, cui taluni attribuivamo un carisma, che era da pensare risultasse da un rapporto particolare di vero ascolto dal dio di tutti loro e di vera intesa con lui, dal momento che ne chiedeva l'ascolto con fiducia e sempre ne riceveva la risposta desiderata, era un predicatore, banditore di un regno, sì forse erompente, ma tutto o prevalente spirituale. Un liberatore sì , ma dal male personale, anche fisico, ma soprattutto dell' anima! Quando lo si accusò proditoriamente, ottenendone la condanna all'infamia della croce, quel rapporto privilegiato parve spezzarsi. Il dio pareva non ascoltarlo più! Sì, l'innocente parve del tutto abbandonato al suo destino di morte atroce. In realtà non fu così, ma il privilegiato d'un tempo non poteva saperlo, forse sperarlo nella fede sua mai spenta. Doveva percepirsi come divenuto infimo nell'abbandono, la sola evidenza! Perché? Gli veniva richiesta una fede più grande della fino allora manifestata con l'amore struggente che aveva per i suoi, perché col perdono domandato per tutti, i pagani pure, doveva credere in un padre che lo avrebbe assecondato perfino in quest'ultima richiesta, ridare la dignità perduta ai peccatori di ogni infamia e alle loro vittime sotto ogni cielo. Ma v'era più ancora, estendendo la richiesta agli ingiusti romani contro i giusti come lui, e il popolo tutto credulone quando non ingannato dai suoi capi, richiedeva che l'apparente indifferenza del dio per i detrattori tutti e le loro vittime si svelasse come amore, finalmente universale! Così il cristo a tutti diede la possibilità di affrancarsi dal male e al dio suo la libertà dalle pretese del popolo, che si riteneva il solo suo, con i suoi interpreti, i capi religiosi, agognanti un nuova liberazione dagli attuali oppressori. Questi certo erravano ritenendosi di essere i soli ad appartenergli col popolo di loro seguaci, ma soprattutto nel voler confinare l'amore, come ad essi solo dovuto! Ma costringerlo in limiti non sarà mai possibile, perché sempre saranno angusti, quando lo si tenti arginare e così fu allora con l'illusione di popolo eletto dal dio a possedere le chiavi del suo cuore. Mentre esso non può avere confini, ma deve pensarsi un fiume che esonda, ma che non distrugge, coinvolge in uno stesso destino di salvezza, quand'anche postuma! Così il cristo non solo restituì la dignità di figli a quelli, anche indegni, del popolo suo, ma la domandò perfino per i suoi persecutori e carnefici, i romani ingiusti verso lui giusto, solo innocuo visionario ritenuto, ma che, vili, lo condannarono per opportunità politica. Solo così però permettendo al dio di aprirli alla consapevolezza del suo amore ignorato, ma che era da sempre, certo di questa universalità il solo cristo, ma anche lui solo dalla croce! E allora torna il concetto di redenzione, perché tutti giacevano nell'ignoranza, brancolanti nel buio che le credenze loro facevano nelle loro vite, ignari sia del perdono possibile per tutti, sia dell'amore garantito a tutti, indifferenti alle miserie umane gli dei, falsi e bugiardi, tranne il vero dio! Ed io sempre chiederò, anche ammutolito da quello che qui accade, a questo solo dio, Mostrami fin dove l'amore tuo può nelle mie disgrazie!
Perché ormai forse pregherò senza parole con ogni mio gesto, sperando di essere degno di incontrare la piccola Fortuna, qui venuta novello cristo, vittima della abituale violenza di un infame e gettata nel vuoto per aver tentanto di resistergli! E nessuno degli omertosi, che sapevano di tanto orrore, mai chiedere al vero dio dovrà, Dov'è l'inferno? Essi lo hanno fatto qui e un piccolo cristo vi hanno fatto ancora morire, inarticolato il grido suo!
Surrexit dominus vere!

giovedì 28 aprile 2016

La morte del cristo


Perché il cristo è dovuto morire sulla croce dell'infamia radicale, da innocente? Immaginiamo un uomo buono d'oggi, soggetto all'ingratitudine di persone irriconoscenti del bene ricevuto. È oggi tanto diversa la situazione di quella di quel lontano allora? C' è forse oggi un limite al fin dove spingersi possono i detrattori e la superficialità compiacente, o la malafede complice, quando non vigliaccheria succube, di chi presta ascolto alla calunnia? Chi ridarà a questa vittima della stessa generosità sua, che ha tentato e concretizzato il bene per chi era nella necessità, richiedente palese o muto, ma evidente bisognoso, la dignità perduta, che l'inattesa risposta ingrata ha tanto avvilita, calpestata, annientata, forse proditoriamente anche uccisa? E pensiamo a questi infami, pur aiutati a riguadagnare la dignità perduta nel bisogno, non solo incapaci di riconoscenza, ma detrattori del benefattore, senza barlume di pentimento, chi ridarà loro la dignità di uomini? Se non il perdono? E chi potrà chiederlo a chi potrà concederlo, se non lo stesso offeso che da sé lo anticipa nel cuore suo pur tanto provato? E non fece questo il cristo morente? Possono essere stati molti i delusi da lui allora, perché era atteso un messia politico, impegnato in una nuova azione del dio dei loro padri, affrancati dalla schiavitù d'Egitto dall'antico suo messo, che liberasse quel popolo dall'oppressione romana. Ma fu giustificata la ferocia con cui lo si trattò? Non era in fondo che un re solo da burla, perché di un regno assai poco credibile, di un mondo da venire, per un popolo legato alle concretezze di questa vita! Allora forse solo un sognatore, un benefattore però, un medico carismatico, ma soprattutto un innocuo predicatore di un risibile mondo di solo amore! Ma venne accusato dalla casta religiosa dominante di indurre proprio quel popolo a sentirsi libero, sebbene soggiogato, con pericolo di spegnere in esso ogni desiderio di rivalsa, nell'attesa fiduciosa di quel regno auspicato, ma improbabile, proprio a chi? Ai romani e alla loro pur vero oppressiva, ingiusta autorità! E questa quelle insistenze vessatorie e calunniose assecondò, sicuro temendo una sedizione, che forse già era paventata e opportuno si ritenne non anticiparla, provocandola con sentenza assolutoria, pur giusta! Allora pur sempre tanto ingiusta percepita dalla casta e dal suo seguito di delusi nelle aspettative loro o di beneficati ingrati, si fece giusta per solo quei mendaci accusatori e ne venne la condanna al supplizio della croce perché l'innocente fu giudicato agitatore pericoloso! E appeso a quella, morente, il cristo invocò anche per tutti loro il perdono! Per il suo popolo che si sentiva vessato e ricusato lo aveva, e quell'autorità resasi complice di un misfatto e per quelli tutti che essa rappresentava, i dominatori anche di quel mondo chiuso, come imprigionato nell'egoismo ottuso di razza privilegiata. Ecco che fece il cristo con la morte sua! Indusse il dio suo a sentirsi libero, aperto alla comprensione di tutti, diventato solo allora il dio, che a tutti dà e attende da tutti. Come? Con dover estendere a tutti, degni e indegni pure, l'amor suo, avendolo il cristo nell'abbandono a quella morte, proprio a tutti anticipato col perdono e invocato il dio suo, apparentemente indifferente a quella estrema sofferenza, di concretizzare il suo dono, affinché da allora molti di quei tutti ne sentissero l'afflato. Proprio di quell'amore non più costretto a rimanere limitato dai primi adepti, quei suoi, che avendolo avuto donato, ne godevano gelosi! Da allora nella massima sua estensione, proprio col dover perdonare tutti, gli ingrati stessi e gli altri sleali, restituendo a tutti la dignità perduta o dovuta perdere nel bisogno e nella negata riconoscenza, di uomini! Allora quel mondo tanto lontano era diviso in oppressori e oppressi, ma tutti inconsapevoli perché tali rimasti, di essere stati uniti in un solo amore, aperti a uno stesso destino, dopo quella morte! Ma è diverso oggi? È anche oggi così com'era questo mondo, diviso in gente che appena vi sta in ristrettezze e insicurezza, e quelli che anche della povertà loro vivono, ingiusti volutamente! Ecco, la storia si ripete, ma il cristo dalla sua croce ripiantata invoca ancora per tutti il perdono! E chi lo concede, ignorato, tutti affratella nell'amor suo! È perdono dal dio, ora di tutti! Quindi il cristo non morì per riscattarci dai nostri peccati, ma nonostante i nostri peccati ci ridonò e ci ridona la dignità che sempre smarriamo!

E così fa chi sa imitarlo, e chi veramente? Chi lo fa dalla sincerità del suo cuore tanto vessato, come sia fiducioso di ritrovarsi, buon ladrone, nel luogo del dio, proprio con chi l'uccide, ma che presto o tardi morirà, trasformato però, divenuto come lui si sente, dal cristo che muore ancora, anche di quella morte, di quell'abbandono! Ricordate? Questa certezza è espressa nel testamento ritrovato, dal priore della piccola comunità monastica in Algeria, annientata dai ribelli, storia vera, magistralmente ricreata nel film, Uomini di Dio! Lo studioso Nembrini ne ha ricordato la generosità fiduciosa anche recentemente nelle lezioni sue su Dante!

domenica 24 aprile 2016

Il male come residuo positivo


Bene e male sono contrapposizioni nell'animo umano, antitesi, percepite in apparente perenne lotta per prevalere e con ugual diritto ad affermarsi, con comportamento però l'uno attivo, l'altro di contrasto passivo. Infatti l'uno richiede amore, cioè intenzionalità da parte del soggetto recettivo alla necessità sua, l'altro è passività, reazione ad ogni iniziativa del primo. Il miglior paragone che ho in mente, ma che devo aver fatto altrove, è quello di un treno sulle rotaie, che consentono un minimo ostacolo al correre suo, perché l'attrito è ridotto, ma pur presente, e che perciò anche permette la corsa sua. Perché di simile fa l'amore che corre a concretizzare il bene. Ma il male perché pur deve esserci, anche sperandolo minimo o riuscendo a renderlo tale? Ho tentato altre volte una risposta, ma qui osservo anzitutto che il bene deve, per espletarsi, concretizzarsi, prima diventare amore, cioè partire da una potenzialità, che è sensibilità, “sollecitudo” per l'altrui destino e anche consapevolezza di dover agire ad ogni richiesta, sapendo anche anticipare la domanda e volerla soddisfare nonostante le opposizioni che questo mondo, impregnato di male, consente. Perciò presuppone sempre una persona che lo avverta come comando del cuore suo e lo decida opportuno, il male invece può conservarsi impersonale e agire con la semplice presenza sua, come reazione, mai del tutto eliminabile, ma questo deve avere l'importanza sua. C'è, penso, anzitutto come monito perché l'amore non creda di poter bastare a se stesso, ma ricordi sempre la fonte sua e a quella s'appelli nei momenti più bui di palese insuccesso. Ma quale questa fonte? Ecco, noi chiamiamo dio chi ha la consapevolezza di tutto il bene possibile e che, comprendendolo nella totalità sua, ne deve essere il generatore, oltre che il promotore, essendo amore per tutti e tutto. Infatti può frammentare il bene ed egli stesso ripartirsi, adattarsi, particolarizzarsi in tutti quelli che incarnano la volontà sua, una volontà d'amore. Dal momento che avere il possesso del bene è anche volontà di attuarlo! Sembrerebbe allora che il male sia dal dio permesso affinché nelle realizzazioni del bene se ne riceva sempre contrasto e si diventi consapevoli della differenza tra quello che si cerca di attuare e quello che ad esso si oppone, quindi della sua opportunità di esserci, fino a una minima, ma irrinunciabile sua presenza. Sì, ma significa più ancora questa necessità d'un suo residuo, grande o piccolo che sia? La consapevolezza di volere il bene, cioè di potere e dovere amare, richiede la comprensione di quello che è il dovuto all'altro, ma più ancora la previsione di ciò che sarebbe di lui altrimenti, cioè deve confrontarsi con la carenza o assenza di bene nel bisognoso e con quello che ne sarebbe, la probabile disperazione sua, il male prevalendo. Perciò anche coscienza di essere già nel bene per se stessi anche, appena lo si desidera per l'altro, spinti da amore. Allora così operando, anzitutto si sa che è il bene, che si vorrebbe affermato, è un agognato di cui il mondo tutto o il particolare soggetto, interessato all'attenzione, al momento è carente o del tutto privo, inoltre chi lo promuove ha coscienza del sentimento in lui che lo permette, cioè sa di possedere uno stimolo irrinunciabile, un pungolo che gli dice il da fare e il doverlo fare, l'amore appunto e questo correre lo fa perché sente di far parte di quel bene. Ma allora il male permesso che è, e ripeto, perché c'è un minimo suo che rimane? Anzitutto è proprio mancanza d'amore, il non riconoscere la necessità degli altri e volere il bene per sé solo, cioè è egoismo. Quindi nella consapevolezza sua è proprio dell'uomo, che ben altra risposta dovrebbe alle sollecitazioni che gli vengono dai suoi simili e dal suo ambiente, cioè dagli altri viventi e dalle cose che a loro fanno supporto di vita. Ma poi che altro ancora! Il male ha in sé una caratteristica allarmante, cioè quando non ha contrasto, quando agisce nelle premesse, che la malvagità diffusa ad esso prepara e indirizza, non si ferma ai danni suoi immediati, ma ne evoca altri, cioè diventa eccessivo, come se alla volontà di nuocere primitiva, altra se ne aggiunga ad esaltarla. Ecco che il mondo con le ostilità sue appare più tetro ancora, come vi corresse una volontà malefica a render peggiore ogni occasione offerta dalla umana malvagità di concretizzarsi. Proprio per questa intrinseca caratteristica, chi offesa riceva o insulto, non dovrebbe imboccare la via della rivalsa, ma subito accrescere il bene che fa la ricchezza e la bellezza dell'animo suo col perdono. Insomma il male può essere anche occasione di incrementare quello che di prezioso dentro si ha, l'amore, cioè ha una positività! E per essere capito deve restare, un po', quanto basta che accada come se nel buio che tutt'intorno fa, desti anche un barlume, e consenta che, saputo apprezzare, diventi vivida luce in animo recettivo. Questa particolarità è sorprendente. La rinuncia ad evocarlo nella rivalsa aggiunge al bene, che già si possiede, dono del dio, altro del suo ancora! La fonte prima del bene, il dio, non ha simile necessità, ché già il posseduto suo è tutto il bene possibile, ma se il perdono non aggiunge a lui altro bene, è esigenza della giustizia sua. Perché tutti siamo vittime del male, i mancanti cronici d'amore e gli occasionali, ma anche chi fa dell'amore una necessità vitale, al pari dell'aria e il cibo, che al corpo servono. Il male infatti c'è ed è sempre prevaricante, cioè esonda ed è per questo che tutti, anche i veri solleciti facitori di bene, da esso sono lordati, e perdonati dovranno essere come noi altri tutti, poco o molto, ma sempre tanto per chi soffra della rinuncia, che codardia ha permesso anche in lontano passato e che tutto il bene ulteriore realizzato, non è servito a tacitarne la coscienza! Allora c'è proprio una minima positività intrinseca al male, che anche al cuore amante fa sentire la necessità di chiedere perdono, perché appunto l'amore non può bastare nemmeno a se stessi. Ma anche lascia comprendere perché una presenza pur minima è bene resti. Perché il male, capito in tutte le eccessive conseguenze sue, può e deve indurre oltre che a chiedere perdono per insufficienza d'amore attuato, a concederlo, o a tentarlo almeno in onestà, sperando che, compreso nella sua necessità, dia il frutto suo. Quello della pace all'offensore perdonato e all'offeso, dapprima tentato di rivalsa, per la malevola risposta ottenuta alla tentata sua azione di bene, senz'altro equivocata, ma poi illuminato dalla fonte dell'amor suo. E il perdono fa la giustizia del dio, che ai reprobi pure, gli apparenti senza speranza di riscatto, s'estende! Allora il male, il residuo suo, modico solo nei virtuosi, tali giudicati nello sforzo generoso che detta loro l'amore, fa capire come sia necessità il dover chiedere perdono alla giustizia del dio, ma anche permette di attivamente parteciparvi! Io sono giusto con te, fratello, nella misura sì del bene tentato, ma anche della non risposta all'ingratitudine tua!

mercoledì 13 aprile 2016

Parlare ancora del dio


Talvolta nel mio sito di Facebook anche mi capita di dover dire qualcosa, che spero aiuti perché vero sincero, a un amico che abbia perso la fede. Qui riprendo quei cenni, che spero siano spunti di riflessione per quelli che qui mi seguono. Parlerò ancora del dio, ma con approccio diverso al problema suo. Anzitutto è bene interrogarsi subito su che sia l'aldilà o mondo delle anime. Penso che non sia un posto da raggiungere, ma un modo di essere, uno stato, che qui cercherò di precisare meglio, da conseguire. Intanto nel parlare di un tal mondo, includiamo non l'idea del semplice trovarsi con altri, il che già qui accade, per simpatia o affinità o empatia e altro, ma il ben ritrovarsi per uno scopo irrinunciabile! Intanto mi chiedo, Che è l'anima? Contentiamoci di pensarla come lo psichismo, o complesso di doti connaturate non solo atte ad elaborare e ritenere cognizioni, ma anche condizionanti il comportamento del sé in questo mondo brulicante di esseri, tutti con apparenti esclusive necessità di vita, quindi cose tutte che fanno la persona. Cerchiamo di rispondere a questo, Perché si può credere che un suo modo di stare in concordia con entità simili, essa possa ottenere e quale appunto ne è lo scopo? Partiamo dall'innegabile esistenza di qualcosa dentro, senz'altro sua espressione, che chiamiamo coscienza, che spinge a rivedere i propri accaduti, a criticarli e a concludere che sarebbe stato possibile far meglio, agendo diversamente. È un modo di tentare di riaggiustare il proprio passato, sì, tentativo di renderlo più consono alla persona che si è diventati, trascorso anche molto tempo da quegli eventi lontani. Ecco, nel ricordo vivido, le cose stanno lì dove lasciate, insieme a volti che possiamo toccare, sebbene non materialmente, carezzare se cari, quelle loro parole riascoltare, suadenti o dure, pregne anche oggi di significato o inezie allora come oggi, ma nulla si può vero mutare. Ma supponiamo una stessa revisione comune a più soggetti, cioè che più di uno possa comunicare il suo resoconto di uno stesso fatto, di uno stesso accaduto, che sia stato esperienza comune a più persone. Se ne avranno interpretazioni diverse e forse una concorderà meglio di altre con il proprio desiderio di scusare, perdonare, un po' almeno, il proprio operato, causa oggi di tanti ripensamenti! Allora facciamo un passo ulteriore, pensiamo queste diverse interpretazioni possibili in uno stesso soggetto e che sia consentito chiedergli di farci rivivere quella antica vicenda, a nostro giudizio riprovevole per deficienza o malevolo comportamento, sotto una luce diversa, che ci liberi la coscienza del peso suo, come lui può, anche solo un po'. Se ci aspettiamo da lui l'interpretazione più consona al nostro sentire attuale, meglio aderente al desiderio che pace giustificata ne venga, quindi un bene per noi, questo qualcuno va da noi pensato come fonte di bene. Ma noi, che avvertiamo questa esigenza, siamo tra tanti che ne hanno di analoga, quella di riconciliarsi col passato e se per noi è possibile una fonte del bene, quella stessa lo è per molti altri. Ma il bene desiderato da noi, e analoghi saranno quei beni da altri agognati, non è che uno tra i possibili, ma che forse altri, vicini o lontani, hanno già. Allora la fonte cercata è il pool dei beni che molti come noi agognano, ma che altri già posseggono, senza però condividerli. Ne viene che il mondo delle anime è pensabile come comunione di ogni posseduto, cioè condivisione, qui e ora mancante, e ci deve essere un che, un chi ne sia motivazione e supporto, lo stesso ipotizzato avere in sé ogni bene condivisibile, vero, ma solo in quel mondo, scambiato, qui e ora no per egoismo. Allora occorre chiedersi come da quella fonte sia possibile anticiparlo, struggente il desiderio suo! Lo otterremo forse solo manifestandogli il nostro rincrescimento, il nostro cruccio, il nostro disagio, che si è fatto sofferenza e promettendogli la condivisione della pace, se raggiunta. Perciò in un solo modo, chiedendo a quel tu, per-dono, cioè di darci più ancora, oltre il dono di rivedere quei fatti diversamente. E che? La convinzione di un rimedio postumo possibile! E' chiaro che chiameremo dio chi è capace di darci questa incredibile possibilità! Ma anche che stiamo qui vivendo solo una speranza, quella di incontrarlo. Quando? Non ha molta importanza, noi qui dobbiamo continuare a vivere, sopravvivere al passato e la speranza permessa, donata, significa libertà dalla sua oppressione. Siamo liberi nella misura di questa speranza, e in essa c'è la pace da condividere! Il dio è chi dà pace! E ciò che lui dona è come provvida goccia d'olio, che esperto marinaio lasci cadere su procelloso mare, essa si spande e l'iroso vento più non s'appiglia sulla superficie dell'onda e più non la increspa a beneficio di tutti quelli che lo sperduto combattuto veliero coabitano! Ma aver fede in lui è più ancora, certezza in questa speranza, nonostante ogni preghiera resti senza risposta per quanto accorata!