lunedì 2 maggio 2016

L'amore del nostro cristo


Che accadde quando il cristo strappato fu dalla privilegiata vicinanza, dal rapporto di fiducia reciproca col dio e padre suo e di tutti, dalla cattiveria proditoria dei suoi e dalla complice vigliaccheria romana? L'abbandonato sulla croce, pochi gli astanti a piangere quel supplizio con la madre sua inconsolabile, cercò ripetutamente con lo sguardo, che spegnersi voleva, lui morente, nel cielo che s'incupiva, un segno del padre suo, che però non venne! Ma che, alla terribile domanda del perché del suo abbandono, che noi tutti suoi eredi gli ripeteremo morenti in tutta la pregnante angoscia del momento, solo rifugio trovò per il suo pianto nel lago di quel cuore, che con ultimi disordinati battiti rispondeva ancora amore a tanto deluso dolore! Ecco, di simile accade nelle vite più sante, quando il cristo, pur avvertito da sempre accanto, si vede allontanarsi e rimpicciolirsi nella figura sua, effetto sì apparente, ma reciproco con chi si distacca dall'amato suo ponendogli una distanza sempre più grande dal proprio sé. E piange chi deve rimanere e arriverà disperato a chiedersi del perché dell'abbandono al dolore e alla solitudine, avvertita anche quando possibile e sincero il conforto umano! Ma se l'abbandono, così dovuto rivivere dal cristo, in cui egli diventa chi si allontana, abbandona, mentre nell'antico veniva abbandonato, fu necessario allora perché il dio potesse far sua quella morte e condividerne quella provvisorietà, che la resurrezione avrebbe interrotto, che significato ha l'attuale, quando altrettanto radicale comportamento prelude a una morte desolata e anche solitaria del lasciato al suo destino? E mentre per il cristo non ci fu che l'abbraccio postumo della madre sua senza poterne avvertire il calore, forse a noi tutti sarà dato di ritenere possibile, perduto il figlio, di poter essere consolati, stretti dalle braccia della madre sua, quindi soli solo nell'apparenza? Tenterò una risposta! Ma intanto mi chiedo, Lui, che in ciascuno vicaria il padre suo anche nell'ultimo suo nascondimento, da “deus absconditus” seppure sempre presente, fu mai cosciente della sua origine divina? O fu allora per lui come ancor oggi è per la madre sua, persona divina quanto il figlio suo, eppure mai cosciente della preziosità dell'anima sua, anche mai sospettabile da alcuno in lei per l'umiltà sua, ma nemmeno mai evidenziata postuma forse per l'incredulità ottusa di chi dovrebbe riconoscerla? Solo, credo, alla resurrezione, mai prima ne avvenne la consapevolezza! Sì, solo allora egli fu cosciente di non essere stato richiamato alla vita, novello Lazzaro, che lo fu però proprio da lui "a monumento foetido", ma di averne dentro il principio vivificante, quello da lui sempre chiamato padre!
Sicuramente ne fu vero consapevole quando dichiarò, “Ego sum resurrectio et vita”, chiunque crede in me, anche se morto, vivrà! Era allora ben conscio della portata della verità di quest'affermazione! E si noti che egli non disse, Io do la vita, ho questo potere concessomi da sempre, e la posso ridare , quando perduta! Non richiamava già prima, ad essere ancora, i morti? Ma affermò di essere la vita, origine e supporto di ogni vivente, e che la ridarà all'innocenza, e tutti gli animali lo sono con i vegetali, e anche a chi ha fede in quello che egli è, l'amore del dio stesso, che non ha più necessità di distinguersi da lui nell'avvertire il bisogno, che tutti hanno del bene, e nella volontà di concretizzarlo. Perciò mai distruggeremo una vita, se non nell'estrema necessità! Anzi l'aiuteremo a conservarsi, fosse quella dell'essere più inutile o anche spregevole, quanto la vita di uomo vero cattivo! E ancora, diventati per illuminata scelta, come Francesco, rispetteremo ogni cosa sotto al sole, anche chi è pietra!

Ecco, il cristo, l 'amore risorto, riappare a confortare della presenza sua tangibile, tra i suoi timorosi ben celati, a porte ben serrate, increduli dopo il racconto di Maria, ma incerti anche dopo che i due accorsi avranno confermato vuoto il sepolcro, e sta proprio tra loro come la condizione sua novella gli permette, e si lascerà poi anche toccare nei fori del suo supplizio dall'incredulo del racconto di averlo rivisto vivo dei suoi, Tommaso! Ma poi, in altra occasione, anche dovrà ancora rassicurarli d'essere come loro, mangiando del loro pescato! E quando sulla via di Emmaus parla con discepoli, che lì per lì non lo riconoscono, ma solo alla sosta e nell'atto di spezzare il pane, prima che si celi alla lor vista, certo egli vuole significare di appartenere a una nuova realtà, ma che anche sempre sarà con due o tre riuniti nel nome suo, anche se non nella forma d'aspetto umano. Questo manifestarsi e velarsi, questo voler dire e non poter farsi capire sarà tipico del rapporto suo col credente di ogni epoca e allora potrà accadere di cercarlo ansiosi e non scoprirlo più vicino, e, come mai prima, di ritenersi abbandonati, mentre lui ci sta proprio nel cuore, che nonostante il vissuto, non ha mai lasciato! E questo è ancora allontanarsi, come il padre fece con lui, il doverlo fare ancora con lo scopo duplice di far percepire l'angoscia dell'abbandono, nella amarezza sua tutta, all'abbandonato, che fede nel ritrovamento dovrà avere più ancora, eroica quasi, e a chi abbandona, a lui proprio, la desolazione, la tristezza del distacco, irresistibile volontà di ritrovare l’amato, perdonandogli falli dalla libertà donata permessi! Ma perfino la paura di non potere farsi percepire nemmeno come la madre sua farebbe, accogliente sul suo caldo seno il morente in sempre troppo grande dolore! Ecco, credo questa sia la risposta al che cosa fa la peculiarità dell'amore del nostro cristo. Poiché esso ogni amore umano include, deve essere quella che esso è niente affatto esentato dall'angoscia, come può sentirla solo ogni vero umano amore di fronte all'estremo, la morte! Così si rivede abbandonato morente e teme possibile ancora solo postumo l'abbraccio della madre sua e nostra! Sì, io proprio con fiducia posso affermarlo, La pietà tua,o mio dio, mi sosterrà nel mio momento estremo, che avvertirai anche tuo, come finora “misericordia et veritas tua suscepuerunt me”! E io ormai prego anche per i miei detrattori, quelli che mi hanno preceduto nel tuo perdono, ma anche per i rimasti con me, buoni ladroni forse già divenuti, assistendo alla morte tua rinnovata in ogni morte, per ritrovarci tutti nel tuo cielo, così come padre Christian si augurava per chi inevitabile macchiato si sarebbe della morte sua!

sabato 30 aprile 2016

Il nuovo cristo

Ritenere che il nuovo messia dovesse essere come l'antico, ma non più un legislatore svelante la volontà divina, ritenuta già tutta espressa, piuttosto un vero liberatore dal nuovo giogo imposto dai romani, ritenuti solo vessatori, presupponeva o una gran fede o una grande ingenuità di tutto un popolo e dei suoi capi religiosi soprattutto. Ciò non è verosimile. L'unico, cui taluni attribuivamo un carisma, che era da pensare risultasse da un rapporto particolare di vero ascolto dal dio di tutti loro e di vera intesa con lui, dal momento che ne chiedeva l'ascolto con fiducia e sempre ne riceveva la risposta desiderata, era un predicatore, banditore di un regno, sì forse erompente, ma tutto o prevalente spirituale. Un liberatore sì , ma dal male personale, anche fisico, ma soprattutto dell' anima! Quando lo si accusò proditoriamente, ottenendone la condanna all'infamia della croce, quel rapporto privilegiato parve spezzarsi. Il dio pareva non ascoltarlo più! Sì, l'innocente parve del tutto abbandonato al suo destino di morte atroce. In realtà non fu così, ma il privilegiato d'un tempo non poteva saperlo, forse sperarlo nella fede sua mai spenta. Doveva percepirsi come divenuto infimo nell'abbandono, la sola evidenza! Perché? Gli veniva richiesta una fede più grande della fino allora manifestata con l'amore struggente che aveva per i suoi, perché col perdono domandato per tutti, i pagani pure, doveva credere in un padre che lo avrebbe assecondato perfino in quest'ultima richiesta, ridare la dignità perduta ai peccatori di ogni infamia e alle loro vittime sotto ogni cielo. Ma v'era più ancora, estendendo la richiesta agli ingiusti romani contro i giusti come lui, e il popolo tutto credulone quando non ingannato dai suoi capi, richiedeva che l'apparente indifferenza del dio per i detrattori tutti e le loro vittime si svelasse come amore, finalmente universale! Così il cristo a tutti diede la possibilità di affrancarsi dal male e al dio suo la libertà dalle pretese del popolo, che si riteneva il solo suo, con i suoi interpreti, i capi religiosi, agognanti un nuova liberazione dagli attuali oppressori. Questi certo erravano ritenendosi di essere i soli ad appartenergli col popolo di loro seguaci, ma soprattutto nel voler confinare l'amore, come ad essi solo dovuto! Ma costringerlo in limiti non sarà mai possibile, perché sempre saranno angusti, quando lo si tenti arginare e così fu allora con l'illusione di popolo eletto dal dio a possedere le chiavi del suo cuore. Mentre esso non può avere confini, ma deve pensarsi un fiume che esonda, ma che non distrugge, coinvolge in uno stesso destino di salvezza, quand'anche postuma! Così il cristo non solo restituì la dignità di figli a quelli, anche indegni, del popolo suo, ma la domandò perfino per i suoi persecutori e carnefici, i romani ingiusti verso lui giusto, solo innocuo visionario ritenuto, ma che, vili, lo condannarono per opportunità politica. Solo così però permettendo al dio di aprirli alla consapevolezza del suo amore ignorato, ma che era da sempre, certo di questa universalità il solo cristo, ma anche lui solo dalla croce! E allora torna il concetto di redenzione, perché tutti giacevano nell'ignoranza, brancolanti nel buio che le credenze loro facevano nelle loro vite, ignari sia del perdono possibile per tutti, sia dell'amore garantito a tutti, indifferenti alle miserie umane gli dei, falsi e bugiardi, tranne il vero dio! Ed io sempre chiederò, anche ammutolito da quello che qui accade, a questo solo dio, Mostrami fin dove l'amore tuo può nelle mie disgrazie!
Perché ormai forse pregherò senza parole con ogni mio gesto, sperando di essere degno di incontrare la piccola Fortuna, qui venuta novello cristo, vittima della abituale violenza di un infame e gettata nel vuoto per aver tentanto di resistergli! E nessuno degli omertosi, che sapevano di tanto orrore, mai chiedere al vero dio dovrà, Dov'è l'inferno? Essi lo hanno fatto qui e un piccolo cristo vi hanno fatto ancora morire, inarticolato il grido suo!
Surrexit dominus vere!

giovedì 28 aprile 2016

La morte del cristo


Perché il cristo è dovuto morire sulla croce dell'infamia radicale, da innocente? Immaginiamo un uomo buono d'oggi, soggetto all'ingratitudine di persone irriconoscenti del bene ricevuto. È oggi tanto diversa la situazione di quella di quel lontano allora? C' è forse oggi un limite al fin dove spingersi possono i detrattori e la superficialità compiacente, o la malafede complice, quando non vigliaccheria succube, di chi presta ascolto alla calunnia? Chi ridarà a questa vittima della stessa generosità sua, che ha tentato e concretizzato il bene per chi era nella necessità, richiedente palese o muto, ma evidente bisognoso, la dignità perduta, che l'inattesa risposta ingrata ha tanto avvilita, calpestata, annientata, forse proditoriamente anche uccisa? E pensiamo a questi infami, pur aiutati a riguadagnare la dignità perduta nel bisogno, non solo incapaci di riconoscenza, ma detrattori del benefattore, senza barlume di pentimento, chi ridarà loro la dignità di uomini? Se non il perdono? E chi potrà chiederlo a chi potrà concederlo, se non lo stesso offeso che da sé lo anticipa nel cuore suo pur tanto provato? E non fece questo il cristo morente? Possono essere stati molti i delusi da lui allora, perché era atteso un messia politico, impegnato in una nuova azione del dio dei loro padri, affrancati dalla schiavitù d'Egitto dall'antico suo messo, che liberasse quel popolo dall'oppressione romana. Ma fu giustificata la ferocia con cui lo si trattò? Non era in fondo che un re solo da burla, perché di un regno assai poco credibile, di un mondo da venire, per un popolo legato alle concretezze di questa vita! Allora forse solo un sognatore, un benefattore però, un medico carismatico, ma soprattutto un innocuo predicatore di un risibile mondo di solo amore! Ma venne accusato dalla casta religiosa dominante di indurre proprio quel popolo a sentirsi libero, sebbene soggiogato, con pericolo di spegnere in esso ogni desiderio di rivalsa, nell'attesa fiduciosa di quel regno auspicato, ma improbabile, proprio a chi? Ai romani e alla loro pur vero oppressiva, ingiusta autorità! E questa quelle insistenze vessatorie e calunniose assecondò, sicuro temendo una sedizione, che forse già era paventata e opportuno si ritenne non anticiparla, provocandola con sentenza assolutoria, pur giusta! Allora pur sempre tanto ingiusta percepita dalla casta e dal suo seguito di delusi nelle aspettative loro o di beneficati ingrati, si fece giusta per solo quei mendaci accusatori e ne venne la condanna al supplizio della croce perché l'innocente fu giudicato agitatore pericoloso! E appeso a quella, morente, il cristo invocò anche per tutti loro il perdono! Per il suo popolo che si sentiva vessato e ricusato lo aveva, e quell'autorità resasi complice di un misfatto e per quelli tutti che essa rappresentava, i dominatori anche di quel mondo chiuso, come imprigionato nell'egoismo ottuso di razza privilegiata. Ecco che fece il cristo con la morte sua! Indusse il dio suo a sentirsi libero, aperto alla comprensione di tutti, diventato solo allora il dio, che a tutti dà e attende da tutti. Come? Con dover estendere a tutti, degni e indegni pure, l'amor suo, avendolo il cristo nell'abbandono a quella morte, proprio a tutti anticipato col perdono e invocato il dio suo, apparentemente indifferente a quella estrema sofferenza, di concretizzare il suo dono, affinché da allora molti di quei tutti ne sentissero l'afflato. Proprio di quell'amore non più costretto a rimanere limitato dai primi adepti, quei suoi, che avendolo avuto donato, ne godevano gelosi! Da allora nella massima sua estensione, proprio col dover perdonare tutti, gli ingrati stessi e gli altri sleali, restituendo a tutti la dignità perduta o dovuta perdere nel bisogno e nella negata riconoscenza, di uomini! Allora quel mondo tanto lontano era diviso in oppressori e oppressi, ma tutti inconsapevoli perché tali rimasti, di essere stati uniti in un solo amore, aperti a uno stesso destino, dopo quella morte! Ma è diverso oggi? È anche oggi così com'era questo mondo, diviso in gente che appena vi sta in ristrettezze e insicurezza, e quelli che anche della povertà loro vivono, ingiusti volutamente! Ecco, la storia si ripete, ma il cristo dalla sua croce ripiantata invoca ancora per tutti il perdono! E chi lo concede, ignorato, tutti affratella nell'amor suo! È perdono dal dio, ora di tutti! Quindi il cristo non morì per riscattarci dai nostri peccati, ma nonostante i nostri peccati ci ridonò e ci ridona la dignità che sempre smarriamo!

E così fa chi sa imitarlo, e chi veramente? Chi lo fa dalla sincerità del suo cuore tanto vessato, come sia fiducioso di ritrovarsi, buon ladrone, nel luogo del dio, proprio con chi l'uccide, ma che presto o tardi morirà, trasformato però, divenuto come lui si sente, dal cristo che muore ancora, anche di quella morte, di quell'abbandono! Ricordate? Questa certezza è espressa nel testamento ritrovato, dal priore della piccola comunità monastica in Algeria, annientata dai ribelli, storia vera, magistralmente ricreata nel film, Uomini di Dio! Lo studioso Nembrini ne ha ricordato la generosità fiduciosa anche recentemente nelle lezioni sue su Dante!

domenica 24 aprile 2016

Il male come residuo positivo


Bene e male sono contrapposizioni nell'animo umano, antitesi, percepite in apparente perenne lotta per prevalere e con ugual diritto ad affermarsi, con comportamento però l'uno attivo, l'altro di contrasto passivo. Infatti l'uno richiede amore, cioè intenzionalità da parte del soggetto recettivo alla necessità sua, l'altro è passività, reazione ad ogni iniziativa del primo. Il miglior paragone che ho in mente, ma che devo aver fatto altrove, è quello di un treno sulle rotaie, che consentono un minimo ostacolo al correre suo, perché l'attrito è ridotto, ma pur presente, e che perciò anche permette la corsa sua. Perché di simile fa l'amore che corre a concretizzare il bene. Ma il male perché pur deve esserci, anche sperandolo minimo o riuscendo a renderlo tale? Ho tentato altre volte una risposta, ma qui osservo anzitutto che il bene deve, per espletarsi, concretizzarsi, prima diventare amore, cioè partire da una potenzialità, che è sensibilità, “sollecitudo” per l'altrui destino e anche consapevolezza di dover agire ad ogni richiesta, sapendo anche anticipare la domanda e volerla soddisfare nonostante le opposizioni che questo mondo, impregnato di male, consente. Perciò presuppone sempre una persona che lo avverta come comando del cuore suo e lo decida opportuno, il male invece può conservarsi impersonale e agire con la semplice presenza sua, come reazione, mai del tutto eliminabile, ma questo deve avere l'importanza sua. C'è, penso, anzitutto come monito perché l'amore non creda di poter bastare a se stesso, ma ricordi sempre la fonte sua e a quella s'appelli nei momenti più bui di palese insuccesso. Ma quale questa fonte? Ecco, noi chiamiamo dio chi ha la consapevolezza di tutto il bene possibile e che, comprendendolo nella totalità sua, ne deve essere il generatore, oltre che il promotore, essendo amore per tutti e tutto. Infatti può frammentare il bene ed egli stesso ripartirsi, adattarsi, particolarizzarsi in tutti quelli che incarnano la volontà sua, una volontà d'amore. Dal momento che avere il possesso del bene è anche volontà di attuarlo! Sembrerebbe allora che il male sia dal dio permesso affinché nelle realizzazioni del bene se ne riceva sempre contrasto e si diventi consapevoli della differenza tra quello che si cerca di attuare e quello che ad esso si oppone, quindi della sua opportunità di esserci, fino a una minima, ma irrinunciabile sua presenza. Sì, ma significa più ancora questa necessità d'un suo residuo, grande o piccolo che sia? La consapevolezza di volere il bene, cioè di potere e dovere amare, richiede la comprensione di quello che è il dovuto all'altro, ma più ancora la previsione di ciò che sarebbe di lui altrimenti, cioè deve confrontarsi con la carenza o assenza di bene nel bisognoso e con quello che ne sarebbe, la probabile disperazione sua, il male prevalendo. Perciò anche coscienza di essere già nel bene per se stessi anche, appena lo si desidera per l'altro, spinti da amore. Allora così operando, anzitutto si sa che è il bene, che si vorrebbe affermato, è un agognato di cui il mondo tutto o il particolare soggetto, interessato all'attenzione, al momento è carente o del tutto privo, inoltre chi lo promuove ha coscienza del sentimento in lui che lo permette, cioè sa di possedere uno stimolo irrinunciabile, un pungolo che gli dice il da fare e il doverlo fare, l'amore appunto e questo correre lo fa perché sente di far parte di quel bene. Ma allora il male permesso che è, e ripeto, perché c'è un minimo suo che rimane? Anzitutto è proprio mancanza d'amore, il non riconoscere la necessità degli altri e volere il bene per sé solo, cioè è egoismo. Quindi nella consapevolezza sua è proprio dell'uomo, che ben altra risposta dovrebbe alle sollecitazioni che gli vengono dai suoi simili e dal suo ambiente, cioè dagli altri viventi e dalle cose che a loro fanno supporto di vita. Ma poi che altro ancora! Il male ha in sé una caratteristica allarmante, cioè quando non ha contrasto, quando agisce nelle premesse, che la malvagità diffusa ad esso prepara e indirizza, non si ferma ai danni suoi immediati, ma ne evoca altri, cioè diventa eccessivo, come se alla volontà di nuocere primitiva, altra se ne aggiunga ad esaltarla. Ecco che il mondo con le ostilità sue appare più tetro ancora, come vi corresse una volontà malefica a render peggiore ogni occasione offerta dalla umana malvagità di concretizzarsi. Proprio per questa intrinseca caratteristica, chi offesa riceva o insulto, non dovrebbe imboccare la via della rivalsa, ma subito accrescere il bene che fa la ricchezza e la bellezza dell'animo suo col perdono. Insomma il male può essere anche occasione di incrementare quello che di prezioso dentro si ha, l'amore, cioè ha una positività! E per essere capito deve restare, un po', quanto basta che accada come se nel buio che tutt'intorno fa, desti anche un barlume, e consenta che, saputo apprezzare, diventi vivida luce in animo recettivo. Questa particolarità è sorprendente. La rinuncia ad evocarlo nella rivalsa aggiunge al bene, che già si possiede, dono del dio, altro del suo ancora! La fonte prima del bene, il dio, non ha simile necessità, ché già il posseduto suo è tutto il bene possibile, ma se il perdono non aggiunge a lui altro bene, è esigenza della giustizia sua. Perché tutti siamo vittime del male, i mancanti cronici d'amore e gli occasionali, ma anche chi fa dell'amore una necessità vitale, al pari dell'aria e il cibo, che al corpo servono. Il male infatti c'è ed è sempre prevaricante, cioè esonda ed è per questo che tutti, anche i veri solleciti facitori di bene, da esso sono lordati, e perdonati dovranno essere come noi altri tutti, poco o molto, ma sempre tanto per chi soffra della rinuncia, che codardia ha permesso anche in lontano passato e che tutto il bene ulteriore realizzato, non è servito a tacitarne la coscienza! Allora c'è proprio una minima positività intrinseca al male, che anche al cuore amante fa sentire la necessità di chiedere perdono, perché appunto l'amore non può bastare nemmeno a se stessi. Ma anche lascia comprendere perché una presenza pur minima è bene resti. Perché il male, capito in tutte le eccessive conseguenze sue, può e deve indurre oltre che a chiedere perdono per insufficienza d'amore attuato, a concederlo, o a tentarlo almeno in onestà, sperando che, compreso nella sua necessità, dia il frutto suo. Quello della pace all'offensore perdonato e all'offeso, dapprima tentato di rivalsa, per la malevola risposta ottenuta alla tentata sua azione di bene, senz'altro equivocata, ma poi illuminato dalla fonte dell'amor suo. E il perdono fa la giustizia del dio, che ai reprobi pure, gli apparenti senza speranza di riscatto, s'estende! Allora il male, il residuo suo, modico solo nei virtuosi, tali giudicati nello sforzo generoso che detta loro l'amore, fa capire come sia necessità il dover chiedere perdono alla giustizia del dio, ma anche permette di attivamente parteciparvi! Io sono giusto con te, fratello, nella misura sì del bene tentato, ma anche della non risposta all'ingratitudine tua!

mercoledì 13 aprile 2016

Parlare ancora del dio


Talvolta nel mio sito di Facebook anche mi capita di dover dire qualcosa, che spero aiuti perché vero sincero, a un amico che abbia perso la fede. Qui riprendo quei cenni, che spero siano spunti di riflessione per quelli che qui mi seguono. Parlerò ancora del dio, ma con approccio diverso al problema suo. Anzitutto è bene interrogarsi subito su che sia l'aldilà o mondo delle anime. Penso che non sia un posto da raggiungere, ma un modo di essere, uno stato, che qui cercherò di precisare meglio, da conseguire. Intanto nel parlare di un tal mondo, includiamo non l'idea del semplice trovarsi con altri, il che già qui accade, per simpatia o affinità o empatia e altro, ma il ben ritrovarsi per uno scopo irrinunciabile! Intanto mi chiedo, Che è l'anima? Contentiamoci di pensarla come lo psichismo, o complesso di doti connaturate non solo atte ad elaborare e ritenere cognizioni, ma anche condizionanti il comportamento del sé in questo mondo brulicante di esseri, tutti con apparenti esclusive necessità di vita, quindi cose tutte che fanno la persona. Cerchiamo di rispondere a questo, Perché si può credere che un suo modo di stare in concordia con entità simili, essa possa ottenere e quale appunto ne è lo scopo? Partiamo dall'innegabile esistenza di qualcosa dentro, senz'altro sua espressione, che chiamiamo coscienza, che spinge a rivedere i propri accaduti, a criticarli e a concludere che sarebbe stato possibile far meglio, agendo diversamente. È un modo di tentare di riaggiustare il proprio passato, sì, tentativo di renderlo più consono alla persona che si è diventati, trascorso anche molto tempo da quegli eventi lontani. Ecco, nel ricordo vivido, le cose stanno lì dove lasciate, insieme a volti che possiamo toccare, sebbene non materialmente, carezzare se cari, quelle loro parole riascoltare, suadenti o dure, pregne anche oggi di significato o inezie allora come oggi, ma nulla si può vero mutare. Ma supponiamo una stessa revisione comune a più soggetti, cioè che più di uno possa comunicare il suo resoconto di uno stesso fatto, di uno stesso accaduto, che sia stato esperienza comune a più persone. Se ne avranno interpretazioni diverse e forse una concorderà meglio di altre con il proprio desiderio di scusare, perdonare, un po' almeno, il proprio operato, causa oggi di tanti ripensamenti! Allora facciamo un passo ulteriore, pensiamo queste diverse interpretazioni possibili in uno stesso soggetto e che sia consentito chiedergli di farci rivivere quella antica vicenda, a nostro giudizio riprovevole per deficienza o malevolo comportamento, sotto una luce diversa, che ci liberi la coscienza del peso suo, come lui può, anche solo un po'. Se ci aspettiamo da lui l'interpretazione più consona al nostro sentire attuale, meglio aderente al desiderio che pace giustificata ne venga, quindi un bene per noi, questo qualcuno va da noi pensato come fonte di bene. Ma noi, che avvertiamo questa esigenza, siamo tra tanti che ne hanno di analoga, quella di riconciliarsi col passato e se per noi è possibile una fonte del bene, quella stessa lo è per molti altri. Ma il bene desiderato da noi, e analoghi saranno quei beni da altri agognati, non è che uno tra i possibili, ma che forse altri, vicini o lontani, hanno già. Allora la fonte cercata è il pool dei beni che molti come noi agognano, ma che altri già posseggono, senza però condividerli. Ne viene che il mondo delle anime è pensabile come comunione di ogni posseduto, cioè condivisione, qui e ora mancante, e ci deve essere un che, un chi ne sia motivazione e supporto, lo stesso ipotizzato avere in sé ogni bene condivisibile, vero, ma solo in quel mondo, scambiato, qui e ora no per egoismo. Allora occorre chiedersi come da quella fonte sia possibile anticiparlo, struggente il desiderio suo! Lo otterremo forse solo manifestandogli il nostro rincrescimento, il nostro cruccio, il nostro disagio, che si è fatto sofferenza e promettendogli la condivisione della pace, se raggiunta. Perciò in un solo modo, chiedendo a quel tu, per-dono, cioè di darci più ancora, oltre il dono di rivedere quei fatti diversamente. E che? La convinzione di un rimedio postumo possibile! E' chiaro che chiameremo dio chi è capace di darci questa incredibile possibilità! Ma anche che stiamo qui vivendo solo una speranza, quella di incontrarlo. Quando? Non ha molta importanza, noi qui dobbiamo continuare a vivere, sopravvivere al passato e la speranza permessa, donata, significa libertà dalla sua oppressione. Siamo liberi nella misura di questa speranza, e in essa c'è la pace da condividere! Il dio è chi dà pace! E ciò che lui dona è come provvida goccia d'olio, che esperto marinaio lasci cadere su procelloso mare, essa si spande e l'iroso vento più non s'appiglia sulla superficie dell'onda e più non la increspa a beneficio di tutti quelli che lo sperduto combattuto veliero coabitano! Ma aver fede in lui è più ancora, certezza in questa speranza, nonostante ogni preghiera resti senza risposta per quanto accorata!




giovedì 10 marzo 2016

Conoscere il cristo è amare il dio


Per amare dio e il suo cristo occorre imparare a conoscerli, ma è apprendimento di tutta la vita. Chi, sfogliando nel ricordo le pagine che ha scritto nel libro della sua vita può vero dire, Io l'ho conosciuto? Sì, occorre sempre rinnovare la domanda a se stessi, Il cristo chi è? Mia madre mi fece conoscere, quella che lei riteneva una sua auto-definizione, Sono un povero dio! E lei poteva affermarlo dalla sua personale sofferenza, vero senza scampo. Sì, non si conosce il cristo se non attraverso la sofferenza e scoprire le motivazioni del dolore in persona cara, significa farle proprie, acuendo le personali, se presenti. Mai venne meno la sua fede nel dio sofferente attraverso quello che a lei capitava! Non le fu possibile vedermi medico, e la sua perdita unita alla sensazione di aver corso invano per esserle di più aiuto, fu la più terribile delle mie prove. Tentato fui ancora di dire di no a lui e al suo dio, a cui avevo rinnovato il pugno chiuso, quello contro il cielo tutto nero, che già avevo veduto bambino, dopo la perdita di mio fratello di me poco più grande! Ma non ero solo, una piccola donna avevo accanto e i nostri due bambini! Ripresi i miei studi, ebbi successo! Ma a quanto dolore e a quanta nuova sofferenza dovetti assistere! E cercai di alleviarla come potevo! Poi mi scoprii fisicamente fragile, il mio cuore fisico aveva troppo a lungo sofferto più del metaforico, del lavoro portato avanti a denti stretti, dei miei studi ostinati. Mi ritirai nel mio lavoro di insegnante e ricercatore di matematica, mai scordando il poco che avevo potuto dare e il molto ricevuto dall'umanità di chi fidente era stato dei miei consigli. Spero di essere stato all'altezza del mio compito, quand'anche dovuto essere breve! E ora che alla mia età posso guardare anche indietro, riconosco che la mia vita è stata meravigliosa, ho amato e lo sono stato e lo sono tuttora! Fortunato? Senza questa piccola fragile donna non sarei stato che un mediocre negatore del cristo. Invece ho toccato, palpato la sofferenza e sono certo che è lui, che ascoltava paziente i miei consigli, spesso da un onesto sprovveduto, troppo grande il male! E questa sensazione di averlo toccato nella sofferenza mi fece scemare l'ostilità, il rancore verso di lui. E ho scoperto che se lui aveva conservato l'amore per me, io glielo dovevo. E come? Con quello che lui consiglia, comanda per tutti, dovendo essere tentato l'amore, senza stancarsi, per i nemici anche o soprattutto! Ripeto con maturata convinzione, Vuota è la fede senza amore e non serve a nulla frequentare una chiesa, una congregazione, se mancano le parole, vero sentite nel cuore, dell'amore verso tutti, non limitate ai soli frequentati fratelli, spesso vero illusi come noi! E per chi? Per ci vive accanto, anche poco familiare o sconosciuto addirittura, o che con noi condivide anche solo un piccolo tratto della via dura e tortuosa che fa la vita di tutti, fosse anche chi resiste alla nostra offerta di bene, la fraintende, o è pronto a ricambiare col male quanto pur chiaramente offerto, o l'anticipa malevolo se nuovi tentativi pur con maggiore cautela e gradualità verranno fatti, ché l'accetti! È necessaria la tenacia, quella proprio il cristo domanda (sic!), lui che mai desistette dall'amore ai nemici nell'abbandono di tutti, del padre anche! E sentirsi nel bisogno estremo e nell'abbandono di tutti è già difficile da sopportare, e più ancora se si unisce la perdita del dio dialogante attraverso quanto di bene si sia tentato di realizzare! E' quello che accadde al cristo tra la sua gente cruda, è quello che avverte il pur buono nell'abbandono alla desolazione di una miseria o di una malattia senza scampo! Via gli amici e perdita, nell'incomprensione delle persone, degli affetti più cari, che talora colpevolizzano non la mala ventura, ma chi ha dovuto sottostarvi, succubo! Ma io, conscio di quello che tanto spesso accade e mi accade, so che nella mia vita, tanto sofferta e travagliata, c'è uno che non ha mai cessato d'amarmi, e lo ha fatto anche attraverso quelli che mai allontanati si sono dalle mie vicende tristi! E lo ritrovo in molte pagine del libro della mia memoria, seppure mai evidente, ma discreto presente! E allora per quell'uno che sempre ho avuto accanto, posso ben dire, Non basta muoversi verso la verità e il bene, perché se ne può rimanere lontani, se non lasciamo che il sia il cristo a guidarci! Allora anche il mondo con tutto il male che accumula e rinnova, è un prezioso tirocinio d'amore. Perché il vero amore non è mai vistoso, è appena evidente, sommerso da mille ragioni, messe in atto per contrastarlo e vincerlo, e da chi? Dagli irriconoscenti senz'altro, ma più ancora dallo stesso uomo vecchio, che permane in ciascuno in una latebra del proprio cuore tormentato, e che del mondo e le evidenze sue è ben conscio e ne vorrebbe esenzione! E torna la domanda di sempre, il male perché? Sì, quella a cui tento rispondere da anni, è perché il dio-amore abbia permesso il male da sempre. Io recentemente ho tentato una risposta, che ho altrove condiviso, a questo problema, che resta aperto, Il male c'è perché l'uomo, in ogni sua epoca di vita, possa dir di no all'amore, al dio, al suo cristo! La libertà dall'amore è pagata a caro prezzo, non solo col travaglio della natura fino a noi e quindi dai viventi, che sono stati e sono, e dalle cose tutte, che io, convinto francescano, comincio ad avvertire sorelle, ma anche dall'uomo che tenta di essere buono, spendendosi perché l'amore esista e s'affermi! Ed è ben strano che il male ci sia affinché qualcuno possa decidere di non avere necessità d'amare, e che sia proprio l'amore negato diventato l'unico mezzo per affrancarsi da esso, i presunti liberi dall'amore pure coinvolti! Quelli che con la loro pretesa di libertà dal dio-amore arrivano, presi dal male, che per il loro diritto alla libertà è stato chiamato ad essere, ad accusarlo di indifferenza! Sì, l'amore costa sempre dolore, dacché il male è stato permesso, anche perché non sosti, limitato alla donna che s'ama, alle meraviglie dell'arte, della musica in particolare, al bello che, in momenti di recezione privilegiati, offre la natura, e a quant'altro di godibile c'è sotto al sole e le altre stelle! Il male è onnipresente, vigile, occhiuto! Lo stesso dio ne è rimasto coinvolto nella persona del suo cristo. Perciò il comandamento dell'amore non è pretesa non vagliata da chi lo propone, sul dove e quando e come! Anche nelle conseguenze sue possibili per quanto estreme, essere traditi dai beneficati! È perciò proposta sofferta, rinnovata nella sofferenza, patita a causa di essa! Allora vero invito a una libertà nuova, sebbene condizionata dal dovere amare i detrattori anche, quindi qui proprio, in un ambiente psicologico che accoglie, mantiene, incrementa il male. E solo se sapremo vedervi il cristo come il povero dio, che mendica amore, anche da un pitocco, qual io sono nel tentare il bene, il nostro stare per lui sarà stato fruttuoso! E invece che accade? Noi assai spesso, sfiduciati, in navigazione col nostro “vasello” nelle acque perigliose del male, ci sentiamo poveri cristi smarriti e chiediamo al vero cristo, pitocco per amore, aiuto! E lo darà purché non rinunciamo all'amore, non appena più fiduciosi, pronti ancora a invertire i ruoli, ché è lui in ogni vero bisognoso e gli dobbiamo aiuto! È questo l'amore, benché stanchi e poveri, non ignorare chi lo è più ancora. C'è appena dietro un ancora più insicuro e appena davanti un falso sicuro, entrambi chiedono muti, per dignità il primo, per alterigia l'altro! Come fare?
Mai il realizzato è abbastanza per il cristo! Lo ribadirò per quanto ne ho capito, perché non conoscere l'amore, non averlo fatto proprio, non averlo trasmesso, significa non conoscere il cristo, non averlo mai incontrato, non averlo mai riconosciuto in alcuno! Non conoscere il cristo è ignorare che il dio è il misericordioso, certo pronto al perdono, non solo del malvagio palese, purché pentito dell'altrui danno causato, ma anche del mediocre nell'amore, colui che è vissuto all'ombra del cristo nel suo impegno sofferto, ieri, oggi ancora! Allora, e lo dico soprattutto a me stesso, il vero rischio è vivere sulle spalle del cristo, cioè pur condotto, pur sostenuto, ma senza combinar nulla di fattivo, vero efficace e duraturo, nella concretezza che vuole e fa il mondo, che è pur sempre pronto ad abbattere il realizzato, se poco o non è solido abbastanza! Il mio, lo riconosco, è come un perenne scrivere la parola “amore” sulla rena prossima alla battigia, un'onda lunga viene e la cancella! Allora che vuole il cristo, che pretende, se non quello che lui ha già fatto e io cento e cento volte solo tentato? Non mi stancherò di ripeterlo a me stesso, Questi vuole sì benevolenza, “sollecitudo” per la vita, ma di ogni altro e non ristretta a chi l'attende, la sa apprezzare e spesso la ricambia, con altrettanti, o più ancora, atti di simpatia e benevolenza! Fa così con me la donna amata e lo fanno gli amici, pochi divenuti alla mia età! Ma egli lo pretende per i nemici anche, anzi specialmente, l'ho già detto, lo ribadisco! E chi sono, se non quelli che ci danno dolore? Gli ostinati a non voler capire! E accade nella ripulsa palese, nel sospetto di insidie nella nostra azione, pur chiaro volta al bene, nel rifiuto larvato, celato da ipocrisia, nella maldicenza, che sempre l'impegno onesto riceve da persone che non vogliano capire la necessità del bene offerto, sia alla vita di chi ne fa dono che a quella di chi accoglier lo dovrebbe. E così in cento risposte malevole, o in vere iniziative di danno gratuite! E a questo dolore, innegabile (sic!), si aggiunge l'altro che viene dal ritenersi responsabile dell'insuccesso per una condotta non abbastanza cauta e graduale. Io, mi dico, non sono capace di attualizzare l'amore del cristo, renderlo apprezzato e tangibile! Allora, anche per pacificare il proprio cuore, occorrerà ritentare! Nuovo rifiuto, nuovo dolore? Ma sarà sul grado di questa tenacia, già di per sé fonte d'ansia e quindi di dolore, che il cristo chiederà conto al credente! E costui, compresi i propri manchi, le intenzioni disattese, i propri rinvii a un “farò”, mai attuato, dell'amore comandato, si pentirà e ne seguirà il perdono immancabile! E' favola, è speranza, è solo tutto per chi crede!


mercoledì 2 marzo 2016

Sul perché del male ancora!


Tenterò anche qui una risposta del perché il male, che, se al momento non contrasta molto, come fa d'abitudine, la mia vita, getta nella disperazione quello che mi sta appena accanto, persona cara o non ancora così divenuta, e tutte lo dovranno diventare, secondo il comando del cristo! Inizierò dalla tentazione all'oblio del problema, almeno nella crudezza sua e nella sollecitazione, che esige sempre risposta fattiva non banale per chi ci vive accanto o appena oltre. E qual'è? Quella del particolare rapporto che fa il condividere tutto con una compagna, badando ad esso principalmente e accantonando nel “farò” ogni altra richiesta pur pressante. Per sfuggire a questa debolezza, se vero una donna c'è ad occupare il cuore, occorrerà cominciare a chiarire a sé e all'altra la necessità di una risposta non ristretta al binomio del loro amore, ma aperta alle sollecitazioni che dagli altri vengono, alcune esplicite, altre velate dal pudore di chi tenta, anche nella miseria, di conservare la dignità! E come ho spiegato per la vita insieme, come spiego tuttora la necessità d'attenzione pure agli altri alla compagna mia, ma anche a me stesso? Riferisco solo la più bella delle occasioni.
A tutti sarà capitato soffermarsi a guardare il cielo stellato fuori di città, senza il disturbo delle sue luci, sempre poche a tener lontana la paura del buio, troppe perché apparir possano in tutta lor meraviglia le stelle, come accade sui monti, stretti a chi tutto con noi spartir vuole, o anche stando con lei per mare in notte serena in plancia a sentir fin nelle ossa la pungente brezza dal mare, come vero ci capitò in una notte di sogno, perché appena promessa di fedeltà era stata scambiata all'altare del dio. Ma, le ho osservato allora e le faccio osservare ancora che, propizio lo scenario, che per goderne, qualche disagio pur comporta, invano guarderemmo il cielo stellato, esso non ci farebbe incanto e non inumidirebbe gli occhi, con quegli splendori farsi corona a palpebre strette, che invano tentassero di trattenere le lacrime, se già il senso del bello e prezioso irrinunciabile non ci appartenesse, proprio l'esaltato dallo stare insieme! E se le fiammelle del cielo vero questo ci fanno fino a rigare le gote, che dicono afone? Io allora vero ancora ne fantastico con la compagna dolce a me stretta, Ecco guarda, le dico, ci sorridono e ci assicurano che disposte già sono alla nostra accoglienza, o, leggendoci il cuore, ci stanno dicendo che la rimanderanno soltanto, affinché dal nostro pianto di commozione inizi il pentimento per aver disatteso la legge dell'amore! Quale? Non il nostro scambiato, quello che tra le sue cose belle ci ha fatto mettere la speranza di novelle a farci felicità anche tra le stelle, ma quello voluto da colui che ci ha qui scelti a star insieme, e che vuole la sollecitudine nostra, tra noi scambiata, anche per la vita di ogni altro! Solo per questa esigenza vivendo, sarà per noi sperabile, continuando il suo favore, dopo il perdono da chiedergli col pentimento di non aver potuto assecondare abbastanza la richiesta sua, che tra i suoi splendori, lì proprio, egli voglia che ritrovarci possiamo! Perché noi abbiamo scelto, non solo la strada, certo non facile, del nostro personale amore, ma la via tortuosa, aspra e dura nella coerenza dovuta, di quello molto più ampio che lui suggerisce! E lo ha chiesto e lo chiede a noi proprio, che il nostro difendiamo perfino mitigando all'altro la pena dei ricordi non belli, ma che dobbiamo esporre a rischio che bistrattato sia dai nemici, che lo invidino! Tanti, troppi? Ci aiutino le stelle, che ora assistono lontane alla commozione che sempre ci prende guardandole, velandoci e rigandoci occhi e volti, ma che già aspettano di godere la felicità dell'amor nostro! Sì, noi vi saremo come a Dante e alla sua Beatrice apparvero a farsi toccare, innocui e piccoli splendori per loro divenute, faville d'amore divino! Ecco questo dico, con cento varianti, alla donna della mia vita, unica divenuta da tanto, scialbo con la sua dolcezza fattosi il ricordo di altre lontane, che destinate non m'erano e che sempre ho sperato felici, avendomi scordato!
Ma a me chiedo qualcos'altro e con lei non posso condividerlo completamente, nemmeno sotto le stelle, affinché non si rattristi per la pena che ne ho palese! Mi tormenta da sempre la permissione da parte del dio del male, insistente e tenace nella vita di tutti e in questa mia ultima più ancora, anche se pause ne ho! Mi chiedo, Possiamo contentarci constatare che esso permetta il riconoscimento da parte di ognuno dell'opportunità di preferire il bene? Non credo sia per nessuno risposta soddisfacente, ché fuggire il male e corre verso il bene, sono tendenze istintive nell'uomo e in ogni altro animale! Io preferisco parlare di libertà concessa dal dio e di necessità del male ad assicurarla. Infatti ci deve poter essere una libertà assoluta anche dall'amore, perché il dio lo propone come mezzo per raggiungere il bene e la felicità che ne consegue anche qui, nel rispetto del desiderio che ne ha ogni altro, perché alcuno non offende, ma si spende affinché gli ostacoli frapposti vengano eliminati per sé e ogni altro. Negare questa proposta deve essere possibile, e per permetterlo c'è nella realtà il male. Perché? Negando l'amore, nel senso del comandamento nuovo voluto dal cristo, c'è rinuncia a tutte le conseguenze benefiche della diffusione e successo suoi, perciò il male! Il male permette la libertà del no al dio e al suo cristo! Preferire la libertà condizionata dall'amore, non deve essere scelta dovuta dal solo credente, ma aperta, offerta a tutti, che anche se dal male, necessario alla libertà di dir no al dio e al suo cristo, non libera, lo contrasta con efficacia, ché tenace è l'amore! Ma è scelta del nemico dell'amore l'ipocrisia, qui sempre possibile, che solo il dio potrà perdonare, dello “ ut aliquid fieri videatur, di chi goda i benefici dell'amore senza spendersi a diffonderlo! Insomma non basta cullarsi nella dolcezza di braccia che ricevano noi e i nostri affanni, non bastano occhi che ci invitino a guardare accogliente il cielo con le stelle sue, l'amore deve essere molto di più! Per capire la verità sua non basta un tempo lungo di esenzione dal male o di pausa dal tormento suo, ma se la si comprende, e forse è a questa comprensione finalizzata la vita tutta, occorre con le forze residue entrare nelle tortuosità sue e strapparne non solo se stessi, ma chiunque ne soffre, fosse pur il nemico che sempre frapposto si è tra noi e la gioia!

Ma il no al cristo del dio resta colpa grave, perché nuoce con la presenza del male alla propria e l'altrui vita, e giustifica la possibilità che l'inferno oltre l'attuale non rimanga solo minaccia, si apra! Ma se il torto è grave, la misericordia del dio è più grande e farà comprendere, qui o di là dal mondo, quanto si ci è avvicinati all'orlo dell'abisso! E come il male qui è dolore in quell'altrove sperato, il vederlo tutto, con il pericolo corso di cadervi facile, indurrà l'anima l'anima più dura al pianto e il dio al perdono! Il male è anche catarsi!