Proprio come quando qui a percorrere vieni i sentieri del bosco di questo chinale di buon mattino e ti imbatti in corpicino straziato di ratto o riccio o di altra piccola creatura morta e ne fai pietosa culla tra le foglie tante, che tutti spogli fanno molti degli annosi alberi, così almeno o più ti rattrista sapere che qualcuno uscito è di sua e tua vita. Anzi ne fai culla con le considerazioni blande della cerimonia che fa bordone al pianto dei suoi più vicini e ricordare ne vuoi i momenti significativi e belli della vita sua, che soli richiami alla memoria. Certo non fai come i più, che alla fine pietosi lo assolveranno comunque, che non potranno non chiedersi che ne è stato di sua vita, non tutta, ché sol il dipartito ne aveva ricordo, ma quella che lor memoria dei fatti più recenti conserva. E colui che ne indaga si chiederà, È trascorsa noiosa nella monotonia di giorni tutti uguali, o allietata è stata da eventi, che scossa l'abbiano per renderla più degna? Ha egli visto tramontare gli ideali giovanili, che tanti conservano geloso possesso a lungo, e così è vissuto disincantato e triste, o ha lottato che qualcuno s'affermasse ed è accaduto che se ne allietasse nella vittoria? È egli vissuto di piccoli intrighi nel quotidiano o esistenza retta, conforme a sani principi del viver in società o morali, ha condotto con tenacia? È stato vittima di infamie o con calunnie e delazioni ha molestato il prossimo suo? Così di simile tante altre domande al fine di tracciare un profilo morale dello scomparso, anche se poi cederà alla retorica del cordoglio che di tutto assolve, negando l'evidenza perfino, anzi ne magnificherà le poche azioni di bene e di altre confabulerà. È il rito che accompagna pietoso il trapassato, garantito indulgente nell'immediato, come mesta poesia alla sua ultima dimora certa, quando è bene per tutti che un'immagine realistica ceda a una mitica cucita lì per lì per conforto dei rimasti soprattutto. E quelli che credono, sono persone che giustificano l'atteggiamento consolatorio per gli straziati dal pianto e pietoso per lo scomparso, pensandolo sincero asceso al perdono del dio. Così esse invitano alla rassegnazione pensandolo eletto a una vita migliore. Ma è tutto vero sperabile, o s'osa troppo? Davvero il dolore e le pecche di una vita avevano un senso, non erano fortuiti incidenti in un percorso, sperato semplice se non addirittura esentato, che una divinità permissiva aveva disseminato di inciampi superabili privilegiandolo, o piuttosto manifestazioni dell'ottuso male di qui, che fa vero scura questa valle? E il dolore dei testimoni di quei fatti talora tragici che senso v'aveva, e le creature mute spettatrici di tanto, quando amiche vero addolorate, che senso v'aveva il loro partecipe dolore? Allora o c'è una preziosità nella vita di ciascuno che spesa va a vantaggio di tutti, o c'è, assurdo, il disagio, la sofferenza patiti per il solo sogghigno dell'autore dell'infamia fatta subire! O, con linguaggio diverso, il cristo, che soffre e muore, anticipa o ripete la vita di ciascuno, oppure l'amarezza per il dolore e il vuoto che lascia ogni morte sono non senso! Possibile che niente di qui segua un ignoto piano che, per quanto irto di difficoltà penose, conduca tutti al meglio e alla luce, visto il buio qui prevalente? Sarà vero qui anche, quel che vale in logica, che vuole la totalità degli eventi a caso, che qui fanno danno e morte, che non un evento dello stesso tipo sia, ma al contrario che una ragione tutta riposta abbia, nota solo a chi ha fatto il tutto tanto carente e brutale, ma anche un dove in cui fa capolino l'amore? E torna spinosa la domanda, Perché quest'inferno unico e certo? Lo sanno i defunti? E perché non lo dicono almeno per cenni? Chi soddisfa e se ne sta cheto, se qualcuno ripete, saccente, che dolore e morte sono nelle leggi della natura e occorre accettarli con animo forte e rassegnato? No, forse è solo nell'apparenza così, una coerenza coi fatti angosciosi che vi accadono, ché dietro c'è dell'altro. E io, che mi struggo come testimone partecipante, io stesso vittima, del dolore delle creature tutte, lo chiamo, il dio!
sabato 1 novembre 2014
Il dolore e la morte perché?
Proprio come quando qui a percorrere vieni i sentieri del bosco di questo chinale di buon mattino e ti imbatti in corpicino straziato di ratto o riccio o di altra piccola creatura morta e ne fai pietosa culla tra le foglie tante, che tutti spogli fanno molti degli annosi alberi, così almeno o più ti rattrista sapere che qualcuno uscito è di sua e tua vita. Anzi ne fai culla con le considerazioni blande della cerimonia che fa bordone al pianto dei suoi più vicini e ricordare ne vuoi i momenti significativi e belli della vita sua, che soli richiami alla memoria. Certo non fai come i più, che alla fine pietosi lo assolveranno comunque, che non potranno non chiedersi che ne è stato di sua vita, non tutta, ché sol il dipartito ne aveva ricordo, ma quella che lor memoria dei fatti più recenti conserva. E colui che ne indaga si chiederà, È trascorsa noiosa nella monotonia di giorni tutti uguali, o allietata è stata da eventi, che scossa l'abbiano per renderla più degna? Ha egli visto tramontare gli ideali giovanili, che tanti conservano geloso possesso a lungo, e così è vissuto disincantato e triste, o ha lottato che qualcuno s'affermasse ed è accaduto che se ne allietasse nella vittoria? È egli vissuto di piccoli intrighi nel quotidiano o esistenza retta, conforme a sani principi del viver in società o morali, ha condotto con tenacia? È stato vittima di infamie o con calunnie e delazioni ha molestato il prossimo suo? Così di simile tante altre domande al fine di tracciare un profilo morale dello scomparso, anche se poi cederà alla retorica del cordoglio che di tutto assolve, negando l'evidenza perfino, anzi ne magnificherà le poche azioni di bene e di altre confabulerà. È il rito che accompagna pietoso il trapassato, garantito indulgente nell'immediato, come mesta poesia alla sua ultima dimora certa, quando è bene per tutti che un'immagine realistica ceda a una mitica cucita lì per lì per conforto dei rimasti soprattutto. E quelli che credono, sono persone che giustificano l'atteggiamento consolatorio per gli straziati dal pianto e pietoso per lo scomparso, pensandolo sincero asceso al perdono del dio. Così esse invitano alla rassegnazione pensandolo eletto a una vita migliore. Ma è tutto vero sperabile, o s'osa troppo? Davvero il dolore e le pecche di una vita avevano un senso, non erano fortuiti incidenti in un percorso, sperato semplice se non addirittura esentato, che una divinità permissiva aveva disseminato di inciampi superabili privilegiandolo, o piuttosto manifestazioni dell'ottuso male di qui, che fa vero scura questa valle? E il dolore dei testimoni di quei fatti talora tragici che senso v'aveva, e le creature mute spettatrici di tanto, quando amiche vero addolorate, che senso v'aveva il loro partecipe dolore? Allora o c'è una preziosità nella vita di ciascuno che spesa va a vantaggio di tutti, o c'è, assurdo, il disagio, la sofferenza patiti per il solo sogghigno dell'autore dell'infamia fatta subire! O, con linguaggio diverso, il cristo, che soffre e muore, anticipa o ripete la vita di ciascuno, oppure l'amarezza per il dolore e il vuoto che lascia ogni morte sono non senso! Possibile che niente di qui segua un ignoto piano che, per quanto irto di difficoltà penose, conduca tutti al meglio e alla luce, visto il buio qui prevalente? Sarà vero qui anche, quel che vale in logica, che vuole la totalità degli eventi a caso, che qui fanno danno e morte, che non un evento dello stesso tipo sia, ma al contrario che una ragione tutta riposta abbia, nota solo a chi ha fatto il tutto tanto carente e brutale, ma anche un dove in cui fa capolino l'amore? E torna spinosa la domanda, Perché quest'inferno unico e certo? Lo sanno i defunti? E perché non lo dicono almeno per cenni? Chi soddisfa e se ne sta cheto, se qualcuno ripete, saccente, che dolore e morte sono nelle leggi della natura e occorre accettarli con animo forte e rassegnato? No, forse è solo nell'apparenza così, una coerenza coi fatti angosciosi che vi accadono, ché dietro c'è dell'altro. E io, che mi struggo come testimone partecipante, io stesso vittima, del dolore delle creature tutte, lo chiamo, il dio!
mercoledì 29 ottobre 2014
Analogie
Quando a questi monti sali, che al nostro golfo, fatto di tante meraviglie, fan corona, e sosti, come sentiero permette, per adattare la lena all'altezza, guardar puoi e goder di quelle che sciorinate ti vengono da basso. E ti dici, Se più in alto andrò altro ancora mi s'offrirà e sicuro sarà più bello! Sei nel vero, s'allarga l'orizzonte fino alle isole che le onde cullano da sempre, e se la sera ti sorprenderà e deciderai lì di restare tutta o parte della notte, le luci delle due cittadine dal basso non guasteranno la vista di miriadi di stelle che ansiose di salutarti di lassù per te occhieggeranno. Sei ancora nella meraviglia! Di simile t'accade quando vago sei di cedere alla bellezza di quella che forse scelto già t'ha a tua insaputa, perché vuoi non fermarti all'esteriorità che ti si mostra distante un appena o lontana, ma goder più ancora del bene che ti si offre, toccarlo, farlo tuo e sarà non amicizia, ma amore! Io mi riferisco al tempo mio lontano quando le ragazze erano così use, prima studiare di lontano chi le pretendesse, e tu ti tormentavi su quando e come l'occasione ti si sarebbe presentata per timido approccio. E io tanto insicuro ero del mio potere persuasivo, che nemmeno pareva bastarmi che la ragazzina dell'epoca per me evidente smaniasse e un dir suo un po' affettato sfoggiasse con le amiche perché con più sicurezza la notassi, eppure poi la persi! Ma più completo dico se parlo dell'amore per questa mia piccola donna, che certo m'attrasse per la sua timida bellezza, come di lumachina che timorosa la testolina sua tiri fuori dal guscio, e io, che le ho chiesto il suo sì, da allora ne godo come di bene prezioso e raro. Presto però, per far più completo il mio sentire, alla sua bellezza del cuore mi rivolsi e fu la completezza d'amore, unica cosa della vita mia travagliata che un po' di gioia duratura m'abbia dato. E so che la mia è esperienza di molti. So anche che antichi filosofi hanno teorizzato questo apprezzare bellezze tanto diverse nella stessa persona, come di due momenti successivi a lungo coesistenti per la felicità reciproca tra amanti. E mi chiedo, Succede di simile col dio? Certo egli è bellezza e gioia, per questo immaginiamo bella la madre sua e così l'ha descritta felice, chi l'ha vista. Ma egli è anche dolore! Sì, e la gioia e il dolore nostri sono suoi, tutti suoi! Accade di simile nell'amore umano, si mette il proprio destino nelle mani dell'altro fiduciosi, affinché l'umanità dell'uno si arricchisca, sì della presenza, della prossimità di quella dell'altro, e questo vivere accanto è sì gioia, ma condividere tutto dell'altro genera anche apprensione e, se minaccia compare, sofferenza. Di simile il dio con chi è nel disagio o in angustie per precarietà, miseria, abbandono o malattia. Ma c'è più ancora, egli si identifica per amore col sofferente. Di simile nell'amore umano quando vera fusione di anime ci sia, quello accanto non è più l'altro che pur si ama, ma se stesso più in là! Ecco che si diventa quando si è vero tu per un io, indistinguibili nella gioia e nel dolore! E se dio ama tanto da identificarsi con me, so amarlo a tal punto nella presenza sua in chi è ultimo? Abbraccio vero un uomo concreto nel suo dolore o me ne mantengo distante e pretendo di abbracciare il dio, sì in verità l'immagine falsa che ne ho? Eppure non è che lì, appena accanto, e non so vederlo! Ben ha detto sant'Agostino, Timeo deum transeuntem!
martedì 28 ottobre 2014
La natura d'uomini
Quando all'approssimarsi dell'inverno vedi su filo rondini radunarsi a far bella mostra di lor corpicini stretti l'un l'altro, tu dici che seguono lor istinto e presto partiranno, una tutte seguendo, di simile vedi fare branco alla pastura un lor capo seguire lungo chinali erbosi, pecore o capre, mentre il pastore, forse sotto frondoso faggio, impigrisce. Così qui fanno uomini che lor istinti seguono e perseguono e tra lor li vedi far branco e star dietro a un loro eletto ad horas, perciò come dietro a banderuola. Perché qui tutto avviene nella banalità e spesso nella volgarità frettolosa di star dietro a interessi e appetiti senza morale alcuna e come bestie comportarsi i libidinosi del successo e della potenza. Eppure il dio ha parlato per l'araldo suo e invitato ha all'etica del perdono, amare i nemici e pregare per i persecutori! E tutti avremmo qualcosa da farci perdonare dall'altro e questi da noi! Se tutti seguissero questa sua volontà, né politica, né giustizia, né economia sarebbero necessarie in una società di virtuosi, qui a far anticipo di cielo. Invece la possibilità, anche remota, del perdono imbarazza i tanti duri di cuore e l'amore comandato per l'altro, chiunque altro, scandalizza i pragmatici arrivisti, che tutti e tutto calpestano anche lontano dalla meta sognata. Sono appelli a orecchie sorde che giungono come echi di un mondo pensato estraneo e mitico, comunque troppo lontano per lasciarsene distrarre. Qui tutto ha un costo, anche il fiatare, consumare l'appena per dover star scomodi tra altri, che tollerano chi è accanto, ma con fastidio, e tutto chiedono, nella venalità del contraccambio sbilanciato, all'insicuro e debole, sì, molto pagare e cedere per assai poco, in una società che vive per gli appetiti suoi tra rancori, violenze, misfatti. Qui la giustizia è di necessità punitiva, ma è giusta? E la politica è sì arte del compromesso, ma è compito assolto con serietà e disinteresse? Non è piuttosto impiccio tra furbi che si spartiscono, sobbarcandosene in apparenza l'onere del gestire, la fortuna che viene da cittadini fiduciosi, tra cui tanti pigri creduloni e sciocchi, quando non vili lor servitori, quelli che li eleggono, reputandoli, in buona o cattiva fede, onesti, a cotanto uffizio? E l'economia, che vive di vile denaro e lo genera o lo brucia in improvvisi guizzi che fanno comportare ad apparente capriccio gli speculatori nel cosiddetto mercato, fa la speranza di un mondo più ricco di novelle possibilità di lavoro e di faticato benessere per tutti? Ecco noi, tutti fatti deboli e insicuri, viviamo nel prosaico oggi, sollecitati da ogni dove a comportamenti liberatori, ma impulsivi e rischiosi che faranno colpa da cui alcuni verranno scusati, altri subiranno dura reprimenda, ecco la giustizia giusta! E così affrontiamo ogni giorno la fatica del vivere qui con lavoro quando mai più incerto con diritti negati, ecco le decisioni dei nostri politici in un mondo globale, che l'economia ha reso più precario! Niente proprio questa umana giustizia nei negozi suoi ha con la divina, che sì condanna, e proprio tutti, ma al pentimento per il perdono e l'amore, quello che l'uomo ricambierà divenutone capace a lui, che mai ha cessato d'amarlo, nemmeno quando gli si è fatto nemico, peccando. E la politica dei tanti brogli nel suo luogo sarà scialbo ricordo ché scambio lì c'è tra gente, ma con soli intenti d'amore. E l'economia pure sarà tutta di vestigia di un mondo trascorso, e allora uno scoprire d'aver qui dato l'appena, ma disinteressato, per vedersene contraccambiare lì una misura pigiata e scossa come quelle che s'usano per granaglie o macinato. E intanto qui siamo nell'attesa che venga la città del dio in cui tutto questo verrà concesso e viviamo tormentandoci a vicenda con problemi continui che nascono dal difficile rapporto con gli altri, gli appena accanto o più lontani. E vi stiamo con ricerca affannosa di soluzioni che accettate siano dai più e intanto rancori, odi, offese, violenze, guerre e morti premature da quelle. Questa è la nostra natura d'uomini nell'attesa che tutti come angeli torniamo a vivere, eletti nel mondo in cui il dio e la madre sua sorridono, ché lì d'amore si vive!
domenica 26 ottobre 2014
Morsus conscientiae
Quando dal passato cose belle e meno vengono fuori, noi le ricordiamo nella poesia della gioia autentica anche se piccola e contenuta o, richiamate con quelle anche le brutte, ce ne prende rammarico, vero allora immersi nella prosaicità del vivere, tristi per quei ricordi, umiliati succubi talvolta in quelle vicende lontane o più spesso miseri responsabili dell'altrui pena o dolore. Ecco, il tempo s'è interposto e ha sbiadito quei fatti alquanto tragici lontani, ma non li ha curati, li ha solo candidati all'oblio come accaduti sgradevoli, ma senza successo duraturo, ché ripresentati si sono in tutta la crudezza loro a suscitarci perfino un morsus conscientiae se vita morale abbiamo. Io mi sono come chi schivo sia vissuto e attento proprio alla vita morale, ma l'ho costellata tutta d'errori! Allora certi ricordi mi sono occasione di pentimento. Di che? Della fiducia che forse in me altri ebbe mal riposto o di quella che io, dall'ingenuità mia, riponevo nei protagonisti disincantati e agguerriti in quegli anni miei, verdi allora o comunque lontani. Io però così non rinnego quegli accaduti, mi identifico totalmente con quell'uomo insufficiente, titubante a ogni passo, che ero e forse sono, timoroso di subire il male più della possibilità d'esserne responsabile, come purtroppo m'accadde e forse m'accade. Ma ho il vantaggio di una vita lunga ormai, da spender per quel che ne resta nella sincerità, che mi fa sentire in libertà di giudizio che proprio da pentimento sincero prende la ragione sua, e che, presa coscienza dei fatti trascorsi, non belli se non proprio brutti, me li fa superare. Perché? È come mi sia preparato alla diversità e alla novità del rinnovamento in lunga gestazione e ora ho coscienza di non coincidere staticamente con il mio io passato, quello del tempo trascorso nelle brutture sue, fermo all'ieri buio, ma so di poter passare oltre, ché so di guardare alla luce per sentirmene inondato e che un sentiero mi illumina e indica percorribile, e mi sento, se non già rinnovato con coscienza lì lì come ricreata, almeno pronto ad esserlo. Sto per diventare così l'uomo nuovo che fin qui non sono stato, prigioniero di quelle storie, ora ripensate anche penose, ma dure nel coraggio della responsabilità che me le ha fatte guardare nella crudezza loro, non come prima le ricordavo, tutto preso nella paura di aver tanto nociuto o subito. Sì, allora non superate, non cancellate, ma solo accantonate. C'entrano il dio e la madre sua in questo superamento? Sì, perché mi rinnovo nella prospettiva del bene, non di un bene. Cioè ho l'intento di non fermarmi a una sua tappa, meta, sebbene desiderata alta, ma di umana portata, sebbene virtuosa, ma procedere, senza limite alcuno, attratto e guidato dalla luce nel tempo che mi resta, breve purtroppo. Ma l'aiuto divino, invocato o no, è necessario. Perché? Io parlo a chi crede, colui che, trovato de visu il suo dio, avrà vinto tutto e a chi non crede, ché allora dovrà ricredersi e pentirsi, o vincendo, ché il dio davvero non è, non avrà nemmeno la consapevolezza d'essere vissuto senza la speranza della fede e vanamente come altri. Sì nulla egli avrà, perdente ancora! Sebbene insieme con quello che tutto se stesso vi ha invece riposto e in essa trovato, se non la gioia, la serenità della sua vita, diversamente da lui, tribolato dal dio non trovato nemmeno nella morte. E allora che dirò? Noi viviamo in un mondo in cui tutte le cose e gli avvenimenti che le legano, sono ambigui, occasione possibile di incauta valutazione e d'errore. Perciò mai si è sicuri nei passi verso qualcosa o dell'allontanamento efficace da un qualcos'altro ed essere fiduciosi che il contatto nel passato con gli errori suoi ci abbia del tutto immunizzati, inculcandoci la coscienza del male. Perché l'uomo pentito, convinto di poter superare un accaduto, può ricadere nello stesso errore, visto quel fatto erroneamente come nuovo, perché in altra forma, diversa, d'apparenza innocua. Allora eccoci nella libertà di decidere del vecchio uomo che dorme in ciascuno, che occorre che fantoccio innocuo sia avvertito, non inquietante minacciosa presenza che il male richiama, e può esserlo solo se l'errore diventa peccato. Perché? Così resta sconfessato il proprio io malefico, che taluni pensano connaturato addirittura con l'anima, e il peccato nel pentimento fa vero morso di coscienza e perfino diventa occasione di rinascita spirituale. Perché non siamo più soli a lottare, siamo creature di un dio buono, per quanto forse a torto talora avvertito distante, e incomprensibile talvolta nei disegni suoi, messe a vivere in un mondo brutale. Abbiamo vero bisogno di guardarci come l'uomo nuovo, che, destato, più non s'addormenta. Sbaglieremo sì ancora, ma spiritualmente consapevoli di star percorrendo un itinerario di salvezza. In questo gli inciampi sono possibili, ma ci sentiamo guardati da un cielo amorevole, e che, pagati i debiti, riscattati, una in cielo ci attende sospirando il nostro distacco dalle cose mondane, caduche e peccaminose! È la stessa che ha accolto, particola del suo cuore divenuta, l'angelo senz'ali ucciso in Iran, che dopo il perdono del dio ne ha ricevute di apposite per volare a raggiungerla in cielo!
giovedì 23 ottobre 2014
Omnia admirari
Quando qui nel bosco, in mezzo a questa natura mi trovo, a me pare con l'ingenuità ritrovata in quest'ultima età, che tutte le cose vi ridano, affinché io le guardi per guardarmi. Come se in mezzo a una favola della mia infanzia io sia, in cui tutto, i protagonisti, uomini, creature e cose, recitavano la loro parte nella storia, tutte parlanti con consono linguaggio. Povere favole sospese fino ad oggi, nate per bambini più del consueto buoni e creduloni! E così mi sentivo e più ero in quell'epoca lontana, quando gli avvenimenti mi correvano incontro a sorprendermi quasi sempre non piacevoli, anzi amari, affinché abbandonassi del tutto, seppure residua v'era, l'età della spensieratezza per una di maggior consapevolezza dei fatti di qui. E poi arrendermi dovetti del tutto, vana la vita e cattiva in sé e anche per gli uomini, mediocri, cattivi e ipocriti, rari i buoni. E cercai un cantuccio per i sogni da tener lontano dalla vanità e banalità degli egoisti. Quando lo trovai? Sempre venivo risucchiato alla realtà in cui vero niente era nuovo, iniziata precoce la sofferenza mia, già dolorosamente provata nel cuore. Vero allora il nil admirari, d'oraziana saggezza. Perfino come stereotipi gli incontri e le storie dagli esiti scontati con le donne. Nihil sub sole novum, vero anche! Una ricordo che forte, ed ero e sono tutt'altro, mi voleva come il padre sognato, che invece latitante s'era reso dalla vita dei suoi! Un'altra più ancora, ché la so infelice, persa nei frammenti della sua memoria, che la mia fragilità, da cui mi veniva tanta sconsideratezza da smorzarle i sogni di ragazza, avrebbe forse dovuto capire e sopratutto scusare, e considerarla come occasione d'amore, come anticipo perfino della tenerezza dovuta a chi l'amava e al bisogno di protezione dei figli che forse le avrebbe dato. Ma poi venne questa piccola donna, tutta sogno in una ingenuità disarmante e ostinata innamorata contro l'evidenza della mia insufficienza e delle manchevolezze mie, che invece pareva dirmi a ogni sguardo, a ogni parola, omnia admirari! E io subito l'amai, dapprima nel segreto del cuore, temendo perderla come già m'era accaduto con le altre, perché le riversai tutto l'amore fino ad allora represso, e amata l'ho fin qui e l'amo pur ora! Il suo cuore fu il cantuccio della mia età matura? Forse sì, ché quelli insieme furono anni duri di molte infamie subite. Alle quasi si oppose altra donna tenace che sempre ricordo nelle mie preghiere, specie in quelle che la solitudine di questi luoghi mi suggerisce e di cui non so se più ammiravo la mente o la sua bellezza ormai quasi vinta dalla malattia e solo per chi, amandola, sapeva ancora vederla. E io la vedevo! Ecco proprio queste tutte le donne mie, anticipatrici di quella del cielo, delle altre più non so, né voglio. Ma questa mia piccola donna ha fatto di più di tutte, ha dato continuità e fatto rivivere il sopito e io fui e sono ancora uno che guarda nella meraviglia. E la meraviglia fa la mia gioia! Sì tutte le cose mi diventano motivo di gioia se ho l'occasione di star loro vicino o viverci accanto, si tratti pure di persone o situazioni che a loro mi legano. Solo così mi è possibile superare la sfiducia che mi segue nella vita a ogni passo, che me la fa ritenere vanità e vincere la stanchezza della monotonia del brutto e del male, che me l'insidiano. No, è bello tutto, è buono, è bene tutto come afferma sant'Agostino! E ogni cosa è nuova, non è già accaduta per ripresentarsi simile ancora, non è ripetitiva e va goduta come lì lì creata da quella del cielo per il diletto mio, suo amato. E tutte le novità che mi fanno gioia mi affollano il cuore e tutto è degno di ammirazione e fa interesse e amore. E allora a quella che da su mi guarda posso rivolgere una preghiera, non dalla solita disperazione, ma dalla gioia e dirle, non, Fagli o fammi questo, ma, Grazie di questo! E grazie della vita, perché c'è qualcosa di nuovo sotto il sole e vi sarà domani, se vederla vorrò. Niente ho perduto nell'attesa e nella speranza, ché, nonostante il passato buio, mi sono ritrovato, sono daccapo bambino, grazie alla donna che m'hai dato, e tutto mi fa meraviglia e la novità che irromper pare in questa natura mi fa sogno di lei, mi fa sogno di te, di quando con gli occhi tuoi la vedrò, come ora tu con i miei!
martedì 21 ottobre 2014
E sarà il perdono
Forse è proprio così, il dio non teme le novità, l'ha detto il pater patrum, ma qualche uomo di fede sì. Vive tra verità dogmatiche e non ne sa, o non ne vuole, uscire, non sospettando che, come per sé accade di restarne impegolato nella consapevolezza di averlo voluto, di simile egli imbriglia, o tenta di farlo, il dio. Ma questi segue spontaneamente chiunque, anche nelle conseguenze dell'errore, vero medico, per sanarlo e recuperarlo al vero. Ma costui è dimentico che il nostro credo ha una particolarità rispetto ad altre rivelazioni, il dio non è venuto solo per ripartirsi tra i fedeli quando riuniti nel suo nome, ma è desideroso di farlo con tutti, estranei inclusi. Non è questo il senso vero della frantumazione del pane benedetto e della sua condivisione nell'adunanza? Invito a che persone consacrate lo facciano a beneficio di tutti, anche e sopratutto dei sospesi, i temporaneamente considerati lontani dalla vita della comunità, che, se ritenuti malati, hanno bisogno di adeguato rimedio, e migliore per malattie morali non v'è! Negarlo è, lo ripeto, come irretire il dio o pretendere di poterlo fare, ignaro che egli lo segue pietoso ovunque vada per quanto neghi la sua verità. Certo il dio è umile e l'umiltà è discreta, pudica, non protesta mai, nemmeno contro lo staticismo, ma contrastarne il cammino è far durare, più del programmato, il male, ché questo mondo itinerario è al bene e durerà finché esso non sarà tutto in tutti. Per sant'Agostino tutto quanto esiste è bene, il male vi entra, permesso dal dio, quando l'uomo sovverte la gerarchia tra i beni scegliendo un bene minore in luogo del desiderato più alto. Ed è così che accade quando restar si vuole ai dogmi, questi sono un bene, ma non il bene, cioè v'è sicuramente di più del tramandato nella verità del dio, e questo di più, ignorato all'epoca della stesura degli scritti sacri, non è ignorabile per il resto della storia dell'uomo, che è storia di sé e del suo dio, perché lo scopo che essa duri è raggiungerlo e non lo si ottiene se ci si ostina a non conoscerlo, a contentarsi di una visione corta e confusa. Il male è quanto vi si oppone, non certo un principio in sé, una sorta di divinità parallela oscura e ribelle, continua sant'Agostino, ma è forte presenza in ogni uomo e inseparabile da lui, tanto ingannevole che proprio persona, cioè demonio, egli finisce, diventandone vittima, col crederlo e percepirlo, un'oscura personale forza con la precipua volontà di nuocere e non sa bene se in sé e/o nell'altro s'annidi. Più lo avverte così, sopratutto chi tenta di vivere moralmente e più ancora, chi eletto è a guida e a interprete della volontà del dio in una comunità. Sì, il male sta in rapporto così stretto col bene che questo soltanto, cioè il dio, perché non s'affermi stabile nel cuore umano, può individuarlo come prevaricazione ed errore, e gridare, afono ormai, che da esso si fugga, diventato ormai non pietra di paragone tra realtà diverse e diverse gradazioni di bene, ma di inciampo a ogni passo. L'uomo da sé non può esonerarsene e quasi sempre gli resta da ultimo solo il mito del diavolo invitto, cui finisce col credere. Ma gli corre addirittura incontro se, paradosso, si anchilosa nell'immobilismo, tentando di opporsi alla sua negatività facendosi schermo con la norma! Scopre dolorosamente che le norme tramandate sono assai generiche, non contemplano la potenzialità attuale che il male ha guadagnato nella sua attività infaticata, che mai ha requie, dall'origine del mondo. L'atteggiamento del rinunciatario, che rifiutandosi di capire l'attualità, si fa ottuso, si aggiunge a ciò che è oggi da combattere e superare, e forse è l'aspetto più deludente della presunta saggezza a cui noi del gregge facciamo riferimento e affidamento nei momenti di particolare silenzio del dio. Così oggi non si risponde in modo risolutivo al problema dei divorziati e delle coppie di persone dello stesso genere. Occorrendo partire dalla affermazione incontestabile che il dio ama allo stesso modo tutti e mai nega il suo soccorso a chi lo invoca, necessitando, nello specifico di questi sprovveduti, di intermediario umano, che però fa il sordo. Ma il tutto, pure questo vistoso non voler capire, ha una sua positività, il bene s'affermerà comunque e intanto è esaltato da quanto volontariamente gli si oppone. Esso ha l'errore come suo avversario, che impegna la volontà del dio al superamento e paradossalmente contribuisce a che s'affermi la sua verità d'amore, per il momento incompresa e occultata proprio da quelli del libro. Ecco anche così il male ora prevale, fa più buio questo inferno, vuole al solito che nulla si distingua, né insipienza né giudizio, né follia né saggezza, né odio né amore, ma pur verrà la luce, albeggerà! E chi ora sbaglia, pentirsi dovrà e nel dolore sperare, crollate tutte le sue certezze, che vero sia che l'amore è per tutti! Sì, proprio quanto ha volutamente voluto ignorare!
E sarà il perdono, donata a tutti la capacità di capire i propri errori e pentirsi, e sarà vittoria su tutte le resistenze, e il dio allora veramente sarà tutto in tutti! E sarà la pace e il suo luogo il paradiso.
domenica 19 ottobre 2014
Costretto all'amore?
Ecco la mia immagine in questo mondo, uno che ormai vi cammina stanco, pure ancora a ogni passo è costretto a decidere. Niente e nessuno mi esonerano, la vita quasi tutta alle spalle o la compagna fedele, che tenta di decidere per entrambi, risparmiandomene l'onere. In verità posso e quindi devo, ne ho la facoltà, la possibilità, la libertà. Ecco, posso riassumere la mia condizione dicendo che questa vita mi costringe a decidere, quindi mi impone la libertà di essere pro o contro ogni cosa e creatura sotto a questo sole, nello spazio che spartisco con loro. E il dio non fa di simile o più ancora, cioè esso stesso non costringe alla libertà? E perché? Permette il male, che non è tanto l'evidente intruso che inquina e insozza tutto, ma ciò che si insinua subdolo perfino tra cose o fatti, anche contrari, qui magnificando, lì denigrando, ma falso, e perciò inducendo spesso ad erronee decisioni e preferenze, sempre nella libertà di poterlo e quindi doverlo fare. Allora è proprio il dio, in ultima analisi, che costringe alla libertà, anche dell'errore, che insidia ogni mio passo? È il dio che ha condannato l'uomo ad essere libero? Ogni situazione pare sfuggire ai suoi comandi tramandati scritti, che fanno la norma della mia comunità di credenti. È nuova, inedita, ed esce quasi sempre dai limiti del non far danno all'altro uomo, quindi di per sé non dice come si debba decidere e agire. Ma la libertà in cui muoversi non è solo minaccia di danno proprio o d'altri, ha una positività, fa capire a chi tentenna che la presunta norma attribuita all'espressa volontà del dio, è angusta perché nemmeno intesa alla salvaguardia della specie, ma della comunità, del gruppo dei credenti. L'altro è il correligionario, non l'uomo in quanto tale! Ed io, proprio perché libero, e allargo l'orizzonte e voglio mio prossimo ogni altro uomo, pur pecco di vista e decisione corte e inadeguate. Allora scopro che, inaudito, quella che sembrava costrizione è il dono più prezioso fatto all'umanità. Quale? Modificare i propri angusti concetti, anzi ritenere la norma non rigida, ma da adeguare non ai tempi, ma all'orizzonte slargato della propria coscienza che deve salvaguardare non solo l'uomo, ogni altro, ma ogni cosa che vive o sta sotto al sole, con pari diritto ad esistere, a lasciarsene illuminare e scaldare. Ma questa realtà è dura e irrevocabile, tocca me, chi mi è accanto e mi ama, chi noi amiamo, chi incontriamo nel nostro vagare a caso a far il cammino della nostra vita, e tocca le cose tutte che occhieggiano a farci intendere che loro pure sono. E allora non c'è proprio criterio alcuno e ritornare si deve alla costrizione del dover decidere, all'idea dell'uomo costretto ad essere libero? È chiaro che l'uomo vero non può lasciar fare al destino e lasciarsi rimorchiare dagli avvenimenti, subirli succubo di questa vita e in ultimo del dio suo. Non deve essere così, pena la sua decadenza al rango di cosa, mero oggetto inessenziale all'economia e al progresso del tutto, quello che si lascia prendere, spostare, usare ad arbitrio. E accadrebbe così, riduzione a cosa, non a causa di ogni altro uomo, ma di quanto gli si agita, non tanto intorno, ma dentro, spingendolo alla non libertà dell'indecisione. E allora? Forse un criterio c'è nella scelta attiva, che non tanto la limita, ma le da la forza e dignità di frutto di decisione ponderata, responsabile. Quella del minimo danno per sé, gli altri e cose tutte sotto al sole. Ma è un criterio del tutto laico, piacerà al dio? Sì, se vivere così, è vivere in timore e speranza, cauti a ogni passo sentendo tutta la responsabilità di gestire la propria libertà, dono del dio. Ma lui vuole di più! Se gli errori sono, nonostante la cautela, frequenti o inevitabili, eccesso comunque, o trascuratezza riprovevole, bisognerà ricordare che per quanto forte sia il personale carattere, pure gli occorrerà umiltà, quella almeno di accettare i suoi limiti, ma sopratutto quella, donata dal dio, della capacità di chiedere perdono. A chi, a che? A tutto, perfino all'aria consumata e alle cose viventi che son dovute diventare suo cibo e alla natura così saccheggiata e anche insozzata dalle deiezioni sue. E potrà accadere solo sentendo il peso delle conseguenze dei suoi comunque vistosi, anche se all'apparenza solo larvati, errori, non occasionali ma dolorosamente frequenti. Egli che pur possedeva sensibilità, fantasia, salute, forza e bellezza, se femmina, le ha sciupate tutte nell'ondeggiare delle situazioni, scegliendo in definitiva solo per sé o al più pro domo sua. Ecco, riconoscersi indegno egoista fa sì, in ultimo, che l'uomo riconosca che non alla libertà è stato costretto, ma chiamato all'amore per ogni cosa del mondo, che il dio ha per lui creato per farglielo amare e così farsi amare! Ma l'amore, come solo criterio nella libertà d'agire, perciò non comunque per mero arbitrio, ma allo scopo di essere in una umanità vero umana, è riconosciuto da me e da tutti solo lungo la strada del perdono. E mi dirò, La mia libertà non va spesa per aumentare il disordine e il male a questo mondo, ma con l'intento di ridurli, e lo potrò solo amando, ecco il mio criterio nella libertà! Questo capirò per la via che percorro nell'umiltà, avendo chiesto perdono. Questa via per quanto angusta e dolorosa è breve, qualcuno ci corre incontro dall'altra parte e ci chiederà perdono per primo! Chi è? Il cristo! E di che? Di averci amato tanto da renderci arbitri nello scegliere e decidere, permettendo anche che sbagliassimo dolorosamente, ma solo perché capissimo l'amore, il ricevuto da lui e da tutti e quello da donare a tutti e a lui. Sì, affinché gli uomini tutti lo riconoscano degno d'amore, che nel dolore del pentimento non è più costrizione, ma il più suadente degli inviti, da colui che è chi piange con l'uomo!
Anche una sola vera lacrima versata non è mai solitaria!
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