sabato 18 ottobre 2014

Speranze e paure



Già nei miei rapporti umani comuni sono speranza e paura, sentimenti che mai mi lasciano e s'accentuano se una persona fa particolare il mio interesse. Sono queste desiderare di piacere e allo stesso tempo temere di non poter essere accolto, e mi fanno struggente apprensione, come siano un anticipare a un tempo il possibile bene e il dolore di vedermelo negato. Ma più ancora le avverto nell'incertezza del rapporto di me, uomo, col mio dio, mio tutto. Verrà una risposta e quale? Sarà la desiderata? La paura fa grande tristezza, la speranza piccola gioia, effimere entrambe, ma che si rinnovano dopo tregue brevi di sfiducia e stanchezza. Nell'attesa dell'assenso o della ripulsa chiari da lui, ci sono le fallaci risposte dagli uomini, e si resta nell'incertezza trepidante del sì o il no dal dio, che può durare la vita tutta. E io mi chiedo, se mi sovvengono dolci memorie di bei fatti trascorsi, Sarò stato piaciuto da quella del cielo? E di simile se ho candidi sogni. Le piaceranno, verrà in essi? Ché la vorrei la misura della felicità qui a me concessa. E la misura della presenza sua è quanto si ama, anche non riamati! Cercherò di dirne il perché. Intanto se felice sono stato, lei deve avermi sorriso approvando, se esserlo vorrei, questa speranza sarà concretezza, lei desiderandolo. Finché io vivo tutto il mio è solo da lei! E, io vivendo, vive l'immagine sua nel mio cuore e dall'amore mio ella può riamare questo mio mondo, ché cuore e occhi ho su esso e lei lo guarda per me e provvede alle carenze sue solo col mio impegno. Quando finirò si spegnerà con l'amor mio il suo, che dovrà cercarsi altro spiraglio. Forse più ampio con migliore visuale, che susciterà più adeguata risposta alle necessità del mondo, ma come potrà scordare di aver visto e amato anche per questo mio angusto e sprovveduto cuore? Questo sempre ha sperato di donare il divino col suo povero amore umano e temuto di non dare abbastanza fosse pure tutto se stesso, come avvenuto è almeno con la piccola donna sua. Ché sperato ho che l'immagine di lei amata da questo mio cuore sia stata proprio quella presente nel cuore suo divino di madre, e paura ho avuto di non essere stato capace di tanto affetto dovuto. Perché colei che tutti ama, guarda alla vita di chi è amata con gli occhi dell'innamorato ed ella le parla proprio con le parole che a quello suscita amore. Ma questo rende chi ama responsabile di veicolare una cosa grande senza pari, l'amore divino. E mi dirò, Ho ben assolto il mio compito o colpevolmente le ho fatto percepire un manco d'amore, inesistente nel cuore della sempre fedele del cielo? Ecco la finale paura, quella che vero abbia tentato d'amare la tutta bella del cielo con insufficienza, povero l'amore donato all'icona sua di qui. Sì, ho paura sia stato vero inadeguato il mio povero amore umano riversato su questa piccola donna, tanto desiderosa del mio affetto, che potrebbe non bastare alla necessità del suo cuore di pretendere sì il mio amore, ma attraverso me anche il divino! Ecco, perciò sono in apprensione e ansietà e mi resterà la speranza di efficacia di una sola risorsa, non sciupare più tempo, essere tutto per la mia piccola donna, e se non sarà abbastanza, difettoso ancora il bilancio, invocherò da questa perdono della mia trascuratezza e inadeguatezza ed ella mi risponderà e sicuro saranno parole ancora d'amore, dandomi l'illusione che di simile mi risponda la tutta bella che m'attende in cielo, là forse con meno indulgenti occhi. Ecco ho davanti questi occhi dolci e il nero delle pupille loro, più grandi nella penombra, mi attrae, spero di smarrirmici e non più uscirne, tanta la paura del mondo senza lei!

giovedì 16 ottobre 2014

L'importanza del fine


 
Quando in mezzo a questo bosco sono, forse la pace che vi regna scorrere fa veloce i pensieri e quasi sempre sono sulla vita e il significato suo. Comincio, come sempre, da considerazioni già fatte e ne traggo altre conseguenze. Ma lo scopo finale sarà avvertire l'umanità mia vero umana, preoccupato di non solo di auspicare l'attuazione del sogno divino, ma di come impegnarmi per esso nel tempo che resta. E qual'è? Che siano abolite le barriere che le diversità di razza, di credo, di doti fisiche, mentali, di possibilità economiche, sempre frappongono tra uomo e uomo, gente e gente, tutti allo stesso modo amati. E perciò anche frapposte tra l'uomo e il dio. Ma non basterà abbatterle, anche se allora la vita qui sarà molto migliore, ci vorrà dell'altro per raggiungerlo! E allora mi chiedo quale sia il compito dell'amore umano in quest'anelito. E inizio così, La vita, quella in questo bosco, favorita è da ciò che la rende possibile e l'accoglie, ma ostacolata, fino a perdersi, da ciò che la contrasta, ma essa lotterà per prevalere e mantenersi. Molto diversa quella dell'uomo? Questo sta tra i simili suoi e si assoggetta alle leggi sociali che regolano la convivenza, che sono leggi anche morali oltre che politiche, e fanno la storia personale del singolo e la collettiva della comunità. L'adesione sarà più o meno convinta, ma una regola inconfessata condurrà a che ci siano multa mala e pauca bona nel bilancio di quella storia. Quale? Accettato sarà qualunque mezzo, giustificato dall'importanza del fine. La sopravvivenza del suo sé tra molti giudicati più agguerriti. Allora il singolo cercherà il suo posto tra gli altri con ogni mezzo, anche la tacita trasgressione delle norme, pur di garantirsi il fine, l'appena sufficiente o il più del necessario. Ma la collettività potrà fare di simile, l'uso di ogni mezzo per un fine? Sembra addirittura più fragile nel suo procedere. La sua storia è nella natura. Intanto la storia globale è condizionata da fattori imprevedibili, crisi politiche, sconvolgimenti economici, pandemie, guerre, tutti dell'oggi. Poi al di là di tutto essa sembra seguire un suo corso, in un oscuro disegno di salvezza della specie, apparente solo fine, in cui la storia del singolo, sempre trascurabile per la sua non essenzialità, può rimanerne schiacciata. Eppoi di tutto è spettatrice la natura indomabile, come stanno a significare fatti recenti da noi accaduti, danni e morti da alluvioni, complici gli sconvolgimenti climatici e l'incuria dell'uomo, a far misera la sopravvivenza nella precarietà in essa della vita di tutti. E allora? L'uomo ha un'ultima risorsa, il dio. Pensa che il bello e il buono, che vorrebbe almeno per sé e chi ama, gli siano peculiari e che la sicura benevolenza verso chi viver deve da lui distante, permetta dei compensi, esenzioni perfino. Naturalmente è mera illusione, ché il dio ha una sua storia in quella umana, riassunta, anticipata per noi posteri, in quella tragica del suo cristo. E questa sembra volerci dire che non lo si raggiunge che per la porta del dolore. Questo non è assurdità tra le tante, ma è l'unico mezzo che si giustifichi con la preziosità del fine, la pace! Dovrà essere accettato da tutti, tanta l'importanza di questo fine! Dove, quando sarà raggiunto? Sarà dove e quando il dio chiamerà, se non avrà vinto la disperazione a interromperne l'attesa! Allora evitarla sarà il precipuo scopo dell'amore, e la sua misura è quanto si è capaci, alla luce del cristo, di prendere su sé il troppo che schiaccia l'altro. E non fa questo, qualcuno nella mia vita? Prende del mio e ne fa sua angustia! E lo fa con tenera delicatezza di donna.

lunedì 13 ottobre 2014

Eutanasia, la bella morte





Ecco, la vita che già è tanto travagliata per tutti, tragica talvolta diventa per chi più lacrime non ha per persona cara di cui, smarrito e impotente, assiste ai gemiti, ché tregua non dà il dolore estremo. È il suo abbandonato! Da che? Dalla vita, nell'evidenza! Da chi? Dal dio, nell'apparenza! Ma più, e nella concretezza, per gesti solidali negati da altri uomini, indifferenti a ciò che di radicale, estremo e brutto gli accade. E di fatto lo sono anche quelli che si ostinano a non capire che la vita è giusto sia lasciata anticipatamente, quando morte s'annunci dolorosa e tormentosa, a dispetto dei farmaci e di altri mezzi moderni. Negano perciò per presunta sensibilità morale o religiosa il diritto alla “bella morte”. Ché accade che nulla possa la pietà da sola, che pure albeggia nella tenerezza di chi non fugge, perché ama disperatamente lo sfortunato. Vincerà il male, che correre incontro sa inesorabile seguendo la caparbietà sua. Occorrerà qualcun altro che sciolga dolore e vita! Sta accadendo in America a giovane donna pur amata dal compagno, ella non guarirà né migliorerà, angoscioso il male suo, impotente l'amore dell'altro. Ha già scelto tempo e luogo per la sua fuga alle stelle e forse potrà essere assistita, ma intanto perfino la si insulta da insensibili saccenti di cose del cielo, ché determinata è a infrangere il comandamento, non uccidere. E mi chiedo, Non è forse vero che lo si evade di continuo? E non si permette forse la “brutta morte” di uomini in molti paesi con le condanne capitali, nelle guerre onnipresenti, sempre fratricide, nelle intolleranze e persecuzioni razziali, nelle pulizie etniche con i campi di sterminio e in tante altre occasioni, modi e motivazioni? E non lo si fa addirittura talvolta nel nome dell'unico dio? E non si adducono a giustificare tale folle incoerenza perfino i testi sacri, letti volutamente male dagli ipocriti, ché il male può essere tollerato, mai comandato dal dio. E poi oggi non fa tanta tristezza ai buoni, benpensanti o religiosi, chi per sua mano, con condotta sconsiderata, logora la sua vita e si prepara a morte prematura, comportamento da vero suicida differito? Così molti uccidono se stessi irresponsabilmente o anche poco consapevoli del danno che si accumula, altri consapevolmente il prossimo, qui o là, dappertutto . Alcuni lo fanno per irresponsabilità anche criminale, altri per trascuratezza e indifferenza di fronte ai bisogni dell'altro o per inerzia del pensare solo a se stessi in egoismo sfrenato, vedono e non provvedono, sanno e non protestano e non prestano la loro voce a chi più non ne ha, già troppo avendo gridato. Tutti non meno spietati di quelli che uccidono in guerra, che, anche se la si dice santa, ha sempre motivazioni oscure o inconfessabili, mai riferibili alla volontà del dio. Mentre si ammetterà al fine che è sempre rispettabile la decisione di chi, medico, nella coerenza con la propria coscienza in condizioni specialissime, si pone a servizio della “bella morte”. Agisce nella pietà, credendo alla solidarietà sempre dovuta e così si fa, ché vuole esserlo de facto, vero prossimo a chi lo guarda riconoscente. Egli ha risposto alla sua disperazione senza parole, ha agito piuttosto che spendersi nella loro inutilità e ne ha permesso la liberazione dal male senza speranza di tregua.





E io mi sono chi non guarda dall'altra parte, non finge di non sentire, anche se non sa se capace di domanda e risposta adeguate, fin qui risparmiato dalla necessità di chiedere tanto per sé o doverlo offrire all'altro.

sabato 11 ottobre 2014

Chi salva il dio



Quando mi dormi accanto e sento le tue labbra far dolce brusio, ché stanca sei dei mestieri in cui t'affaccendi tutto il giorno, e subito t'addormenti, mi inviti al sonno di bei sogni che protagonista ti vorranno, ché se ho il mio bene tanto vicino notte propizia sarà. Chissà forse anche per concretezze! Sì, intanto dolce carezza mi fa quel lieve suono e m'addormento, ogni volta pensando a quando al mattino, tu, già levata, verrai furtiva ad indagare sul mio attardato risveglio e fingerò di dormire per guardarti allora, dischiusa la porta, ché sarai tutta i tuoi occhi. Ecco cos'è questa età, da piccole cose grandi gioie! E se vero è che il dio passa e parla, certo lo fa per la voce tua, che a me tanto melliflua dice. E io t'ascolto e così lo ascolto, ché la tua non è voce che suona e sparisce, ma a lungo permane in cuore innamorato di te e della madre sua. Così io posso tentare di secondarlo nella libertà di quest'amore. So così che m'accorda un privilegio, amarlo, amandovi. E se non è illusione, è il compito più dolce da assolvere. Fossero anche emozioni passeggere, moti del cuore di breve durata, respiri di un attimo o sospiri, non li considererei luccichii fatui, ma sensazioni dell'oltre l'apparenza delle cose, di qualcosa che sta dietro o in fondo alla natura loro, e vuole svelarsi, e vuol farlo adesso, corto il tempo! E allora tu ne sei a un tempo tramite e schermo. Ché tutto di te sembra invito a qualcos'altro ed è sensazione che m'è durata la vita tutta, ché t'ho accanto come mistero d'amore, che dice di sé e subito si schermisce, geloso e quasi timoroso di poter esser tutto svelato, ma non accade. Ecco perché affascinato son dagli occhi tuoi, qualcuno per essi mi guarda e io, che non so chi sia, voglio credere sia la madre sua e che tu palpiti dai al suo cuore, e che viva di te per me. Ché l'amore umano è un appena del suo. E tu lo dischiudi con gli occhi tuoi belli. Ti ha fatto per me senza io lo chiedessi e ora necessita di te per salvarmi e salvarsi! Da che? Dal nulla!Perché oso pensar così? Se tutto sparirà con me, perché avrei intravisto, perché anche una sola stilla d'amore sfuggita le sarebbe, e scesa come lacrima sul tuo bel viso a farmi tenerezza, perché tanto suggerire, tanta fatica nel farsi capire, se non perché mi si donerà al tempo suo, come tu a me ti doni? Illusioni, anche grossolane, ma pure schiette intuizioni, pretese di considerazione e d'amore, tutte s'affollano tumultuose in un piccolo mondo di due, il nostro, per poi diventare solo nulla? Se non destinato alla luce, nemmeno vederne dovrei un barlume, invece al mattino ecco tu dischiudi la porta, appena uno spiraglio, e con la luce radiosa gli occhi tuoi, luce essi stessi, a illudermi di lor bellezza. Se non sono destinato all'amore perché amato m'avresti e tanto? Sì, è proprio l'uomo che salva il dio dal nulla! Paradosso, ma sempre d'amore, non è da vanagloria e presunzione di capire l'impossibile, non è da ottusa vanità, se si ama e si è amati può essere perfino evidenza, e far gridare che è destino e scopo di tutti. Tutte le creature fanno la coscienza del mondo di esistere e gli uomini la fanno di stare per il dio ed egli potrà trasformala e lo farà sublimandola, ma è l'uomo che anticipa necessaria la salvazione di amato e di amante dal nulla incombente e glielo suggerisce l'amore per gli altri e le cose tutte. E io uomo non posso nulla dire né fare se non per l'amore di piccola donna, e io così ti vedo. Sì, voglio ripeterlo e dirlo con più forza, tu sei per me quella che svela e vela, tu quella che permetti d'intuire il nostro destino comune, lo scopo di questa vita, di più non potendo, e così, anche se ciò che suggerisci non diventa certezza, a me basta, da esso viene tutta la mia fede di star per l'amore, inizia e termina con te! E come tu fai, ogni donna fa, amando ed educando all'amore, solo così salva se stessa, l'uomo suo, e il dio e il mondo!

giovedì 9 ottobre 2014

L’ultimo rifugio





Quando un amore finisce, non importa perché e come, certo l’uomo che è tale, non denigra quella che fino a poco prima diceva la donna sua. Ma palesemente o in cuor suo le è grato per l’esperienza insieme, che ha arricchito le loro umanità, e d’aver condiviso lo stesso sogno, averne vissuto l’incanto sebbene solo nelle premesse, in una storia troppo breve, o mai abbastanza lunga, finita, dovuta finire. E costui mai disse parola cattiva, ma in passato serbò riconoscenza anche ai giovanili amori finiti, mai inutili o indegni, eppure forse è solo piccolo uomo, come io mi sento di fronte ai miei compiti. Io forse un po’ critico sono, ma certo non volgare, se giudizio chiede il me d’adesso sul me di quando analoghe esperienze lontane ho vissuto e sulle donne, personaggi di quelle storie. Sì, io per me sono uno che mai biasima, o disprezza, o diffama e che ha conservato in uno scrigno i fatti passati e i sentimenti che li accompagnarono e questi trattiene come preziosi, insieme ai ricordi di quelle poche cui amore disse, cui far riferimento nei momenti peggiori. E questo metter da parte fatti salienti e belli è un processo di arricchimento che inizia dall’infanzia e dura la vita tutta e fa la parte migliore del sé di ognuno. E tutti vi attingono prima o poi. Ma c’è un’insidia, la tentazione di rifugiarsi là dentro! E ora dirò quando.


Così di simile accade quando la fede muore, conseguenza estrema del male subito, in apparenza senza alcun aiuto dal cielo, pure invocato, pure preteso da chi si sia sempre illuso d’essere privilegiato d’amore, sapendo il dio, amore. Allora ci si arrende al male che di tutto priva pure della speranza che quello che capita abbia un senso, mai alla volgarità però si cede, e anche se si ha come sensazione penosa e sofferta che il dio vergognoso si voglia dissolvere nel nulla, mai si denigra il fuggiasco, anzi si tenta disperatamente d’amarlo nonostante. E se parlare alla divinità non è più possibile, mai si diventa rancorosi per la propria passata ingenuità che le affidava nel segreto del cuore sospiri e lacrime, ma si continua a farlo con la propria parte migliore, anima chiamata, calpestata, umiliata dall’insistenza e dalla eccessività del male e ridotta a stare appena, ma non dissolta, non sparita. Ma di più è possibile se fortuna si ha di piccola donna non fuggita via, la presenza sua consolatrice continua a esserlo alla perdita del dio, anzi con quel piccolo fiore, ma stanco, si dialoga e a lui si confidano le pene, perché tenta sempre di rinnovare col dono di sé un po’ di fiducia e così un po’ tacita non solo il male rabbioso, ma perfino le conclusioni motivate e razionali sulla non esistenza del dio buono e provvido. Si ha la sensazione che, pur piccola, come fiamma perduri nonostante le soffi contro vento forte e gelido. E a chi è rimasta tale preziosità rinasce a poco a poco, piccola e smarrita, la speranza che tutto possa attenuarsi un po’ e, se vero tregua viene, che altre siano possibili. È forza dell’amore umano. Il bene non è morto e forse è proprio il dio che continua a gridare contro il male sebbene solo con la tenacia di una piccola donna! Ma quand’anche ridotti a star soli, perduta anche la donna dei giorni migliori, come ultimissima risorsa c’è il proprio sé. Ecco quell’uomo ridotto ad appena parvenza, dirà, Io sto con me, sebbene come larva ormai di me stesso, e il male fin qui non entra, sta fuori! Tutto esso ha inondato e travolto, ma non inquinato quest’ultimo estremo rapporto del sé con se stesso. Come se il nucleo che fa coscienza di stare al mondo o, se si vuol così chiamarlo, l’anima, si sia sdoppiata e la parte sfiduciata e disperata s’appelli a quell’ultimo residuo di bene in se stessa, che non possa essere cancellato. Quando s’è formato, chi vi ha contribuito? È della primissima infanzia il suo costituirsi e vi ha versato del suo la madre amorevole, sue le carezze e le parole dolci e i sorrisi, poi anche vi sono stati gli incoraggiamenti di padre e la sicurezza trasmessa da fratello più grande, come a me proprio è accaduto. E per me più in là anche le corse nei campi assolati con la tutta capelli d’oro, ché null’altro ricordo di lei, la piccola che in parte compensò la amara perdita di mio fratello. Ma come ho già affermato, questo processo di stipar cose belle dura la vita tutta, è cosa buona e naturale e vi attingiamo nei momenti brutti a rinnovar la speranza di novello bene. Sì, ma è forse follia ritirarsi in questo mondo di tanti frammenti di ricordi gradevoli e volervi rimanere, quando fuori tutto sia negato, ma talvolta la follia è l’ultimo rifugio dal male! E so di un mio piccolo amore, così fuggita. E poi sarà la morte col suo nulla, ma vi precipiterà con noi l’ottuso male e i demoni suoi! E il dio? Ci ripescherà da lì, se c’è fuor dei nostri cuori, rimasti innamorati del bene!


Ecco io ho scritto queste cose quasi con rabbia, ché temo il male per chi amo soprattutto, ma non progredisco, sono fermo alla scommessa pascaliana , Credere conviene, ché se il dio c’è si vince tutto, se non c’è non si perde nulla! Ma a me non consola!

mercoledì 8 ottobre 2014

Il suo modo d'amarmi



Proprio come i passi di questa stagione, qui nel bosco dei tanti sentieri offerti ai solitari che vi si inoltrano, che si fanno felpati sulle foglie cadute, che ne ricoprono i ciottoli, anche se non del tutto silenziosi, ché il tappeto non è che appena formato e pioggia dal cielo tarda a renderle del tutto soffici e quelle talora scricchiolano un po', così i pensieri che la solitudine suggerisce non s'attenuano del tutto, ma a tratti qualcuno pare aver motivazioni più pressanti e si fa strada tra tanti appena accennati, proprio come a mente stanca talvolta accade, così come essa pigra si fa nella passeggiata, lenta in questi percorsi intricati. Quando la vita concede nella sua corsa simili pause ecco ne godiamo un po', avvertendo i pensieri più calmi nella libertà della pace, per poi daccapo tornare a quelli pressanti che temono, nell'incertezza, il male possibile a ogni ora. Essi fanno di per sé sofferenza, così come i miei passi solitari che, abbandonando il folto del bosco, rumoreggiano, attraendo l'attenzione, sullo stradello bianco e spezzando la sensazione di serenità di poco prima. Ecco sono tentato di tornare a farmi domande sul significato della mia vita e più ancora insidioso a chiedermi quale per tutti, se alcuno ci sia comune. E lo faccio come bove stanco trascina l'aratro, ché altri lo pungola e costringe a far novelli solchi su già faticato campo. Ma poi decido che guardare alla vita personale significa soffermarsi ai singoli tasselli di un grande mosaico e perdere la visione del tutto, ché quand'anche chiaro il progetto per se stessi, sempre sfugge il collettivo. E saperlo è invito per l'intelligenza al pessimismo. Ché c'è disparità di condizioni e quindi di sorte, e questa è affermazione ragionevole dettata dal guardare appena accanto a ciò che capita a chi ci è vicino o appena distante. Ogni epoca assembla il suo mosaico e l'insieme di tutti farà la storia dell'umanità e del suo travaglio, convivere col male! E v'è esperienza anche del bene, bello e suggestivo anche se raro e dai più sempre agognato e che mai par durare troppo. E tutti, quale la loro personale storia lo vedono passare rapidamente e sparire attorno a loro o dentro di loro a rendere precaria la speranza del suo ripresentarsi a breve, a meno che lo sfacimento suo non sia arrestato da una risorsa così particolare nella nostra specie, l'amore, che s'attende il bene da tutto, a ogni occasione, e permette l'ottimismo che aiuta la vita e arriva a pensare che il male, che l'insidia, possa ritirarsi per la vergogna d'agire tanto sfacciatamente, quasi fosse persona responsabile. Ecco, vivere si può d'amore per tutto. É illusione o una forza che perfino santifica l'esistenza? Sì, c'è proprio chi sa da dove viene tal forza, dal vero antagonista del male, il dio, e crede costui paziente, longanime, ma anche debole e succube per amore dell'uomo nell'affanno suo. E ora vero stanco di simili pensieri che pongono da sempre domande, senza univoca risposta, decido di tornare per gli stessi sentieri. Io ho un amore che m'aspetta e a lei penso e sarà inutile chiederle se almeno un po' m'abbia pensato. Direbbe che affannata s'è ai soliti mestieri la mattinata tutta, ha steso prima il bucato delle cose mie, poi ha provveduto ai miei gatti sempre famelici e alle galline che uova per me depongono se ben ne ha cura e le pianticelle nuove dell'orto, che invano attendono la pioggia ha dissetato, ché a suo tempo divengano verdure a me tanto gradite, poi che per me anche ai fornelli s'è occupata. Sì, tutto dice di fare nella prospettiva mia anche le cose di suo diletto. E io credo sia così, è il suo modo d'amarmi!

sabato 4 ottobre 2014

L’amor tuo mi salverà





Se tu, amica mia dolce, come altre donne usano fare, vieni presto al mattino in questo bosco della collina che tutta al mare si protende con la parte antica della cittadina nostra, guardando ad orto può capitarti, di questa stagione, di assistere al ritorno del sole, che s’appresti a percorrere l’arco suo, piccolo divenuto, tutte indorando le sonnacchiose nuvole all’orizzonte, appena sbucato da dietro le basse propaggini dei nostri monti. E sapresti, respirando l’aria ancora pungente, dalla amenità del posto con prematuri canti di uccelletti, che un giorno fausto s’annuncia, che è tuo, ma che certo condivider vorrai con colui che, come perno dei pensieri tuoi celati, il tuo cuore dice d’avere. Sono io proprio?Tu l’hai appena detto! Come? So che di simile speranza di bene giovane cuore s’inonda anche se inattesa gradita nuova giunge da amore lontano, e sei tu che hai cuore giovane rimasto e io appena parlato t’ho coi mezzi della modernità, e son qui lontano ancora ad illudermi d’amore per te e a sospirarlo d’ansia di rivederti. Ma se qui giungi e non trovi che t’aspetti, magnificato e anticipato nelle parole mie, ma alte nuvole grigie a far schermo al sole nascente, ne resteresti delusa e ti si velerebbe un po’ il cuore di tristezza, come quelle fanno al cielo. A me di simile accade se di buon mattino, com’oggi è stato, timido approccio con te tento e pregato vengo di desistere, ché la notte tutta trascorsa hai insonne. E mi si stringe il cuore non certo per l’occasionale rifiuto, che pur vorrei non ripetessi più, ma perché la tua angustia mi taci e io non so leggerti dentro, il cuore. So che crucci la dabbenaggine mia sempre ti provoca e sicure ansie la precarietà mia, vissuta in quest’ultima età. Ma il fatto contingente di cui t’accori mi sfugge! E ripenso al tempo lontano in cui ero io a nasconderti le angustie che mi tormentavano, com’oggi a tanti accade di soffrire, perché come a me allora, per lo più da incertezza e precarietà del lavoro nascono, affinché tu te ne stessi tranquilla e sicura, a badare ai piccoli nostri. Ma ancor prima molto ti tacevo, fin dai nostri convenuti primi incontri, come temessi di significarti amore perché inadeguato alle esigenze tue mi giudicassi, come era accaduto con donne precedenti pur innamorate, prima o poi d’esserlo tutte vero confesse in nostra breve storia insieme. O quanto deluso ne ero restato! Ma a te presto m’arresi, nuovo l’incanto, cattivante il tuo ingenuo invito, ma perché non confidente, celando quasi tutto nel cuore, restato timoroso d’abbandono. E forse omisi le mie parole più belle che il cuore per te dettava e il tuo desideroso d’ascoltarle immagino. Ma che l’amore in te durasse, accadde, nonostante il mio comportamento di involontaria dissuasione, ché invece proprio che non sfuggissi desideravo in cuore, e a dispetto di gente impicciona e pettegola che altro epilogo, chissà perché, voleva. Ecco io non persi il tuo amore e tu primeggi tra le poche donne buone della mia vita. O quanto vorrei che per questo tuo ostinato amore, vittorioso perfino sulla mia stupidità, quella del cielo accogliesse, quando sarà che ella chiami, le nostre novelle forme là dove vive il suo cuore! Io so di non meritare di andarci con te, troppo hai sofferto da me, anche fatti recenti lo dicono, ma tu donna innamorata sei stata e, io credo, ancora sei sebbene cauta forse ora, a lungo delusa, nella speranza che io proprio la dedizione tua tanta, contraccambi allo stesso modo. E’ proprio tardi, se sincero ho amore da sempre, ché di simile possa fare? Ma la tutta bella commuovere deve l’ingenuità tua conservata per questo mio cuore, sì innamorato, ma ancora duro all’apparenza, però rapito dal mistero tuo che ella solo sa capire, e vorrà perdonarmi e prendermi con te, ché continuino i nostri sospiri e la mia gioia d’averti vicina, in casto amore. Così l’amor tuo, come fin qui ha fatto, mi salverà! Sì altra ricchezza non ho, se non te e con essa pagherei, se servisse, a usura il bene che ci attende nella felicità dei buoni, anche se, tanta la mia insufficienza, spenderla tutta dovessi e così solo vederti di lontano, tu stella divenuta. Mi basterebbe, continuerei a sognarti!