martedì 16 settembre 2014

Muoia il solo male!



Tanto pesa talvolta lo star qui, che il dolore che altri vive, accora, e la miseria nostra, già presente, più se ne appesantisce e ci grava a un fondo scuro, che non sta fuori ma dentro e par senza rimedio, risoluzione, barlume d’alba, di luce! Eppure è errore di giudizio, di prospettiva, perché avvertire proprio su sé ciò che l’altro angustia, e il restar accanto nel bisogno, anche inconfessato o negato dall’altro, di volto amico e di conforto, é il sentire, che vero umanizza! È pena sì, ma una con insospettata positività, è dolore ma, paradosso, che eleva, non deprime e fa sì che i passi insieme allo sventurato non siano regressione, uno scendere, siano invece un salire alla volontà che accoglie ogni buona volontà, ché conforme sempre più si renda ad essa, nell’essere per l’altro, ogni altro, come solo il dio è. E desiderare una anche piccola gioia per l’altro nel superamento delle conseguenze di un doloroso accaduto, o nell’aiuto concreto per una tregua, lunga abbastanza da essere avvertita, da ciò di cui liberarsi completamente non si può, insistente il male accanito, è per sé e l’altro ritrovare la pace, anche per poco perché tornerà la tribolazione, ma quella vera, profonda del cuore, piccolo anticipo di quella ineffabile che la fede vuole ci attenda. E dove e quando? Io ben non lo so, se non che spero che chiamato vi sia, come ogni altro, all’ora giusta, nel tempo segreto che le stelle segneranno, ma sicuro oltre le brutali violenze del male che irrompe in ogni vita, che del suo sereno scorrere si illuda, sì di poter durare, apparentemente assente ogni minaccia! È questo stare non per sé soli lo garantisce, mentre è continua tentazione per l’uomo che avvenga in uno spazio, il più ristretto. Perché? Proprio non basta aprirsi al limitato mondo della benevolenza di pochi fidati da includere nel personale progetto di bene, ignorando grossolanamente ciò che altri angustia. Infatti nel comune destino di quelli di qui, la condizione di piccolo benessere gelosamente protetto, anche da quel che fortuna permette di accaparrare, il denaro, non potrà durare e il male farà toccare la crudezza della miseria, nell’abbandono, nella malattia, nell’indigenza da rovesciamento di sorte. Perciò è un’espressione comune d’egoismo,un peccato, da cui il male farà ricredere prima o poi dolorosamente! Che il male possegga una sua esosa positività, è l’aspetto del viverci dentro che più mi sorprende! Esosa perché per esprimerla esso domanda un caro prezzo, il dolore! Ma chi esenta al momento non può starsene indifferente nello stesso errore del colpito or ora, deve impegnarsi per chi ne è appena ora restato offeso. E come? In squisita armonia con quello che dal dio la grave, densa, putrida aria che qui si respira, permette filtri. È una azione di bene anche o più addirittura, per sé. E ce ne sono diversi gradi, ché c’è pianta e fiore e poi frutto, quindi richiede un superamento continuo del risultato conseguito, ché quello che par vincersi al momento può tornare peggiore! Il male va lottato in ogni sua manifestazione! E qui non c’è solo il male che tocca, prende, afferra, l’appena vicino, si chiami donna amata, congiunto, amico o semplicemente altro uomo. Ma c’è la follia del male, ben ha detto chi ne sa parlare, il nostro “pater patrum”, la guerra! Sempre assurda, sempre folle, ché è sempre fratricida, siamo tutti figli dello stesso padre! Sì, è più folle quella che combatter si vuole nel suo nome, comunque nella vera accorata preghiera lo si invochi! Quando? Se, anche in buona fede, si creda che uno scritto sacro contenga più verità sul dio di qualunque altro, lì il pericolo, la premessa per la follia collettiva! E così dando retta a simili saccenti interpreti si giunge al peggior frutto putrido dell’egoismo collettivo, la morte dei fratelli! Del dio c’è una sola certezza, è l’amore! Via nel nulla il dio degli eserciti! Egli non guida né mai guiderà un popolo contro un altro, anche se questo sia tutto di blasfemi peccatori! Egli perdona e ama! Sempre! E vuole lo si imiti! Sì, il vero, l’unico dio, non si raggiunge se non nell’amore! Allora ecco la compassione per l’altro, la benignità, il voler far qualcosa in delicatezza dalla propria umiltà. E sarà dolcezza e tolleranza, sopportando chi erra vistosamente, perdonando e chiedendo perdono, ché se l’altro ci perseguita, anche inconsapevolmente ne abbiamo favorito l’odio. E potrà così essere l’amore diffuso, il vincolo tra gli uomini, così da sentirsi tutti come un solo corpo mistico, affinché venga manifesto o torni il dio e muoia il solo male! E torna la vecchia domanda cui risponder non so. Perché il dolore e tanto? Il male lo fa gocciolare dagli occhi degli uomini e li rende capaci di chiedere perdono per una vita in fondo mediocre spesa. Ma c’è chi ne anticipa la richiesta con la sua, come dica, T’ho lasciato solo al buio ed esposto al peccato e ho permesso che il male tanto ti nuocesse, in mezzo a gente ria. Lascia ti ridoni la capacità d’amarmi, com’io t’amo!

domenica 14 settembre 2014

Privilegi


Ora, finita l'ideologia, che pretendeva di dimostrarla possibile, di una futura società tutta rinnovata di tutti educati a vivere la giustizia garantita, occorrerà rassegnarsi, ché di utopia si trattava e nel mondo delle tante disparità e ingiustizie si rimarrà! E più ancora che a tutti qui non verrà mai dato secondo i personali bisogni! E da chi? Dai governanti, quelli del potere del momento e di sempre, gestori anche della fortuna, ingiusta con i più, ma sempre benigna con i privilegiati mantenuti e protetti. Essi qualunque ne sia colore e credo, pur nella fecondità della vita associata nella pace, sempre hanno preteso molto in cambio di poco o di eterne promesse di maggiore equità nella distribuzione del disponibile e di più diffusa opportunità di badare all'oggi col proprio lavoro e costruire il proprio e l'altrui futuro nel bene. Qui tra i bisogni primari ci sono ancora fame e sete, da noi solo forse contingenti, altrove cronicamente presenti! E assicurare che i più abbiano il sufficiente, e non l'appena, resta nell'impegno tenace dei buoni, non come i più, volutamente sordi e ciechi alle pressanti richieste d'aiuto. Sì, ma anche nei sospiri della preghiera di quelli che così si spendono, dall'umiltà della loro bontà, che dispone sempre di poco, per i bisognosi tutti. I poveri soccorsi ricambiano spesso il vibrare di queste anime generose con un palpitare amoroso e con ammirazione per chi appaghi in un po' di concretezza il pungolo della loro miseria, che, negletta, requie da sé non dà. Ma non è sempre così, talvolta questo mondo si fa beffa della volontà, che vivere vuole fino in fondo le azioni di bene, dettate dal cuore e che crede di uniformare, facendosene strumento, ad una analoga divina cura dei meno fortunati, mantenuti indigenti dai privilegiati ricchi. Viene fuori non tanto la non riconoscenza, che non fa molta meraviglia a chi lotta per il proprio e l'altrui bene, ma l'amarezza dei tanti frutti dell'egoismo più becero dai tanti beneficati, che rigoglia proprio tra gli ultimi in tutta la crudezza sua, non mascherato dall'ipocrisia invece diffusa tra i privilegiati abbienti. E tra questi frutti velenosi perfino la morte! E più di frequente, tutti i possibili danni da violenza, che par non aver freno! E, incredibile, si scatena nell'odio perfino da chi, costretto dalla diffusa ingiustizia a chiedere, invece dello scontato e rassegnato rifiuto, trova orecchie che ascoltano e mani che porgono anche dal loro poco. Penso alla sorte di certi missionari in Africa, terra di molte ricchezze e risorse, che non toccano i più. Ed è di questi giorni la notizia di come sono finite tre suore, scatenata la volgarità più esosa di istinti bestiali. Sempre rischiosa e precaria è la vita quanto più perfetta è la conformità al volere divino, che ha comandato e quelle sono andate, decise a restare tra i poveri del loro dio, nel privilegio della fedeltà al suo richiamo. Ma da questi proprio assurde voglie venute son fuori, rapaci per la lor carne non più giovane, appassita e per la bellezza trascorsa. Belle ormai solo dentro! E le anime loro tanto crudelmente strappate! Assurde pulsioni del male! Quand'è che ci affrancheremo da sì dura schiavitù? Eppure così in un destino tanto crudele, un privilegio, la santità, che talvolta passa per il martirio! E il loro ideale qualcuno continuerà, ché, passando per il perdono, tornerà l'amore! Quanto più l'amore spinge ad agire per gli altri, più si è, ci si realizza uomini veri, vero capaci di bene, non importano i risultati, quanto deludenti possano essere! Privilegio è pur sempre opportunità offerta e rinnovata nella fiducia, da chi leggere sa nel cuore! E io so il tempo mio d'agire compromesso... Ma non quello della preghiera per la tutta bella del cielo! E anch'io ho un privilegio, quello della speranza, se non subito del cielo, del perdono e dell'amore suo manifesto! E così, ingenuo, spero rivedere gli occhi suoi ed ella dirmi qualcosa in sogno beato e io continuare a non capire, ammaliato! Ed ecco il sorriso della donna mia e io non capisco di più, ma avverto da quali mali sono esentato, ché ella schermo ne fa, e m'addormento, come vero ritornato bambino ingenuo, sperando di ritrovarlo, nuova alba sorgendo!

venerdì 12 settembre 2014

Ed ella pur parlerà!





Come quando in notte di mille e mille stelle l'aria tutta odorante si fa di fragranze, al buio lì lì dischiuse, e più ancora quando par che tra le tante presenze del cielo nuova più brillante stella s'aggiunga, o come in terra, nuova essenza versi del suo e ne faccia più ancora aulente l'aria, in simile apparente gioia del tutto, è quel cuore innamorato, cui la sospirata bella dica finalmente il suo sì. E ho un ricordo lontano. Forse non la conoscevo che da poco, ma era come se con cuore infaticato avessi bussato al suo chiuso da molto, troppo, tanto ne ero preso! E venne il sospirato suo sì, insperato, in una sera incantata, quando in un vero parlarci, per la prima volta, quasi tutto amoroso, volle a lungo tenermisi stretta per confessarmi che, prima che per lei manifestassi, a suo giudizio, sicuro interesse d'amore, ella, ben celando il suo, brivido si faceva tutta, dal cuore iniziando, alla vista mia e, forse per giustificare il suo cedermi improvviso, che di pianger di gioia, proprio allora, più trattenersi non aveva potuto! Persi quell'amore e non so bene perché, ma forse ché anche per me, che pregato ho per lei e sempre pensata l'ho felice, o sperata, con l'amore suo novello, una nuova stella vero s'accendesse bella a farmi incanto. Proprio così parermi dovette a prima sera, quella, che ancor amo e da cui mi credo riamato, quando le sue parole, in serbo per me, mi disse, tremando, forse incoraggiata dalle tante mie o non potendo più trattenerle! Fortunato!





E proprio da questo, credo si possa iniziare a coinvolgere gli altri nel proprio bene, sincero sperando che molti di simile fortuna abbiano vissuto per la vita tutta, sì, un vero amore di donna. E lo scopo? Raggiungere, pronuba la donna qui amata, in ammirazione d'amore quella del cielo! Perché la vita a lei s'abbandoni fiduciosa, e nulla serve di più dell'amore da cui si parta, più nulla! E avvertiremo brivido nato dal cuore prenderci completamente e da lì all'aria, fino ad allora cheta, tremore trasmettersi! E nessun fatto, accaduto da benigno destino permesso, moto o fremito del cuore divenuto, di più permetterebbe, nemmeno se da quella tutta bella ci fosse concesso tornare al passato e alle illusioni sue, e la bella tutta tremante stringere ancora con avide braccia! Ma l'amore per la bella del cielo è assai diverso da quello per qualunque altra bella di qui, anche se da esso favorito, anche inconsapevolmente, ché donne ci sono che paiono ignorar quella del cielo volutamente, vita dura la passata senza troppe illusioni e delusioni tante! Quest'amore è speciale e vi trasfigura l'universo tutto! Ecco, ancora il cuore abbiamo tra le cose di qui, quasi mai belle o del tutto brutte, costretti a restarvi per un poco o assai più, troppo lontano il cielo! Ma tra queste cose, imbrigliato il cuore, che tanto ami la bella divina, anche più sensibili si diventa e avvertite sono le rare già belle, ma che paiono nella meraviglia lì lì rifatte, e ancora più belle, novelle come uscite lì lì d'artista, e solo per esso. Sì, proprio da quella che, amata, può simile miracolo, quello che tutto di più s'abbelli e s'incolori smagliante, per far godimento al cuore di chi ella ami. Ma non è sempre così, e forse non lo è per i più! Non che ella li ami di meno e perciò meno concede, ma forse di più, troppo anche per il più puro cuore umano, così nato e conservatosi, o ridiventato per amore, tale per lei sola. Ma il male qui spesso fa come ottuso vento è solito, viene, ritorna più forte e schianta! E l'amore divino che fa? Discende allora in chi ama o meglio mai se ne allontana, ascolta i suoi gemiti, li fa propri, e vorrebbe guarirlo dalla ferita subìta e non gli riesce! Perché? Questo mondo spesso è nel silenzio del dio e il campo dell'impotenza sua, di fronte alla protervia del male! Fallisce e muore con chi dell'amor per lui o nonostante quest'amore, muore! Sì, il dio muore ancora e non solo della cattiveria, pur tra noi oggi ancora tanto diffusa, ma ogni volta che un suo amato succube è di questo male, qui regnante. Ama fino a morire ancora per chi o a causa di ognuno che ne resti vinto, disperato, fino alla negazione dell'amore e tentato d'odio per esso addirittura, ma che ciononostante amato sia dalla madre sua! Ed ella è una che mai desiste dall'amor suo, è l'amore! E quello che gli accade è una prova estrema per il povero malcapitato, vedere il male impadronirsi del corpo suo o della mente e a nulla servire la più accorata preghiera, sua o di chi, amandolo, accanto gli resti, la donna sua! Nulla invece dalla divina generosità, né un lenire i dolori, né un sollevare i miseri resi tali dalla malattia, o dall'abbandono dell'egoismo umano, nel bisogno d'amicizia e d'amore. Ma, meraviglia!, non serve per rimanere nel cuore della tutta bella, meritarlo, cioè essere forti in un atteggiamento eroico saputo mantenere a dispetto del male subìto. Ma si può restarne umanamente disperatamente succubi e dire, gridare a quella del cielo, Ho cercato d'amarti pur nella disperazione, verrà mai l'ora che tu mi dica le parole del tuo amore qui negatomi? Ci sarà un luogo oltre il mio dolore, in cui la fede mia, piccola ridotta o un niente quasi ormai, supplice fino alla noia per quelli di qui che costretti sono a sentirne parole e grida, fatta di tante, troppe lacrime, sia accolta davvero come eroica pur nella miseria sua estrema? E ti faccia parlare? Perché tu l'unica sei le cui parole diventano, ma fuori di questo mondo malvagio, cose, fatti, che dolcezze da cuore provato avvertiti siano! Ed ella pur parlerà, davvero tanto più amata da quelli che qui il male perseguita e più ancora riamati!

martedì 9 settembre 2014

Che fa l'amore nostro?











Talvolta vento di primavera, che fresco dal mare salga fin qui, fa canoro questo bosco, leggero correndo tra gli alberi annosi, ché lor foglie scosse appena, rispondono con loro armoniche, e ne viene un'armonia che dolce suona a orecchie attente, e diresti che il bosco stesse ad attendere sollecite invisibili dita, ché dalle pizzicate corde ne venisse melodioso canto, fino ad allora trattenuto, ma atteso sui passeggiati sentieri da solitario, sospiroso cuore! Quello che, recepitane la dolcezza, frequente richiami agli occhi suoi un desiderato volto, e di rispondere frema con sue note a quel cuore che ad ascoltarne armonia sogni predisposto, quando finalmente lor bella favola d'amore a novellare inizi. Se simili premesse ci furono per quella del cielo, creduta in trepidante attesa, prima che, gli occhi al cielo, le gridassi amore, non so. Ma certo di simile m'è accaduto, dolce compagna, nel mio lontano innamoramento di te! Quando in cuore combattuto ero se cedere alle tue ingenue lusinghe, dettate sincere come le altre cose belle che da cuore puro parevano venirti fuori, desideroso di condividerle col suo primo amore, vero così o dal mio, illuso, sognato tale. Sì, dimentico il mio, dagli occhi tuoi incantato, di tutte le delusioni passate, ma titubante se stringerti tra le braccia o starmene in disparte dalle femmine di qui, restatone di recente amareggiato, ma, paradosso, pronto ad ancora amare con l'ingenuità perdente di sempre un angelo in terra caduto. E io così ti vedevo! Ma perché ora così ti rivedo? Non so, ma un perché ci deve essere!





Forse che la bella del cielo, richiesta di quando mi porterebbe in cielo, è come m'abbia risposto, Ma tu ci sei già, ché nel cuore ti porto! ? Ma i miei pensieri d'allora di cui le parole, sicuro belle, più non ricordo, né questi d'oggi, che tu mi suggerisci, dirti potrei. Sarebbe come chi, per rendere il senso dei versi d'amore per Lesbia, ne alterasse la bellezza, il nostro più spontaneo poeta d'allora avendo scritto di quel suo amore nella nostra lingua madre. Né quelle che anche a te celo ad altra donna ripeter potrei, illudendomi della stessa mia fortuna con te, le avvertirebbe inadeguate, estranee al mondo delle aspettative sue, risibili forse, ma certo non per quella del cielo, che m'illudo, m'abbia davvero nel cuore, ché te mi ha dato! E tu, sapendo che le ho sciupate, ad altra di qui confidando il mio intimo, ne resteresti offesa, eppure ancora m'ameresti, tentata però di esser innamorata in tono minore, giudicandomi immeritevole di tanta dedizione, sconsiderato il mio comportamento, ma credo senza riuscirci! Ecco, è proprio vero, ogni amore ha un linguaggio suo proprio d'intesa, che non consiste tanto in parole, pure importanti, ma in piccoli gesti, attenzioni ai fatti minimi, intuizioni permesse dalla stretta, lunga confidenza di due cuori, che avvertono se qualcosa l'altro turba. Sì, parlano gli occhi dell'amato anche senza parole, ragionano, comunicano l'inesprimibile, come una bella canzone nel nostro vernacolo vuol significare, “ uocchie ca' ragiunate senza parlà”, inutili davvero allora le parole! Quelli stessi occhi che nei primi approcci hanno voluto significare, Non lasciare cadere i sogni tuoi, realizzali con me! Ecco, tutto questo fa la preziosità e unicità d'un amore, anche del nostro. E due che s'amano vivono la loro vita come un anticipo qui di paradiso e il loro star l'uno per l'altro fa la loro nostalgia struggente di qualcosa che li attenda, o di qualcuno che guardi al loro mondo di due e li segua ovunque vadano, angelo di luce e d'amore, che sempre provi a proteggere la piccola gioia che realizzano per l'altro, dalla banalità del male, che insidia, circuisce, assale! Ma tanto più alto l'ideale vissuto, più duro ne può essere l'assalto, e c'è vero rischio, ché se si perde, allora via per sempre l'irripetibile, l'amore! Ma l'amore stesso contiene un'insidia per entrambi, se il tutto intorno si trascura e solo all'amato è riservato ogni sorriso e dolcezza, ogni piccolo prezioso bene che qui si possa realizzare, nulla per quelli intorno, nessuna sincera generosità, insomma qualcosa che viva di sé e per sé, un egoismo condiviso! Ecco due aquile abituate all'altezza delle montagne, le vedresti andare libere, l'una a far suoi acuti lai per l'altra e a farlesi vicina quasi a sostenerne il volo per una meta sita ancora più in alto. Ma la carne di cui esse son fatte leggere, ha il suo peso e questo può esser mortale. Stanca ne può esser l'una e a far sosta su un appiglio si dispone e ad imitarla l'altra invita e quella lo fa che andar da sola senso non avrebbe. E così insieme stanno e intanto declina il giorno e gli ultimi raggi del sole indorano le cime innevate non raggiunte. Sopravviveranno al gelo della notte ma all'alba voleranno verso il basso, insieme restando, ché qualcosa di simile non accada ancora! Io non so trovare altra metafora per due che si chiudano, anzi si rinchiudano nel loro amore, di tutto dimentichi. Allora, ogni lampeggiamento di pupille, ogni carezza scambiata appaga, tese le orecchie a ogni sussurro languido e pronti gli occhi, spalancati, ad ogni sorriso, in un avvolgimento dell'un cuore nell'altro. Alle aquile della favola è mancata la forza per poggiare alle vette supreme, ai nostri poveri cuori amanti, quella di estender l'amore, non rinchiuderlo nella statica sicurezza di difendere il raggiunto consolidato, il dolce calduccio del tenersi tra le braccia, invece di farsi grido per essere pronti alla lotta. Verso che o chi? Tutto ciò che contrasta, vuole confinare l'amore, non permettere il coinvolgimento d'altri nello stesso progetto di bene, tutto ciò e chi ad esso si fa nemico. E non importa quanto di più s'acuisca l'odio e la sua rabbia infernale, è già sconfitto, sebbene raddoppi gli assalti suoi, ché protegge l'amore chi ha detto di perdonare e amare il nemico perfino, “Diligite inimicos vestros”! Un vero amore può essere schiacciato, ucciso, ma mai s'arrende e vivrà ancora! Lo garantisce quello stesso che ha detto, “ Ego sum resurrectio et vita...”! Sì, al termine di questa parentesi terrena potremo dirgli, chi, qualunque cosa sia il male e da che ne venga tanto accanimento vigliacco, sì saremo proprio capaci di dirgli, Hai vinto la tua battaglia! Ma ci hai anche liberati, ti perdoniamo! E dalle vette che ora raggiunger potremo, forti aquile fatte le anime nostre, t'ameremo perfino nella protervia tua rinchiuso!




domenica 7 settembre 2014

Nostalgia di un amore











Tanto accorato sarei della perdita di questo mio piccolo amore che vorrei morirne e non restare in cupa solitudine lasciato, ma di simile, o poco meno, son certo m'accadrebbe se la sapessi allontanata per cercare altrove novella felicità, soffocato nel cuore da tanto amore non più ricambiato, eppure ne avrei nostalgia! E mi chiedo, Chi saremmo senza un piccolo tenero amore di donna, se non più ancora smarriti, poveri di attenzioni, se non del tutto trascurati e abbandonati qui nell'incertezza, indifesi, nella precarietà addirittura, e derisi anche ed esposti al motteggio della volgarità diffusa? E soli in un cantuccio a parte ce ne staremmo senza nulla attendere né chiedere, forse appena osando fiatare sentendo palpiti disordinati d'ansia in cuore fattosi d'improvviso più vecchio...E ci gemerebbe dentro la nostalgia di primavere odorose di tanti fiori, e nel sole i colori loro, e notti illuni di stelle a miriadi, scarse, fioche le luci cittadine quando saliti ai nostri monti, o tutte di luna a far d'argento il nostro mare tranquillo. E lì proprio tra quelle cose belle evocate, anche un volto caro, e appena suoni e dolci echi, indistinti, forse le sue parole, che sillabe almeno vorremmo e non più ormai che appena sussurri, e le sue tenerezze vorremmo avvertite ancora, almeno lievi carezze come quelle che fa talvolta vento gentile appena alitando. Sì, presenza cara, ma sbiadita, sfocata nel ricordo a farne amarezza di incapacità di più nitido disegno, troppi i particolari rubati dal tempo! Simile alla nostalgia che così talvolta prende per un amore perduto lontano, quella di uno di recente smarrito e non meno incerto quel volto e il sorriso e le parole suoi, tanto l'accoramento, che ne impedisce la chiarezza, anche in giovani ricordi, ma diventati lacunosi forse per inconscio tentativo di liberarsene, penosi! Questa la miseria di un cuore che sull'orlo del nulla si senta, se perduto abbia un ultimo, vero creduto, amore. Quando, come è stato? Esso si chiede. Era inverno, era estate, era tempo di primavera o alla caduta delle foglie? Non lo si sa più bene, tanto lo smarrimento accorato! E allora, se vero piccolo bene quello era da tener stretto al cuore, o da ficcar nel cuore, lo si riperderà rivivendone l'angoscia del distacco, a ogni inverno, estate, primavera, o autunno! Forse ogni loro giorno o notte, ché non svanisce l'amarezza di quel momento, anzi si può riproporre, accentuata per i più sensibili, a ogni crepuscolo, quando il buio che subentra tutto invade, mente e cuore, e possibile ad ogni alba, dopo notte agitata da foschi sogni, come inutile tornata, ché triste si crede il nuovo giorno proposto, come i tutti già passati nell'abbandono, mai trascorso, o almeno vero sopito, il dolore del vissuto ingiusto distacco! Sì, qualunque il come dell'accaduto, è ingiusto per l'abbandonato, ma anche tale avvertito da chi ne ha spezzato i sogni. Perché? Mai così assordante il frastuono del mondo, mai così avvertita inutile la frenesia sua, ché nulla finisce senza turbamento e tristezza, almeno un po', anche per chi dell'epilogo sia responsabile! Ma ecco un giorno diverso e tutto s'oblia, almeno nell'immediato, in un nuovo amore sperato, ché concretizzarlo occupa completamente mente e cuore! E non più la frenetica danza delle cose intorno e di quelli che le vivono o ad altri le propongono, e non più folla intorno di indifferenti a quanto accade ad altro affaccendati, ma la creduta complicità di pochi che paiono assentire, ammiccare perfino, così da sembrare complici in quel che si desidera più di tutto e presto attuare con un audace approccio. E ci si accorge del sole fuori che tutto indora e la notte suggerirà nuovi sogni, ancora premesse d'amore a cuore di nuovo innamorato! Ma se troppe aspettative da chi non si conosce che poco, la concretezza del vissuto, passato lo stordimento dei primi scambi, finirà col deludere quasi sempre, molto o poco! E ci si può ritrovare nella mediocrità e allora cadono le ali ai tanti sogni e forse si rimpiange il passato, a torto proprio mediocre giudicato, e i protagonisti suoi. Sì, può essere molto ingiusto il presente con chi da esso troppo s'attende o anche poco, ma autentico, soltanto un piccolo bene. E non era almeno così o più ancora l'amore perduto? Ingrati, lo si è scacciato dal cuore, frettolosamente giudicandolo rinunciabile, perché un poco avere e insignificante! E ci si chiede nell'ansia, È esso passato forse ad altro sogno? L'ha concretizzato felice? O anch'egli qui deluso, ha perso il gusto della gioia di viverci? Forse non lo saprà mai. E questa anche potrà essere la sola ingiustizia, tale proprio pensata, quando pur soddisfi il bene realizzato col nuovo amore! Non sapere più nulla, se non congetture sul sentito dire! E perché pur nella propria gioia si pensa al destino dell'altro? Perché se vero uomo o vera donna è chi si è volontariamente allontanato, avrà desiderato il bene per l'abbandonato e perfino che il bene negato all'altro, potesse da questo essere ritrovato nella gioia di nuovo amore! Sì, forse solo una necessità egoistica, ché nulla turbi la propria anche piccola felicità raggiunta, nemmeno il dubbio di aver agito in fretta inadeguatamente, gettando l'altro nella sfiducia per la vita! Ma se non è così, è persona buona chi s'è allontanato e questa perfino prega per l'altro, ingiusta può essere sentita questa vita, ché non sapere il destino di chi pur s'amava, amareggia e molto! Non diverso il comportamento di quella del cielo, apparentemente sdegnata della facile fallacia dell'amato, ma pronta al perdono per di nuovo più ancora amare, o se di donna di qui si tratta, allontanatasi per nostra sconsideratezza vera, o ritenuta tale per fatale equivoco o maldicenza, eccola talvolta abbandonarsi alla tristezza e al rimpianto per l'amore perduto, dovuto perdere! Ma fuori c'è aria fresca e invita, e lì, sotto un sole smagliante, erbe, fiori che profumano di novella primavera, e tutto suggerisce pace e gioia. Così è dolce abbandonarsi, cedendo all'incanto, e ritrovarsi in un ultimo sogno rasserenante, che le stesse emozioni quest'ora incantata detti al cuore smarrito, che, forse non lontano, ascolta nello stesso momento i primi canti di uccelli innamorati e avverte la stessa struggente nostalgia, immersi i sensi in questa aulente aria di prima primavera!

venerdì 5 settembre 2014

Eccessivo è il male!



Perché questo male, che il dio stesso permette, non si limita alla funzione sua, la sofferenza, anche dura, che prepari e faccia degni della richiesta del perdono reciproco tra l'offensore e l'offeso, affinché di tutti il destino sia l'amore? Invece è eccessivo il male permesso, i bambini perfino tormenta o porta via con sé! Questi proprio tra gli affetti più cari sono, e così è umano pensare che posto peggiore non ci sia, sì, è qui l'inferno, tanto ingiusto, l'altro è forse solo mitico! Ma pure i sentimenti talora, e le parole di questi perfino. Sì, essi si impigliano tra i tanti rovi, ostacoli o impedimenti, chiacchiere o malignità di invidia, tutti bagatelle di vita qui, e se anche non ne muoiono soffocati, se ne liberano a stento. E nessuna orma rimane sul passeggiato sentiero, sulla sua polvere, perché nuovi non senso vi vuol scrivere il vento, ma soli non si resta a percorrerlo, lo continuiamo in due, con più incertezza, meno fiducia, ma ancora la mano nella mano, ché non muore così l'amore, ma ne resta scosso! E io guardo questa mia donna, buona nonostante, e ora il vento tra i capelli suoi li agita a farmi incanto, e oblio di star qui tra tanto strazio! E l'anima mia respira di lei e s'allarga ascoltando le parole sue! Sono esse di un sogno comune, proprio qui, ché ella del dopo fiducia non ha ancora. Ma io risposta desidero e da lei, ed ella, suo malgrado, la dà. E quale? Perché è eccessivo il male? Le chiedo. Pensa ella al male come a un pozzo buio che, aperto, ingoia tutto e, ottuso, è immemore della funzione sua, che quelli come me pensano che affidata ad esso sia stata dal dio! E dice, Presto non più pensieri buoni, confusi ricordi forse, che spegnersi vogliono del tutto, non più i colori nel suo buio, quelli che pur sciorina questa natura nella luce, non più la libertà dell'amore! Tutto diventa superficiale nella provvisorietà sua e si sbriciola come sia inconsistente, e solo come polvere si fa al vento ottuso, che qui turbine ne fa, e la gioia più non gonfia le nostre vele nel mare immane della vita e corre il tempo nostro forse solo verso il nulla... Ecco il dio proprio qui ci ha messo e della sua bestia ingorda, facile preda si diventa! Sì, a lei osservo, tutti, i piccoli nostri anche, e talvolta li perdiamo impotenti, e io fin da piccolo ne ho toccato l'orrore! E il dio come può salvarci? Le chiedo. E lei, Non può da solo, se l'uomo più a lui non pensa, ecco lui stesso è da salvare dal nulla, ha bisogno di noi, ché egli stesso pasto non diventi della evocata sua, la famelica! Sta egli nel cuore di chi tenta di conservarsi buono, ma presto il dolore, quello duro e ottuso, vi scaccia che o chi l'occupa! E da dov'è venuta fuori l'ingordigia di tal bestia? Chi questo suo aspetto ignorar vuole, l'eccessività, ecco, qui è uno che guarda e non vede, e sente, eppure non ascolta! E come muto e cieco diventa ed evoca la morte che lo sorprenderà forse improvvisa, per portarlo nel suo nulla. Poco importa a chi così muore che pur gli sopravviva questo mondo, e nel posto che lascia, la danza, di finta o esaltata felicità, frenetica da stordirsene, continui. Chi rimane a bearsi delle illusioni che gli altri gli alimentano a sostegno delle proprie, il nulla prenderà prima o poi, come sta impadronendosi, ora lo scopre, del cuore suo, luogo del suo fatuo sentire fatui valori, poca la vita vero vissuta, nulla attendersi deve! E le rispondo, Allora l'anima di chi buono vuol conservarsi pronta deve essere a tutte le ore, attenta, aperta alla preghiera, ché il nulla non si riprenda tutto e il più indifeso e precario, il dio in noi! Sì, mi osserva, queste povere illusioni d'uomini, che pregano un chi di cui non hanno certezza, questi nostri poveri amori che iniziamo qui nella fiducia che lui li guardi dalla benevolenza sua, pur servono e a lui stesso, ché rimanga almeno nel cuore di chi resta buono nonostante, è suo bisogno primario, è l'ultimo suo rifugio, il cuore umano! Ed io, Non saranno essi allora più del nulla di che fa minaccia la bestia, se tanto compito assolvono? Insomma se tutto è immerso nel male perché tentiamo di realizzare un piccolo, o un grande bene, o appena un amore almeno? E insipienti ci chiediamo, Se, così agendo, non è proprio tutto buio e apparenza c'è di luce, anche di soli effimeri raggi, vengono pur'essi dal nulla e vi ritornano, spenti gli occhi di chi ne è qui avido? Se ogni valore spirituale agonizza penosamente in noi, forse assai meglio è che muoia, penseremmo se vinti dall'ignavia. Invece ci scuotiamo da simili pensieri e vivere vogliamo attivamente e non da pavidi sonnacchiosi brontoloni e sosteniamo le ragioni del bene, arriviamo qui perfino ad amarci! E mi rispondi, Sì, amiamo perfino il più improbabile tra noi, la fonte che crediamo del bene, il dio nel cuore, ché la presenza sua conforta! E io, Ma è appunto la fede che lui stia anche altrove, in un suo luogo, che esalta il po' della gioia che ciascun giorno concede! Ma tu ti limiti alla presenza del dio nei buoni, credi illusione il crederlo anche altrove! E stiamo qui intanto tra cose, cose, cose! E da dove queste concretezze, dal nulla? Assurdo! Non è piuttosto il nulla una semplificazione, e che possa stare ad attenderci un'illusione, pur sostenuta da ragionevolezza? E pensare che ci svegliamo in ciò che c'è da sempre e un disegno suo persegue, evolvendosi, non importa il disagio di noi uomini, insignificanti nel tutto, è proprio molto diverso dal postulare il dio o addirittura dal farne un assioma di fede? Affermare cioè che in un suo luogo a parte c'è, e noi siamo solo apparentemente trascurati, se tutto è nel suo disegno di bene? Ma è proprio questo assillo, dubbioso nell'evidenza del male, che ci fa uomini! Allora che ci facciamo, mi chiedi, su questa terra di tutte brutture e troppi dolori e tanto poco bene? Sì, star qui proprio in questa fanghiglia e sperare ancora e ancora di diventar uomini veri! Se intanto sempre qualcuno o qualcosa nero fa il cielo, l'intimo intendo, e ci fanno tedio perfino i santi richiami del piccolo bene che nel cuore rechiamo, nato con esso? Sempre ci raggiunge una propaggine del male imperante, che ci ruba tutto, o lo tenta, e l'amore per primo e lo spirito anche, intristisce, ché il cuore aperto s'era all'amore e invece ne muore? E tu piccolo caro, spero non del mio! E sorridi, concludendo con questa facezia! E così, ludica la piccola parentesi che ci fa sorridere, so proprio ora che anche tu ti chiedi, Possibile sia tutto non senso? Sì questa è la tentazione del male, che sol fatui luccichii faccia il bene, così pur'esso può destinare al nulla! Aggiungi. E io, E' il rischio dello star qui: o il tutto col dio o il niente se lui non c'è. Come scommettiamo? Distratti, sventati, obliosi, non significa proprio nulla che nonostante quello che siamo, poveri egoisti e mediocri, qualcuno si interessi a noi e ci ami? E niente o poco più mi sento d'essere e tu dici d'amarmi! Sì, da dove ti raggiunge l'amore? Sì, perché l'amore qui proprio, nonostante il male? È frivolezza come le altre tutte e se ne serve la specie per continuare a star qui nell'assurdo, e perché lo fa, visti i disagi? O forse è vero quello che Teilhard de Chardin dice, tutto spasima per il ritorno del cristo per il perdono e l'amore, chiesti e scambiati? Io voglio crederlo! Io per me sono uno che assiomatizza il dio, crede non stia solo in me, in te e nell'amore nostro! E allora il male? mi dirai. L'amore, questo piccolo, povero amore umano, lo vincerà, nell'eccessività sua! E' compito affidatoci dal dio, tu stessa affermi che nulla può da solo e si salva se salvo è l'uomo! Allora qualcuno della nostra specie pur griderà, Omnia vicit amor! Per conto delle creature tutte, destinate con noi al punto omega per il teologo naturalista, d'incontro col cristo veniente!


E tu scuoti il capo dubbiosa ancora e forse ora, solo della mia ingenua

fiducia nella scienza pungolata dall'amore, sorridi e io con te, contagio

dell'amore!

lunedì 1 settembre 2014

Una donna, un amore







Esistono parole che aggiunte possano essere a ciò che lui ha detto? “Diligite inimicos vestros”. Non credo. Ogni altra ne fa solo commento. Ma l'amore sì! A quel che si sente iniziale aggiunto può esserne di nuovo fino a una realtà mistica inimmaginabile. Ma i riposi, le dolcezze mistici, che esso dona sono brevi, momenti, si torna al mediocre affanno di sempre. Occorre voler progredire. Ecco è ancora un giorno. Sarà nuovo tumulto rapinatore di pace o invito alla preghiera che rincuori? È già molto infatti restarsene tranquilli, fuori dalle beghe e dall'assillo di preoccupazioni e far di pochi la gioia sapendo novellar del dio, dando la speranza di un avvenire che, rosso il disegnato crepuscolo, tutto di rosa resti dipinto. Non è così facile, la miseria, che ci ha invigliacchiti, è una realtà che spegner vuole l'amore per sé e tutto e tutti! Ci fa arretrare, non progredire sulla scena del mondo, tutt'altro che fantasmagoria di brillanze e colori, né una esuberante letizia di animo aperto e generoso molto vi può, se il dio stesso non la conduce e l'incita. Penso all'amore di donna, dono qui più d'ogni altro, che di mondar cerca d'ogni ombra il cielo che tutto buio vuol farsi dentro. Lo sa, l'intuisce e sa rimediarvi o almeno disperatamente lo tenta. E la mia subito tutta bella trovo e mi chiedo, Mare luminoso già è, limiti non sente, va oltre questo mondo e questo tempo? Trabocca? Non subito! Mi rispondo. E intanto, piccolo amore, si fa compagno di speranza che s'attenuino i giorni di amarezza fonda, e porta in disparte a un cantuccio suo, a parte, discreto, lontano dall'onda di malinconia che già un'alba può recar con sé, e così di guarir consente dalla paura del vivere. Ma è sol tutto terreno, umano, reca un'egoistica volontà d'esenzione futura, dopo il superamento dell'accorata tristezza che fa il presente e certo consola, ma anche pretende, vincola, vuol tutto per sé. È solo amor di donna! Eppure è un suo dono! Perché parla e crea. E che? Il riverbero di qualcosa che suggerisce, eppure ignora! Echi di parole lontane, affiochiti dalla lontananza e dal tempo interposti, quelle del dio venuto e morto. E tutto accade come se deviati, allontanati, estraniati, questo piccolo amore ci riconduca alla fiducia nella vita, mano nella sua. Così ne resta stroncata l'incredulità che impediva il cammino e questo riprende. Rabbiosa era la tempesta e gorghi ne faceva l'acqua scura, ma dal travaglio del mare una piccola femmina, ha detto, Vieni con me! Una che sa quel che vuole e l'ottiene. Certo l'ha spinta un amore più grande. E fa gaudio e arcana è l'estasi sua! Ma è un amore filtrato nella nebbia o passato per il turbine e diviene come ogni altra cosa umana, piccolo, limitato, condizionato. Allora va salvato dai limiti suoi! Ma come? Da chi? Le diremo, Affannato ero dal profondo e le parole tue di vita m'hanno liberato, ché ingabbiato ero nelle mie ritorte. Ma sola non ti lascio, ché andar oltre voglio e con te, lascia ti conduca là dove nasce la luce! E come? Chiede. Spera con me, vivi con me e di me com'io di te, per noi e il nostro povero amore s'aprirà l'eternità! Ché se tu tanto hai potuto sola non eri, quella che per noi si consuma d'amore ti darà forza per più ancora e io ti seguirò, io di condurti più non pretenderò, mi lascerò condurre, se da lei portar ti lasci, ti abbandoni come fai tra queste braccia misere d'uomo!