mercoledì 20 agosto 2014

Un sogno beato







Perché è così difficile riconoscerci e volerci in semplicità? La difficoltà non è in te, ché io mi muovo sotto lo sguardo tuo tenero e anelante di donna e di madre, ma è di comprensione per me. E di che? Forse in questi monologhi, che ti vogliono in ascolto, io solo annaspo e velo la mia insipienza con tante parole, e ciò che mi angustia di più. Ma il cuore mio non è inaridito, non s'è dissecato, non vaneggia nella boria dello stolto, non è stupido fino ad ammantarsi di sterili acrobatismi da intellettuale fasullo, non fa come l'egoista che il piccolo bene, che fortuna gli ha elargito, rinserra geloso ed è sempre sospettoso degli altri tutti, che affamati invidiosi vede a torto, e tentare cupidi di impadronirsene, non ha in seno livide fiamme rancorose per gli autori del male subìto, che lingueggiano dagli abissi dell'odio per chi ignora del perdono la legge tua. Ma tutto lacrimoso è d'amore per te, per i fratelli, temprato dai dolori di sempre e sostenuto dalla speranza di un giorno senza nembi nel cielo ottenebrato di questa umanità sofferente. E sai allora cos'è d'ostacolo per me? Che io comprender non so l'eccessività del dolore, che fa la mia e l'altrui miseria, una lunga teoria di fatti sconcertanti che proprio lasciarci non vogliono. Io ti ho già detto che il nostro dolore ti fa infelice! Forse è già così tutto riassunto per i fatti passati, e anticipato per quel che ci accadrà, ripetendosi dall'infamia della croce fino ad oggi e oltre. Il dio soffre, fino a morirne, del male che l'ostinata mano dei reprobi di ogni epoca stimola e guida. Ed egli per un piccolo tempo si ritira dal mondo, morto! E da qui forse l'insensato eccessivo dolore dei rimasti di ogni epoca, sì temendo, assente il dio, l'abbandono di ogni uomo a se stesso e alla follia sua. È concluso, infatti mi chiedo, questo tempo di lui nel sepolcro o lo viviamo ancora con te, fatta da lui madre dei dolori nostri? Sulla scena dei terribili fatti d'allora durò un tempo limitato l'assenza sua..., ma non sono per il dio le ore di un giorno come tanti anni per gli umani? E qui intanto guerre, epidemie, catastrofi naturali che l'incuria umana ingigantisce nei danni loro, cattiveria folle di uomini verso sé stessi e le creature tutte! Sì, il male è rabbioso e il dolore resta inconsolato sul fragile guscio dell'esistenza in un mare d'odio! E chi sono io? Sono uno che qui grida con te il dolore suo e di tutti! E qui dura da sempre la sacra rappresentazione del venerdì santo, che a me, bambino, terrore incuteva per le lamentazioni delle processioni d'allora. E continuano nel nostro sud ai giorni nostri lunghe processioni di devoti autentici e di ipocriti e tu in effige condotta sei da questi ultimi a far l'inchino ai capi dei malvagi. Ma tu non t'inchini, non rendi assurdo omaggio al male, ma amorosa ricordi al reprobo che dolorosa sarà la via sua al perdono, ma che tu non l'abbandonerai! Tu sei la sempre solidale a quelli che soffrono e al dolore che pur dovrà essere di quelli che dei patimenti dei fratelli si fanno coautori, loro per primi vittime del male, che qui coagula nel, forse solo mitico, maligno! E io sono nel tuo disperato e talora incompreso amore, vita qui durando. Combattuto, stremato, già vinto forse, ma non arreso! E i parolai scettici di qui mi dicono che nel mito vivo. E io rispondo, Ne ho calore, conforto e credo ci sia, per me anche, una del cielo, che completi col suo il pianto nostro, il mio! Non ne coagula questa mia donna, e più concreta presenza accanto non ho, l'amore, che se è gioia, ad essa non si ferma ma si profonda fin dove dolore lo trascina? Allora io dico a te, donna tutta bella, Noi non stiamo l'uno nell'altro nella tenerezza soltanto, come anche con questa mia donna soltanto non è, ma nel dolore anche, quello che la vita esosa pretende le sia reso in cambio del poco bene concesso! E se questo mio con te non è il beato sogno in cui l'innamorato, e quanto lo sono!, prega l'amata, che spera vero tornata alle braccia sue, di non destarlo tanto l'incanto, ed è invece mendace, beffardo sarebbe e io mi ci agiterei dentro per svegliarmi e non potrei! Ma poi a che svegliarmi dovrei?

lunedì 18 agosto 2014

La felicità del dio


Quando lontano nacque quest'amore, pregai. Ché lo feci? Tu nel futuro delle creature, che il figlio t'affidò, leggi, e forse lo fai per più amare nel presente quelle tra esse più fragili, che necessiteranno, peccando, di perdono, cioè credo tu anticipi l'amore che al perdono segue nella legge tua. Io ti pregai ché il destino nostro ignorassi, così che viver potessi, ignara come noi, la dolcezza di quest'amore, giorno per giorno. Questa, come la nostra, la possibile dolcezza a te offerta da un povero amore umano, ma tu stessa ne sei dono. Come, quando? Io penso che, quando accada che tu sola a dire amore rimanga, l'amore terreno, e non tutto solo umano, ché è da te condiviso, smarrendosi o perdendosi, tu ne divenga la sola dolcezza per quello che, solo lasciato, altrimenti completo infelice resterebbe abbandonato. E nella misura del tuo dono, sempre discreto, appena apparente o misconosciuto, se non la felicità, quella che umanamente egli riponeva, a torto però, tutta nella concretezza dello stare all'altro vicino, verrà almeno la serenità che ad altro amore indirizzi con maggior fortuna, che meno effimero s'accenda o che, duraturo, tanto lo consoli nell'attesa di venire insieme dove vivi. Allora quella dolcezza, che solo apparentemente l'altro assicura, è tua anche o in gran parte e non solo nella situazione estrema mo illustrata di fine amore, ma nella normalità anche. È come se tu in quel viver fortunato di stabile amore, modo trovassi per l'uscita sua dal cuore tuo che ne trabocca. Ma se questo è vero, è come se in ogni piccolo bene, non solo in quello che chiamiamo amore, che qui pur realizziamo a dispetto del male diffuso, tu cogliessi, in questa lotta, l'opportunità di versarvi del tuo e nel positivo esito più ancora, cioè aiuto dai e condividi, accresci anzi, la gioia nella vittoria. Tutto accade come se ciò che vogliamo tenacemente, non lo desiderassimo in solitudine, e concretizzatolo, il nostro non restando sterile gesto, tu vi abbia attivamente contribuito per farlo vincente, noi però offrendoti il modo per farti palesare quello che ti gonfia il cuore! Ecco l'uomo in ogni sua epoca riceve l'invito al bene. Vi può però restare indifferente, sordo, da egoismo tutto preso, ma se vi radica il seme come in terreno recettivo e vi si fa pianta, tu fai sì che fiorisca e dia frutto! È ben strano questo tuo amore, è ambivalente, lo vuoi per noi tutti e per te stessa, ché t'urge che dal cuore t'esca e uscendotene, meraviglia!, il restato ne risulta accresciuto! E quello umano com'è? Fa di simile! Vuole pur esso uscire, manifestarsi per un tu... e quel cuore, ottenuto il desiderato, si trascura, pensa più all'altro, arriva ad amareggiarsi, angustiarsi, parendogli di non saper assicurare il dovuto bene all'amato, ma non avverte diminuzione della sua felicità se realizza di più quella dell'altro, anzi la sente accresciuta. Oh quanto simile è davvero a quel che ti accade! Ma v'è un aspetto tuo solo. Quale? So che t'amareggi se quanto offri non è accolto. E la via al dono si chiude se gli amanti rinunciano all'amore o più ancora se quei cuori non sanno amarsi, ché uno può includere sì l'altro nel suo interesse affettivo, ma, egoista, non sa sacrificare nemmeno un po' del bene, che gelosamente rinserra, per la felicità dell'altro! Ma quando il tuo bene è accolto, fa come lievito in pasta, accresce l'amore, e tu stessa ne avverti accresciuta la tua gioia. Ecco allora cosa t'è peculiare, io oso dire che hai bisogno di noi per essere felice! Non lo sei da sola senza noi, nemmeno nella corte celeste! Sì, la felicità nostra fa la tua, sempre nell'amore ristretto a due, e più in quello che gli altri tocca, perfino o più ancora se coinvolge nell'afflato i nostri e tuoi nemici, pronuba tu stessa col tuo e nostro perdono! E il dolore pur tanto presente? Misura nel nostro luogo, nel nostro tempo la tua infelicità. Sì, quello che t'accade mi fa dire, L'uomo è necessario al dio perché felice sia! Paradosso della fede!

sabato 16 agosto 2014

Il risveglio







Ecco, la vita mia tutta in un sol gesto, la già stata, riassunta, e quella da venire, prevista. È questo tuo, la carezza che ora mi fai! E ti dico, Eppure per felice che tu possa rendermela, lasciarla dovrò forse per la trepida attesa di te che, sola, tutta racchiuderla puoi nella tenerezza, la avuta e condivisa e la nuova che il gesto tuo promette bella, tutta di suggestioni d'amore! Ma senza te il mondo mio tutto dissolto sarà, sì proprio questo di tanti fiori che, dischiusi, tu presente, ora ridono per me. E le stelle, per te lucciole che stanno a dirsi amore nelle notti estive, forse non più vedrò luccicose presenze, ma nemmeno sterili globi ridotte, che di nulla parlar sappiano a cuori amanti. Ché forse questo cuore solo un lungo sonno avrà e senza sogni, ché talora sognando, non s'accorga della presenza tua, fatua, nebbiosa apparenza da ricordi suggerita. Né forse quella del cielo venirvi vorrà, che talora l'avido d'amore mio cuore, blasfemo, non la voglia tuo surrogato, per quanto in vita prezioso preludio tu ne sia stata, sì, proprio a lei, suadente invito! E allora? Forse la condizione mia somiglierà allo star sospesi, gente così vista da me, medico, molte volte, incosciente, all'apparenza in attesa che di lor la vita vero completa si ricordi o la morte li rapisca, ma spesso nel torpore sentore avendo di quel che accada intorno o si dica, specie se sia voce di persona cara ad essi sussurrata. Allora tu pensami, parlami, non smettere mai! Non rinchiuderti nei ricordi o nei sogni in cui, se desiderato, certo verrò, ma a farti temporaneo diletto, che in lacrime muterà il risveglio. Sì, non illuderti che così la mia vita continui per te e in te! Ma, se vuoi proprio, sogna, anticipa quel che mi accadrà tu venendo alle stelle! Quando al mio nome sussurrato gli occhi riaprirò al tuo sorriso!





Ecco queste le mie fantasie, espresse con un linguaggio cui la fisicità, che qui i sensi attiva, fa da supporto, ma che qui solo è sicura. Qui chi sogna di persone care scomparse, le rivede conservate le fattezze che in vita avevano, né altro modo c'è. E quando la tutta bella vagheggiamo, simile concretezza le attribuiamo, pur mai veduto, né descritto da altri il corpo suo di donna, che nella natura del dio risorto assunto fu e divenne luminoso, quanto bello. E forse a questo destinati siamo, che un supporto, in cui l'anima alberghi, sciolta da questo groviglio mortale che ora l'avvolge come pece fa di cavo, essa trovi al fine, redenta che sia la carne, che la rivestiva, da colui che subito con sé la madre volle. Allora di simile sarà per questo mondo, ricordato solo come sito di tutte meraviglie, obliate le brutte e opache cose sue, e saranno ancor loro, le amabili, che gli occhi ridonati riempiranno, più ancora che prima, ché egli le cose tutte rifarà nuove e più belle! Favole? Ma quando accadrà che, per chi ha fede, concretizzino? Il mondo continua con le leggi sue immutabili e tutto il promesso forse sarà solo alla fine del tempo, quando il male verrà ucciso, qui ora despota. Ma forse no, sta già avvenendo! È questo lo sperato che parteciparti voglio. Sì, quando tu chiamerai, il mio nome pronunciando tra le stelle, la larva mia sonnacchiosa si desterà e rivedrà il nostro mondo incantato, ricreato lì lì insieme al tuo sorriso. Io non avrò sentore del tanto tempo trascorso, assopito in solitudine, e stupirò al racconto delle pene tue nel tempo restate non consolate, ma quelle proprio, autentico l'amor tuo sofferto, saranno state stimolo a ritrovarmi. E io mi risveglierò nel tuo amore, come anche qui, dormendo, accade che tu dai sognati mi richiami alla realtà della dolcezza tua. Così sarà per noi ancora in quel luogo, in quell'epoca, ora forse lontani, ma fatti per il solo amore. Non diciamo che solo amore è il sorriso, già qui, di quella del cielo quando accada di vederla, sognando? Farà di simile, in un suo modo peculiare, al risveglio mio da te voluto e sarà il sorriso suo ad accoglierci, ricreando il tuo, in un momento, un'ora, un tempo nuovo, e in un dove in cui tutto il promesso d'amore debba accadere, per noi soli manifestando ella come e quanto ami!

giovedì 14 agosto 2014

L'assunta







Quando vidi la bella venirmi incontro, serpeggiando tra i cespugli fioriti del chinale, mi dissi, Ecco a chi donare il cuore! E quella, appena sicura che udirla potessi, Non sono a chi donar qualcosa devi, ma, io stessa dono, l'ho per te. Ti piacerà! E anche disse, Ecco trasformo questo tuo tramonto, imminente la sera, soffusi di nebbia i colori che languono, in limpida aurora di vita novella! E tutto cominciò a colorarsi di nuovi e più intensi colori e s'abbellirono i cespugli d'un verde acceso su cui, appena nuove, gemme s'aprirono... e perla di prato, lì lì spuntata, si chinò a cogliere e me la offrì, credo perché ne avessi diletto. Poi pudicamente, mi invitò a riposare con lei d'ogni affanno che leggeva nel cuore angustiarmi e mi raccomandò che la margherita donata non lasciassi mi fosse rapita, durando qui ancora la vita. E sedemmo sull'erba tenera, e lei, audace, mi carezzò il viso quasi lacrima asciugar volesse, e permise che di simile le facessi, le dita indugiare tra i neri suoi capelli... Poi disparve, senza osato avessi un bacio, con sé portando l'incanto del mondo novello lì lì sciorinato. Ecco quali fantasime ha talvolta la mente mia, osa sognare quella nel cielo assunta e la sogna innamorata! Io vero non so se mai la vedrò e così proprio, star languida a consolarmi del cuore le pene, ma, vecchio, sogno talvolta cose simili che la tocchino, sempre sfiorandola appena, e anche mi piacciono le favole e me le racconto come bambino facevo, troppo brutta quell'epoca lontana. Poi a questa margherita, vero donata e so da chi, che ben tengo stretta ché non me la porti via vento o la dissolva sole, come fa con mattutina apparenza nebbiosa, quasi di sogno lei pure fatta, ne partecipo e i sogni sognati pure. Ed ella non si meraviglia dell'ingenuità mia inguaribile, d'eterno bambino, anzi dalla storia luccicosa, che con dovizia di particolari racconto, pare aver godimento d'amore. Davvero vorrei estro di cantastorie e saper della tutta bella tali cose, da toccare, di ognuno che ascolti, almeno un po' il cuore! Ma non ho per ora altri sognati belli, per me e la donna mia almeno, come il mo mo detto e di inventarli fantasia non ho, né etico sarebbe. E allora? State nella pace sua, tese le orecchie ad ogni sussurro, gli occhi, i sensi tutti pronti ad ogni carezza, e addormentatevi così. La vedrete! Seducente l'innocenza sua, carezzevole il sorriso e suadente, melliflua la voce sua! E proprio non occorre essere vecchi come me, ma la fede sì!


“ Caro Christi, caro Mariae”. Ecco perché è l'assunta! E vederla, toccarla, è sradicarsi dalla miseria dell'ora e del luogo, è dono che squarcia le nebbiosità, in cui cieca è l'anima! E altro non dico, e forse non so!

martedì 12 agosto 2014

L'invito







Tutti sanno che la morte ci sta davanti, come minaccia, possibile ad ogni passo. Anzi la si può ritenere probabile, imminente addirittura, in situazioni estreme come malattia senza rimedio, vecchiaia abbandonata, amore prima ricambiato e poi perduto, ché tutte, credo, producano tali sensazioni di sgradevolezza, simultaneo panico, fino a temere di essere senza futuro. In realtà come ben diceva Seneca tutti l'hanno alle spalle, non tutta però ché quella fisica per tutti accadrà. Ma credo alludesse a quella dello spirito, che inizia con le disillusioni e la consapevolezza di stare in un mondo ingannevole, falso, di sole apparenze, ma di comune tolleranza tra esseri che sempre più numerosi vi brulicano, convenuta, accettata, ché troppo sgradevole non sia il rimanere tra gli altri, e troppo apprezzata la solitudine. Ma estraniarsi dal mondo, rifiutarlo, sarebbe, credo, un ingenuo tentativo di esorcizzare la morte che reca, come chiudere gli occhi alla realtà sgradevole e pensare possibile una vita diversa in cui i sogni siano permessi e non continuamente disturbati dallo stare tra gli altri, invadenti fin troppo. E per la morte che completa la prima quale strategia, proprio alcuna possibile? Duro per tutti, credo, il piccolo passo finale perché tutta passi, si completi! Allora che occorre? Credere! Nell'uno che ha detto, “ Ego sum resurrectio et vita, quisquis credit in me etiam si mortuus est, vivet!” E che vuole, che chiede, perché credergli sia un bene prezioso da conservare gelosamente, la vita tutta? Vivere un sogno, il suo, l'amore! E lo vuole diffuso. Includa tutti gli erranti, invischiati in miseria radicale, la morale anche e di più quella che la fortuna matrigna elargisce a piene mani. E più ancora i tanti che aumentano il male già tanto diffuso, e fanno più ingiusto il mondo e fosco. Egli ci vuole tutti impegnati nel difficile compito del perdono e dell'amore rifiutato, da riproporre senza stancarsi. E questo è sogno, assai diverso dai propri evasivi, è sognare, ma a occhi aperti, farmaco allo spirito che langue e iniziato ha a morire. Lo spirito scosso può riscattarsi, uscire dal torpore di premorte, sì impegnarsi nel sogno suggerito, e sperare, alla morte fisica inevitabile, che ben vi debba essere un luogo diverso, un tempo tutto nuovo che si rinnovi, che gli permettano, ridonato il supporto alla vita sua, di continuare la favola bella dell'amore. Egli lo ha promesso! E mi importa, sì a me, l'invito a questo sogno?

sabato 9 agosto 2014

Volere l'amore







“Vos dii estis”. Comprese fin in fondo, chi ne profetizzò, l'affermazione, e udita, fu recepita, nell'importanza sua? Il mito che ne racconta non permette di capirlo... Ma in che dovremmo agire, come comportarci, da meritare un simile destino, la capacità alla fine di fare e dire proprio come il dio farebbe? Come potremmo se al momento solo scimmie imitatrici, o non più di marionette, sollecitate a muoversi da invisibili fili, tali le convinzioni nostre, che sospette d'errore possono essere, siamo sulla scena del mondo? Lo faremmo, credo, sforzandoci a dispetto dell'insuccesso, nel rapportarci agli altri, perdonando e amando come solo lui sa fare. È la risposta da dare a tutti nella sequela di chi è venuto a dircelo. È ciò che deve caratterizzarci come araldi di una specifica novità di comportamento, coerente col nuovo credo, e di comprensione del dio. Ne abbiamo idea giusta solo imitandolo, iniziando a fare di simile al banditore suo. Alcuno che lo tenti, impegnandosi completamente, non potrà non dirsi cristiano, seguace suo, testimone, apostolo, in quest'epoca tanto nefanda. E testimone di che? Dell'orrida violenza che gli fu fatta da chi capir non volle, né vuole ancor oggi, un'umanità imbestiata che all'albero dell'infamia lo volle appeso, e lo appende, facendo ancora e ancora violenza all'innocente. E quanti bambini, è la cronaca di quest'orrido comportamento, sono violati , uccisi nelle guerre d'oggi, tutte, come quelle di ogni epoca, definite giuste, necessarie nell'urgenza dei frenetici che attuata ne vogliono l'infamia? Una giustizia vendicatrice però pensata da sempre restauratrice di ordine e valori. Ma quali, se da raggiungere e restaurare sono attraverso l'infamia? Sì, tutte le guerre sembrano far scherno sghignazzante alle vittime loro, anche ai piccoli, rubati per la fossa alle tenerezze materne, quando solo prevale la rabbia ferina di nuocere senza limiti, senza distinzioni, senza nulla più d'umano. Ma son proprio questi manigoldi autori di misfatti, ormai quotidiani, che più obbrobriosamente scatenano la rabbia loro sempre eccessiva, sproporzionata all'offesa che può mancare addirittura, che vanno perdonati! Non v'è posto nell'etica nuova per il risentimento e, per quanto giusta possa sembrare, la vendetta. L'anima nostra avrebbe solo fronzoli di belle parole e frasi non volute capire fin in fondo, ma nulla avrebbe di grande, d'eroico, di nuovo, che invece fanno la pretesa di chi per primo le pronunciò in una coerenza spinta fino al marchio d'infamia, quando lo appesero. Ma noi che ci vantiamo della sequela, non siamo fantasiosi isterici, non ingigantiamo il sofferto, chiediamo al dio di darcene la capacità di imitazione, oltre alla volontà d'amare l'immeritevole, iniziando dal difficile perdono, dolorosa scelta per un'anima che il dolore abbia ulcerato. È ingenuità di pensarsene capaci appena aiutati un po', è follia? Forse... Ma è quello che lui vuole, oggi lo dobbiamo a lui, agire come farebbe lui nell'offesa, e a ben vedere è sempre lui l'offeso, e ci grida dentro come fa dalla croce sua ripiantata qui o là, dove la vuole l'orrore. Solo così saliremo a meriggiare, piccoli noi stessi fatti e oltraggiati come lui, più ancora oggi, perché saremo finalmente nella sua luce a star con lui, bambino per noi tornato, tra le braccia consolatrici della madre sua. Angeli, dii fatti addirittura, profezia del serpente! Ecco, devo proprio chiedermelo questo punto, è forse questa mia, quasi frenesia dionisiaca, cioè follia da invasato, gabellata per misticismo? No, se posso ridirmi, Sono onesto, piccola comprensione ho delle cose sue e forse poca fede, ma so qualcosa che mi sforzo di comunicare. Cioè che “in bono”, nel piccolo bene che almeno dentro so d'avere, avvertito concreto, e là fa santa la speranza che lui sia luce, appena oltre quest'orrore di tenebra, che qualcuno s'ostina a diffondere, c'è, consiste, risiede la mia dignità di uomo e di cristiano e mi farà vincere il male, con la legge del suo amore, anche se ancora e ancora perdere dovessi, fin la vita! E se follia v'è, è questa, non tanto sapere di poter perder e ostinarsi, sì il volere nonostante, sì a dispetto della sconfitta probabile, ma dirsi, Ecco se a te, fratello dell'ombra, devo perdono, il male che mi fai ha già perso, ché io ti rispondo con l'amore, ha già vinto il bene! Mai aspettarne ravvedimento però e contraccambio se l'amore segue al perdono, avverranno solo tra le stelle! Vita cristiana è lotta ché quest'offerta s'affermi ed è da duemila anni che dura!

giovedì 7 agosto 2014

Lui te ne darà la forza







Tanto diffuso il dolore qui che lo stare a questo mondo diventa un gravare dell'anima fino a un fondo tetro in cui non v'è che miseria d'abbandono, lontana la luce come a chi in un pozzo cada. Ecco, io grido a te, dio sconosciuto, da tanta desolazione, appassionatamente ti invoco e questa umiltà implorante, cui non dai risposta, pur s'attende che tu il tuo cuore dischiuda e ne lasci un po' di luce in questo groviglio di tenebre sull'anima mia confusa... Oh quanto vorrei che tu non fossi solo un'idea di questo cuore umiliato, ma appena una consistenza avessi, poco più del nulla, in un qualche dove al di là di queste mondane inconsistenze! Bastevole sarebbe, un generoso farsi vedere e dire, anche senza parole, un amoroso attendere una, anche piccola, risposta d'amore, e me ne verrebbe un chiarore caldo che disgela e fa palpitare la speranza e forse rifiorire tutt'intorno la vita con vera capacità ridonata d'apprezzarla. Io amplificherei l'appena e lo donerei sopratutto a chi più piange inconsolato. Oh quanto essere vorrei un piccolo fiore innamorato della luce, che al mattino la corolla umettata di rugiada distende al giorno che viene! E invece mi son fatto come cieco, invano palpita l'iride desiosa, ché cerco una luce particolare che solo gli occhi del cuore possono avvertire, quella che appena intravista tutto di sé inebria, la tua! Ed è questo solo desiderio che mi nobilita, piccolo uomo ero tediato d'egoismo e poi il dolore disturbante questo incerto peregrinare fin da bambino, che tanto m'ha straniato da farmi pauroso di tutto, del bene perfino e dell'amore che ne viene. Nell'amore tentar si deve di rispondere, contraccambiare, ma come fare se dentro non c'è che il nulla o sol ciò che l'egoismo detta a difesa di quello? Ed è esigente l'amore di donna pur offerto, vuole appagate le aspettative sue...Potrebbe salvare, ma giudica, valuta, soppesa, vuole chi già ha qualcosa, che forse lei solo vede bello e prezioso. Ma ci si può innamorare della perenne incertezza che ci toglie dignità d'uomini e ci fa fantocci di derisione? E quando fuggito via l'amore, non rimane che la vanità del tempo che calore mai dà, né consola e su cui sbatte, mare scuro, ansiosa di prenderci la morte e il suo nulla. Perciò nessuna vera gioia terrena, se non s'apre la pupilla dell'anima e tu solo, piccola luce, aprirla puoi venendo da qualche dove, e se non avvertita, nonostante l'invito che appunto amore ti fa, nulla vale la vita e lo spirito intristito ne muore. E io finché respiro avrò ti cercherò, nell'umiltà e nel dolore per poter dire, trovata che t'abbia, a chi nonostante l'inadeguatezza e con quasi nulla ricambiato, pur m'ama e m'è rimasto accanto, ma sopratutto ai disperati d'odio per me, ma anche a chi come me soffre del tuo silenzio, Lui c'è , allora fa quello che ho da sempre tentato dalla mia pochezza,“vince in bono malum”! Abbi fede, lui te ne darà la forza!