giovedì 14 agosto 2014

L'assunta







Quando vidi la bella venirmi incontro, serpeggiando tra i cespugli fioriti del chinale, mi dissi, Ecco a chi donare il cuore! E quella, appena sicura che udirla potessi, Non sono a chi donar qualcosa devi, ma, io stessa dono, l'ho per te. Ti piacerà! E anche disse, Ecco trasformo questo tuo tramonto, imminente la sera, soffusi di nebbia i colori che languono, in limpida aurora di vita novella! E tutto cominciò a colorarsi di nuovi e più intensi colori e s'abbellirono i cespugli d'un verde acceso su cui, appena nuove, gemme s'aprirono... e perla di prato, lì lì spuntata, si chinò a cogliere e me la offrì, credo perché ne avessi diletto. Poi pudicamente, mi invitò a riposare con lei d'ogni affanno che leggeva nel cuore angustiarmi e mi raccomandò che la margherita donata non lasciassi mi fosse rapita, durando qui ancora la vita. E sedemmo sull'erba tenera, e lei, audace, mi carezzò il viso quasi lacrima asciugar volesse, e permise che di simile le facessi, le dita indugiare tra i neri suoi capelli... Poi disparve, senza osato avessi un bacio, con sé portando l'incanto del mondo novello lì lì sciorinato. Ecco quali fantasime ha talvolta la mente mia, osa sognare quella nel cielo assunta e la sogna innamorata! Io vero non so se mai la vedrò e così proprio, star languida a consolarmi del cuore le pene, ma, vecchio, sogno talvolta cose simili che la tocchino, sempre sfiorandola appena, e anche mi piacciono le favole e me le racconto come bambino facevo, troppo brutta quell'epoca lontana. Poi a questa margherita, vero donata e so da chi, che ben tengo stretta ché non me la porti via vento o la dissolva sole, come fa con mattutina apparenza nebbiosa, quasi di sogno lei pure fatta, ne partecipo e i sogni sognati pure. Ed ella non si meraviglia dell'ingenuità mia inguaribile, d'eterno bambino, anzi dalla storia luccicosa, che con dovizia di particolari racconto, pare aver godimento d'amore. Davvero vorrei estro di cantastorie e saper della tutta bella tali cose, da toccare, di ognuno che ascolti, almeno un po' il cuore! Ma non ho per ora altri sognati belli, per me e la donna mia almeno, come il mo mo detto e di inventarli fantasia non ho, né etico sarebbe. E allora? State nella pace sua, tese le orecchie ad ogni sussurro, gli occhi, i sensi tutti pronti ad ogni carezza, e addormentatevi così. La vedrete! Seducente l'innocenza sua, carezzevole il sorriso e suadente, melliflua la voce sua! E proprio non occorre essere vecchi come me, ma la fede sì!


“ Caro Christi, caro Mariae”. Ecco perché è l'assunta! E vederla, toccarla, è sradicarsi dalla miseria dell'ora e del luogo, è dono che squarcia le nebbiosità, in cui cieca è l'anima! E altro non dico, e forse non so!

martedì 12 agosto 2014

L'invito







Tutti sanno che la morte ci sta davanti, come minaccia, possibile ad ogni passo. Anzi la si può ritenere probabile, imminente addirittura, in situazioni estreme come malattia senza rimedio, vecchiaia abbandonata, amore prima ricambiato e poi perduto, ché tutte, credo, producano tali sensazioni di sgradevolezza, simultaneo panico, fino a temere di essere senza futuro. In realtà come ben diceva Seneca tutti l'hanno alle spalle, non tutta però ché quella fisica per tutti accadrà. Ma credo alludesse a quella dello spirito, che inizia con le disillusioni e la consapevolezza di stare in un mondo ingannevole, falso, di sole apparenze, ma di comune tolleranza tra esseri che sempre più numerosi vi brulicano, convenuta, accettata, ché troppo sgradevole non sia il rimanere tra gli altri, e troppo apprezzata la solitudine. Ma estraniarsi dal mondo, rifiutarlo, sarebbe, credo, un ingenuo tentativo di esorcizzare la morte che reca, come chiudere gli occhi alla realtà sgradevole e pensare possibile una vita diversa in cui i sogni siano permessi e non continuamente disturbati dallo stare tra gli altri, invadenti fin troppo. E per la morte che completa la prima quale strategia, proprio alcuna possibile? Duro per tutti, credo, il piccolo passo finale perché tutta passi, si completi! Allora che occorre? Credere! Nell'uno che ha detto, “ Ego sum resurrectio et vita, quisquis credit in me etiam si mortuus est, vivet!” E che vuole, che chiede, perché credergli sia un bene prezioso da conservare gelosamente, la vita tutta? Vivere un sogno, il suo, l'amore! E lo vuole diffuso. Includa tutti gli erranti, invischiati in miseria radicale, la morale anche e di più quella che la fortuna matrigna elargisce a piene mani. E più ancora i tanti che aumentano il male già tanto diffuso, e fanno più ingiusto il mondo e fosco. Egli ci vuole tutti impegnati nel difficile compito del perdono e dell'amore rifiutato, da riproporre senza stancarsi. E questo è sogno, assai diverso dai propri evasivi, è sognare, ma a occhi aperti, farmaco allo spirito che langue e iniziato ha a morire. Lo spirito scosso può riscattarsi, uscire dal torpore di premorte, sì impegnarsi nel sogno suggerito, e sperare, alla morte fisica inevitabile, che ben vi debba essere un luogo diverso, un tempo tutto nuovo che si rinnovi, che gli permettano, ridonato il supporto alla vita sua, di continuare la favola bella dell'amore. Egli lo ha promesso! E mi importa, sì a me, l'invito a questo sogno?

sabato 9 agosto 2014

Volere l'amore







“Vos dii estis”. Comprese fin in fondo, chi ne profetizzò, l'affermazione, e udita, fu recepita, nell'importanza sua? Il mito che ne racconta non permette di capirlo... Ma in che dovremmo agire, come comportarci, da meritare un simile destino, la capacità alla fine di fare e dire proprio come il dio farebbe? Come potremmo se al momento solo scimmie imitatrici, o non più di marionette, sollecitate a muoversi da invisibili fili, tali le convinzioni nostre, che sospette d'errore possono essere, siamo sulla scena del mondo? Lo faremmo, credo, sforzandoci a dispetto dell'insuccesso, nel rapportarci agli altri, perdonando e amando come solo lui sa fare. È la risposta da dare a tutti nella sequela di chi è venuto a dircelo. È ciò che deve caratterizzarci come araldi di una specifica novità di comportamento, coerente col nuovo credo, e di comprensione del dio. Ne abbiamo idea giusta solo imitandolo, iniziando a fare di simile al banditore suo. Alcuno che lo tenti, impegnandosi completamente, non potrà non dirsi cristiano, seguace suo, testimone, apostolo, in quest'epoca tanto nefanda. E testimone di che? Dell'orrida violenza che gli fu fatta da chi capir non volle, né vuole ancor oggi, un'umanità imbestiata che all'albero dell'infamia lo volle appeso, e lo appende, facendo ancora e ancora violenza all'innocente. E quanti bambini, è la cronaca di quest'orrido comportamento, sono violati , uccisi nelle guerre d'oggi, tutte, come quelle di ogni epoca, definite giuste, necessarie nell'urgenza dei frenetici che attuata ne vogliono l'infamia? Una giustizia vendicatrice però pensata da sempre restauratrice di ordine e valori. Ma quali, se da raggiungere e restaurare sono attraverso l'infamia? Sì, tutte le guerre sembrano far scherno sghignazzante alle vittime loro, anche ai piccoli, rubati per la fossa alle tenerezze materne, quando solo prevale la rabbia ferina di nuocere senza limiti, senza distinzioni, senza nulla più d'umano. Ma son proprio questi manigoldi autori di misfatti, ormai quotidiani, che più obbrobriosamente scatenano la rabbia loro sempre eccessiva, sproporzionata all'offesa che può mancare addirittura, che vanno perdonati! Non v'è posto nell'etica nuova per il risentimento e, per quanto giusta possa sembrare, la vendetta. L'anima nostra avrebbe solo fronzoli di belle parole e frasi non volute capire fin in fondo, ma nulla avrebbe di grande, d'eroico, di nuovo, che invece fanno la pretesa di chi per primo le pronunciò in una coerenza spinta fino al marchio d'infamia, quando lo appesero. Ma noi che ci vantiamo della sequela, non siamo fantasiosi isterici, non ingigantiamo il sofferto, chiediamo al dio di darcene la capacità di imitazione, oltre alla volontà d'amare l'immeritevole, iniziando dal difficile perdono, dolorosa scelta per un'anima che il dolore abbia ulcerato. È ingenuità di pensarsene capaci appena aiutati un po', è follia? Forse... Ma è quello che lui vuole, oggi lo dobbiamo a lui, agire come farebbe lui nell'offesa, e a ben vedere è sempre lui l'offeso, e ci grida dentro come fa dalla croce sua ripiantata qui o là, dove la vuole l'orrore. Solo così saliremo a meriggiare, piccoli noi stessi fatti e oltraggiati come lui, più ancora oggi, perché saremo finalmente nella sua luce a star con lui, bambino per noi tornato, tra le braccia consolatrici della madre sua. Angeli, dii fatti addirittura, profezia del serpente! Ecco, devo proprio chiedermelo questo punto, è forse questa mia, quasi frenesia dionisiaca, cioè follia da invasato, gabellata per misticismo? No, se posso ridirmi, Sono onesto, piccola comprensione ho delle cose sue e forse poca fede, ma so qualcosa che mi sforzo di comunicare. Cioè che “in bono”, nel piccolo bene che almeno dentro so d'avere, avvertito concreto, e là fa santa la speranza che lui sia luce, appena oltre quest'orrore di tenebra, che qualcuno s'ostina a diffondere, c'è, consiste, risiede la mia dignità di uomo e di cristiano e mi farà vincere il male, con la legge del suo amore, anche se ancora e ancora perdere dovessi, fin la vita! E se follia v'è, è questa, non tanto sapere di poter perder e ostinarsi, sì il volere nonostante, sì a dispetto della sconfitta probabile, ma dirsi, Ecco se a te, fratello dell'ombra, devo perdono, il male che mi fai ha già perso, ché io ti rispondo con l'amore, ha già vinto il bene! Mai aspettarne ravvedimento però e contraccambio se l'amore segue al perdono, avverranno solo tra le stelle! Vita cristiana è lotta ché quest'offerta s'affermi ed è da duemila anni che dura!

giovedì 7 agosto 2014

Lui te ne darà la forza







Tanto diffuso il dolore qui che lo stare a questo mondo diventa un gravare dell'anima fino a un fondo tetro in cui non v'è che miseria d'abbandono, lontana la luce come a chi in un pozzo cada. Ecco, io grido a te, dio sconosciuto, da tanta desolazione, appassionatamente ti invoco e questa umiltà implorante, cui non dai risposta, pur s'attende che tu il tuo cuore dischiuda e ne lasci un po' di luce in questo groviglio di tenebre sull'anima mia confusa... Oh quanto vorrei che tu non fossi solo un'idea di questo cuore umiliato, ma appena una consistenza avessi, poco più del nulla, in un qualche dove al di là di queste mondane inconsistenze! Bastevole sarebbe, un generoso farsi vedere e dire, anche senza parole, un amoroso attendere una, anche piccola, risposta d'amore, e me ne verrebbe un chiarore caldo che disgela e fa palpitare la speranza e forse rifiorire tutt'intorno la vita con vera capacità ridonata d'apprezzarla. Io amplificherei l'appena e lo donerei sopratutto a chi più piange inconsolato. Oh quanto essere vorrei un piccolo fiore innamorato della luce, che al mattino la corolla umettata di rugiada distende al giorno che viene! E invece mi son fatto come cieco, invano palpita l'iride desiosa, ché cerco una luce particolare che solo gli occhi del cuore possono avvertire, quella che appena intravista tutto di sé inebria, la tua! Ed è questo solo desiderio che mi nobilita, piccolo uomo ero tediato d'egoismo e poi il dolore disturbante questo incerto peregrinare fin da bambino, che tanto m'ha straniato da farmi pauroso di tutto, del bene perfino e dell'amore che ne viene. Nell'amore tentar si deve di rispondere, contraccambiare, ma come fare se dentro non c'è che il nulla o sol ciò che l'egoismo detta a difesa di quello? Ed è esigente l'amore di donna pur offerto, vuole appagate le aspettative sue...Potrebbe salvare, ma giudica, valuta, soppesa, vuole chi già ha qualcosa, che forse lei solo vede bello e prezioso. Ma ci si può innamorare della perenne incertezza che ci toglie dignità d'uomini e ci fa fantocci di derisione? E quando fuggito via l'amore, non rimane che la vanità del tempo che calore mai dà, né consola e su cui sbatte, mare scuro, ansiosa di prenderci la morte e il suo nulla. Perciò nessuna vera gioia terrena, se non s'apre la pupilla dell'anima e tu solo, piccola luce, aprirla puoi venendo da qualche dove, e se non avvertita, nonostante l'invito che appunto amore ti fa, nulla vale la vita e lo spirito intristito ne muore. E io finché respiro avrò ti cercherò, nell'umiltà e nel dolore per poter dire, trovata che t'abbia, a chi nonostante l'inadeguatezza e con quasi nulla ricambiato, pur m'ama e m'è rimasto accanto, ma sopratutto ai disperati d'odio per me, ma anche a chi come me soffre del tuo silenzio, Lui c'è , allora fa quello che ho da sempre tentato dalla mia pochezza,“vince in bono malum”! Abbi fede, lui te ne darà la forza!

martedì 5 agosto 2014

Digressione di sogni



Digressione di sogni


Oh quanto vorrei tornasse quel sogno d'amore, in cui ti rividi ragazza, lunghi i capelli castani con qui e là insistenza d'un colore più chiaro, come soffusi di biondo! E il vento che vi indugiava amoroso, lieve agitandoli e il sole che ti faceva aureola d'oro, come se di visione mistica si trattasse e tu mi significassi quella del cielo. E mattino era e la marina lontana tutta brillava e tu calma parlavi una lingua che però non capivo. Ma ondulate erano le parole, suadenti e il suono loro faceva più incanto! Forse è così che ti ricorderò, spento il mio mondo di qui, nella mia attesa trepidante là nel luogo del solo amore, che la mia fantasia accesa colloca tra le stelle. Lì la madre verrà a deliziarci del sorriso suo e il figlio suo altre parabole simili a quelle che diceva in vita dirà, soave soave, per prepararci alla nuova vita tra gli angeli suoi...





Ecco, qui l'anima mia, sempre bambina rimasta, si ciba di simili favole e non di virtù che certo non ha, né vorrebbe se quelle le mancassero. E tu in esse sempre sei, o protagonista o piccolo fiore atteso e bianco, anche ignorata l'aiuola da dove tu possa spuntare. Da te spesso viene rimprovero di star dietro a cose del passato, di quando tu non v'eri, brulla e nera la terra prima che da essa nascessi..., ma quelle donne, quei fiori allora protagonisti, mi piace vederle anticipatrici tue, come m'avessero sempre detto, coscienti dell'inadeguatezza loro, Ecco verrà la giusta che t'appagherà! Non voglio vederle come occasioni di tristezza, responsabili con me di sogni caduti, che però poi coagularono in quel che ancora dura bello con te. Quello senza te è piuttosto un tempo da recuperare alla memoria, anche se può sembrare stranezza, vaghezza tentare di disegnarti con le fattezze di altre, ma si fonda sulla certezza che in tutte ben essere dovevi. Perché? È coerente con la fede che abbiamo in una vita ridonata in cui tutto sarà ripresentato in un presente eterno, per essere rivissuto e perdonare talvolta o più spesso dover chiedere perdono...Insomma io non rivivo il passato, deluso dal presente, ma occorre che lo riveda preludio della vita con te, quella di ora e quella di dopo. Mi accade qualcosa di simile a quanto m'accadrà tra le stelle, quando starò ad attenderti, lì la certezza che avverrà quel che sogno, riunirmi a te, qui ora il tentativo di pensare la mia vita uno stesso unico sogno, prima d'attesa di un appena accennato, vago te, perciò nell'incertezza di persona non ben delineata, poi realmente vissuto, e dopo, nel luogo del solo amore, d'attesa ancora, certa però nell'esito suo. Io non so dirtelo meglio e davvero poco m'importa di svelarmi come inguaribile ingenuo rimasto, uno che svegliarsi non ha mai voluto dal sogno che viver gli hai fatto, per affacciarsi a una realtà dura spesso e ingrata. Però rimango anche ora alla scommessa pascaliana, perdere nulla contro l'aver tutto. E tu sei il mio tutto. Se non potessi ancora averti, meglio il nulla! E allora voglio vederti presente da sempre, e forse solo povera illusione me lo permette per i tempi lontani, ma credimi è dolce pensarti come sempre stata per me solo. E se vero, piacendo alla padrona delle stelle, quest'amore continuerà là dove ella vive, avrò continuità nella gioia, recuperato ad essa anche il lontano deludente passato. Allora lascia ti veda così, chioma fluente, occhi da sospiro...

domenica 3 agosto 2014

Dietro al banditore divino







Quando due, conoscendosi, si innamorano, perché quello che nasce possa dirsi veramente loro piccolo bene, è necessario che quello che uno sente palpiti col cuore dell'altro. Cioè che l'altro, recepito quel sentire e volere, li faccia propri, moti del proprio cuore. Così l'altro diverrà irrinunciabile, perché davvero pensato, avvertito complementare al proprio sé. E ne verrà un estendere la propria sensibilità, cioè non solo vedere, sentire, percepire anche con i sensi dell'altro lo stare a questo mondo, ma averne lo stesso giudizio, apprezzamento, fiducia o riserva. “Una amare, una sentire!” Così a questa donna dissi, Ché proprio un nostro bene sia questo guardarci negli occhi e sospirare, io palpiti degli stessi tuoi palpiti e lo stesso avvenga per te! Ecco solo così sarà un amore, il nostro, e vivremo il nostro piccolo mondo di due!





Ma qualcuno è venuto e ha raccomandato che quello che così si crea non resti limitato, ma la pace che ne viene abbia la massima estensione. Ma questo volere, recepito, presto diviene un'esigenza problematica. Perché? Un cuore innamorato è pur sempre il sentire, il desiderare, il volere, che l'altro cuore ha arricchito per amore, educandolo alla mitezza, affinché gli ripugni l'invidia, rancore non abbia, né rimorsi non lo intorbidino, e si specchi sereno nei ricordi, come di primavera fa cielo limpido su tranquillo mare. Questo cuore, avvertito imperioso il suggerimento, desidera che quel che ha, quel che pare canti di felicità, venga fuori per diffondere la gioia che, tanta, gli sembra più non poter trattenere, ma intoppa nella diffidenza diffusa di meno recettivi cuori umani. Sì, presto quel cuore che tenta la generosità, constaterà che il miracolo avvenuto tra due, esso e l'altro cuore amante, non è facilmente ripetibile, mancando la fiducia, rara per le vie ombrose del mondo! E allora diventa eroico il tentativo, un voler ostinato d'accoglienza di ciò che si propone generosamente e che incontra rifiuto quasi sempre. E resta feroce l'aiuola del mondo e vani gli sforzi che l'amore offerto sia ricambiato, e perciò la trasformi in lembo di cielo, perché perfino occorrerebbe i nemici, subdoli o dichiarati, includere nel tentativo generoso di diffondere l'amore! E questi, fauci bramose hanno e apertamente ghignando o celando le intenzioni vere, tentano di distruggere la pace raggiunta ed espongono i due cuori amanti, che riposavano l'uno nell'altro, a disconoscersi, ad allontanarsi, perdendosi, senza più ritrovarsi! E la ricchezza dentro, che diventare voleva strumento di bene, svelando a tutti che la vita è amore, invilisce, si rattrappisce, s'estingue perfino, tanto viene da essi avvilita! Sì, i nemici tentano di vincere, prevaricando, ricambiando con odio perfino, l'amore offerto, affinché quel cuore ben disposto non senta più il grido del banditore divino. Questi in vita sua fu ostinato e coerente fino all'abominio della croce, che i detrattori suoi gli prepararono perché tacesse. Ma lui perdonò, ché sempre dal perdono iniziare deve l'amore per i nemici! Ci invita a questo, grida dentro per questo,vuole, pretende questo, l'amore che includa i nemici col rischio di perdere quella pace che dal fortunato rapporto a due è iniziata. E sempre mi ripeterò, Palpiti il mio cuore degli stessi tuoi palpiti, dio dentro, ma sorreggi la mia debolezza! Fa che non mi risvegli, uscito da quest'inferno, là dove spero tu sia, con angosciosi rimorsi delle troppe omissioni. Invece i miei ricordi di questa vita siano sereni, per potermi dire, Spesso, tentando l'amore da te voluto, posso aver perso, ma un piccolo amore di donna sempre accanto m'è rimasto, e da quello ho potuto ritentare! Sì solo questo importa, l'atteggiamento, divina ostinazione od ossessione addirittura, non il successo, che neppure tu avesti, peregrino sulla terra!

venerdì 1 agosto 2014

L'ultimo paradosso della fede.







Quanti accomodamenti la mente escogita per giustificare lo scarso dinamismo nell'affermare la legge dell'amore, che esso abbia la massima estensione possibile, sì, includente i nemici perfino. Colui che così vuole, vigliaccheria non tollera, ché disse, Ecce nova facio omnia, e nell'opera sua gli necessitiamo, ché egli mani non ha più se non le nostre, e passi non può compiere se non portato, e vuole che da tutti lo conduciamo! Oh quante volte e nella vita tutta mi sono ripetuto, Tu senza lui nulla sei! E balenare ho visto nel cielo dell'anima mia con le parole del comandamento suo, come un barlume, un lampo, e assenso gli ho rinnovato e mi sono ripetuto, O eroe per lui o vigliacco inguaribile! Certo le esigenze della carne di cui, come tutti, per ora anche sono fatto, m'hanno fatto pesantezza, avvilito la volontà di diffondere il bene, ché egoismo m'hanno suggerito piuttosto e non generosità, da cui partire o ripartire di fronte agli intoppi, le incomprensioni, gli scherni che scoraggiano il più paziente degli impegnati. E sì, o si è sospinti da un anelito che mai si placa verso le vette dello spirito, o invischiati si rimane nel fango che tutt'intorno fa l'autocommiserazione, il piangere sui propri fallimenti, e forse più ancora l'accampar scuse di fronte al manifesto insuccesso, sì i flaccidi accomodamenti nei ripensamenti del giorno dopo. Insomma o accumuliamo un tesoro di cui avidi che s'accresca essere occorre, o rimaniamo ai livelli bassi di tiepidi restati, quelli che, incontrati nel cammino, lui anche oggi vomiterebbe sicuro. Allora niente viltà, niente furberie! Adesione completa senza riserve occorre! Ma se, nonostante il tentato onesto impegno, scemi di comprensione del vero dovuto rimaniamo, insipienti per sterilità spirituale, nulla di veramente buono nella nostra storia, non costruttori di una reggia d'amore, non tesoro di cui andar fieri, solo il nulla se non le piccinerie degli interessi personali, limitati al sé e a quelli definiti i cari degli affetti propri, allora, se vero con lui incontro ci sarà nel suo luogo del tutto amore, perdono occorrerà umilmente chiedere del fallimento della vita tutta. E ci verrà concesso, tutti, in qualche misura, nemici suoi, perché non dalla sua parte completamente, se non indifferenti od ostili, ai quali lui per primo ha esteso l'amore. E noi pure, sebbene mediocri, saremo sotto cieli nuovi e su terra nuova, e proprio perché indegni, paradosso!, ci sentiremo i più amati, ché molto ci sarà stato perdonato! E allora? Allora chi è questo che ci grida dentro e in vita sua roventi parole usò per i flaccidi, e ora gli accoglie tra gli asfodeli eterni insieme ai veri meritevoli d'amore, con più amore addirittura? È colui che ha infaticabile nostalgia di tutti i pellegrini d'amore, i coscientemente sordi al comando suo pure, anzi di più! È il suo supremo paradosso? Non so, ma non è l'unico! Tutto sarà nella luce, lui lo vuole, anche la nostra anima ombrosa e le cose che nella penombra del tempo sono restate scure a causa nostra! Ecco passa il fiaccheraio, nessuno lascia a terra, ché è l'ultima corsa, stanchi ormai i cavalli da troppo attaccati alla divenuta sgangherata carrozza, ora stracolma, e pure noi raccoglie! Dove ci porta, se non a lui? Infatti a questa domanda risponde suadente la sua favola che questo suggerisce, Non è forse l'amore mancato un debito contratto con lui, non è forse giusto che sia preteso il saldo suo? E non c'è pure la colpa per la sofferenza non alleviata, nemmeno tentato il soccorso, l'indigenza negletta, possibile non si debba render conto dell'ogni volta aver voluto guardare altrove? Ma a chi, se non a lui? Lui il negletto nel povero cencioso o nel malato! E la sofferenza subita, il male, anche patito nella vita tutta, non merita consolazione, anche solo postuma? È proprio debole la pretesa di compenso dopo una sofferenza a lungo patita? Ma a chi chiederlo, se non a lui? Ma c'è di più. Quelli che restano sulla scena del mondo non possono pensare ai trapassati come rimasti vittime di una presunta colpa di mitici antenati, che sprigionato ha il male, hanno appunto bisogno di una favola più sofisticata. E si dicono, Qualcuno ben parlerà chiaro al fine fuori della tetraggine del tempo e lì asciugherà le troppe lacrime versate e dirà, ridonati novelli sensi, che la sconcezza del passato con la sua perfidia, troppo spesso aggiunta, o resa più velenosa dell'ambientale, dall'uomo stesso, più non torna, non segregati e resi innocui, ma pentiti i tanti autori di misfatti! Sì, ecco la fede, c'è in un qualche dove, chi è capace di tanto, ci deve essere il dio fuori del cuore umano e quello che dentro abbiamo e ci sollecita amore deve essere lui stesso! Con lui si sono contratti i debiti d'amore. Egli non è però esoso strozzino, al contrario dà e dà molto, sicuro molto più dello scarso ricevuto, ché qui anche è pensato povero e negletto in chi lo è, ma molte lacrime verseremo nell'accorato pentimento delle tante omissioni da inguaribile egoismo qui suggerite, o peggio qui da velenosa cattiveria tormentati! La sola paradossale giustizia del dio questo pretende e tutti renderà capaci di tanto, d'essere meritevoli di perdono, bastevole il pentimento anche postumo! Ma in fondo non è tutto paradosso? Sì, lo stare in quest'inferno, dove troppo spesso è colpito l'innocente bambino non il reprobo adulto, con dentro il continuo gridare coi miti suoi di uno, che pretende di anticiparci il dio, dal linguaggio eccessivo, iperbolico da orientale del tempo suo, che poi vorrà solo perdonare i nemici suoi, noi per primi, i mediocri suoi seguaci! E intanto urla, ormai afono, senza più voce, qui il dolore e non s'attenua con la favola bella della compensazione postuma e forse solo chiede al dio di restare un'idea del cuore, che come tutte muoia con la carne, perché questo nella vita ridonata potrebbe pretendere, stipato di troppe lacrime trattenute, di perdonare e non di cercare perdono! Ecco l'ultimo paradosso il dio da perdonare!