martedì 14 maggio 2013
Quel che il cuore mi dice
Interrogato ho il cuore, scosso, ché ne uscisse il vero. E la domanda, Hai un amore terreno ancora? E lui, L'ho nei ricordi. Perché così? Questa mia, tu pronuba, candidata con me s'è alle tue stelle. Ecco, allunga le ombre sue la sera e languori porta su questa terra, ma ne sfuggo, ché mi fingo fiorellino d'una radura del bosco tuo incantato, ove solita sei, sole declinando, visitare gli affetti tuoi cari, che poi potranno addormentarsi felici. Sola non sei, altra bianco vestita t'accompagna. Leggiadra è pur ella sui passi suoi e discorre con te amorevole. E' lei proprio, e scalza è come te, e dolce, lieve, posa le piante sue, ché nessun senta il suo peso, che forse più non ha. Un brivido scuote i fiorellini tutti e me, ché doppia carezza ricevo e gli aliti vostri sento sulla corolla, chinate a baciarmi...Ecco, qui favole simili racconto a questa donna, ché ne faccia materia dei sogni suoi, imminente la notte. Ed ella le sue vuol dirmi, e son d'amore, e loro più ci fanno estranei da questo mondo. Ma ella è madre, e alle preziosità del cuore suo resta legata. E' bene rimanga e visiti la radura incantata quando, fiore fatto, da tempo trapiantato lì mi avrai. Ecco, nel mio racconto, tanti nomi pronunci a indicar or quello or l'altro di noi, i nostri veri, quelli che significano di ciascuno la storia. Ed ella li intende tutti e se ne intenerisce, ché nell'amor tuo legge. Ma tutti siamo una sola fragranza, tutti per voi allo stesso modo belli. Lontano s'è fatto il frastuono delle ore dabbasso e mai qui, sotto a greve cielo, filtra del sole giocondo pallida la luce. Fa sempre primavera e noi variopinta la vallea rendiamo e della presenza nostra, essa che di noi ride, profumata è tutta. Ma il sole, roggio, già tutto declina e invita al sonno e così al sogno, stanchi gli uomini in terra rimasti, e noi a sognar di voi... Ecco, tutto uggioso a questo racconto, il mio giorno esser non può. Io la guardo alle piccole incombenze sue di donna, e or sorride alle facezie mie, poi serio di nuovo si fa il volto suo, ché forse ella si interroga sul significato della mia fiaba, che mi dico e ridico, ché piccolo e insignificante vi sono, ma amato. Esso per me ancora è tanto bello che quasi portarmene vorrei altrove il ricordo. E' lei, sai, che con le storie sue d'amore e con le bagatelle, che s'inventa da farmi credere indispensabile a risolverle, che qui mi trattiene. Pretende su tutto il mio consiglio e poi credo faccia a modo suo. E' fatta così. Ma il legame nostro non è fatto più per questo mondo, i cuori nostri, innamorati, etereo lo fanno, e tutto il nostro mondo di due è d'azzurro colorato e tu visitarlo puoi, e ti piacerà. E la rassicuro, la ricorderò, se tu d'andare mi chiedi. E allora ti dirò. Giovane timida era e bella coi capelli suoi lunghi castano scuri e mi molceva il cuore. Poi donna sicura a far conforto al declino mio del calore suo. Attenta sempre, amorevole, dolce. Tranne che la gelosia di altre femmine non la prendesse. Ma più bella nei crucci era e adorabile pur negli inevitabili rimbrotti. Come scordarla potrei! Distratto dagli occhi suoi non m'hanno i tanti luccichii di lì, e gli occhi tuoi belli ora ai suoi mi rimandano... Oh quanto ancor distratto mi sono, prefigurando con te il destino mio, e quanto ancor ella s'è lasciata incantare sul far della sera in un giorno di primavera! Starò con te ad attenderla fin quando chi qui l'ama, la lascerà fino a noi volare.
domenica 12 maggio 2013
Le tue parole
Quanto son belle le tue parole, son d'amore sempre nelle favole che mi racconti o taci! Ma me ne dicono gli occhi tuoi, supplendo alla ritrosia tua d'eterna timida innamorata. Fan esse carola con i pensieri miei che cerco degni per la fata del cielo. Salgono con essi vaporose e lente come nebbiolina che il primo sole sollevi dai bagnati dopo pioggerella, in questo tempo di primavera. E io mi ci smarrisco di felicità e ne sospiro nostalgico quando ti sono lontano. Che fai quando solo il mio cuore continua a vederti? Che pensi tutta intenta a piccoli mestieri nell'orto? Che dici alle gallinelle tue quando le pasturi con mistura sapiente o con foglie di lattuga di cui sono insaziabili? E che ti dice di meraviglia il cuore quando, rovistando la stia, vi trovi più uova? Io so che far la contadinella ti fa felice e io t'aiuto nelle colture di stagione se qualche compito me ne affidi. Sta trascorrendo così questa nostra ultima età. Serena ne sembri e non più tanto ansiosa delle bizze del mio cuore, che al buon medico che il figlio tuo è diventato, affidi. E io alla passeggiata tra le variopinte essenze di novelle fragranze ti penso, e prego. E qui al cuore, che cantar vuole dolce canzone d'amore, fan bordone uccelletti amorosi all'arte loro intenti. E c'è volo di farfalle vaghe che andar potresti vedere di fiore in fiore, dopo che se ne sono allontanati i brontoloni bombi, che rovistano tra le loro corolle. E' un mondo incantato non meno ameno del tuo. Tu al mio ritorno saper vorrai di ben altri incontri e di lor facezie per amiche in cui mi imbatto, che qui lor cani conducono. Ma te solo vedo nelle altre tutte e faccio come a te parlassi. E così accade che qualcuna sorrida a quel che sempre ancor per te fingo e invento. Ma poi quelle, benché tentino dolcezza dalla loro giovane età, le tue parole non hanno e capisco che è tempo che torni a te e agli occhi tuoi che accompagnano dolce quel che dici al mio cuore. Che farò quando, seppure per brev'ora, ne sarò privo tra le stelle?
Ecco, è appena giunta Argo, la nave che ne porta novelli al labirinto delle stelle e io la mia Arianna più non ho! Che sarà quando la bella donna che qui regna vedrò? Forse parlarmi vorrà con le tue stesse parole, e il tono della sua voce sarà come il tuo caldo e dolce, e le rideranno gli occhi belli come i tuoi.
Anche così faceva nei sogni che la bontà sua talvolta mi regalava dabbasso alle bassure del mondo in cui or lasciata t'ho. E assai bella vi era, cereo il viso, nell'abito suo candido. Questo continuerò a dirti per i miei fortunati incontri con la bella innamorata del cielo. Ma fuor di metafora, vero vorrei che vedendola in sogno, come la mente mia la vede, te ne innamorassi più ancora, come io lo sono. Capiresti come ti renderà bella agli occhi miei avidi, quando tutta per sé t'avrà nel cuore. Assai piccola cosa è l'amor mio per te, briciola di quello promesso che le dovrei attraverso la tua persona dolce, ma un giorno le parlerò, parlandoti, con parole simili a quelle sue che tu m'anticipi qui in questa nostalgia del suo cielo!
venerdì 10 maggio 2013
Come scemo d'amore vado
In questi tempi difficili, ecco, si dice, è bene esser previdenti e provvedere al domani, incerto per tutti, e vederlo tutto minaccioso e lungo tanto, come se senza tramonto sia. Ma non è questo l'atteggiamento che cura eccessiva tutta a se stessi rivolge e fa grama la vita degli altri e invilisce la nostra spiritualità? La vita di tutti è un trascorrere altalenante di viltà e di eroismo. Ma tu eroi ci vuoi, mai vili! Ecco c'è chi vive una vicenda diffusa desolante, quella che lo sprovveduto avvilisce, fa pusillanime e soggioga, quella con cui il vile fa compromesso per subirne il minimo danno o peggio averne vantaggio. Questi invece la domina e ne fa occasione d'eroismo, ché se stesso e il mondo intorno a sé affranca. Che, chi lo guida? Lo sostiene l'amore, il tuo, sempre. Così egli ha attenzione e cura del destino personale, ma non esclude quello degli altri, degli ultimi anche, che sono i più oggi, ché egli lo vuole coinvolto nel proprio bene. Torbida è invece la fiumana che scende dall'egoismo, esonda, spande l'acqua sua putrida e ne inaridiscono i germogli nel terreno fecondo della nostra fede e non ne restano che sterpaglie immonde di ipocrisia. E' il mondo che il vile permette. Ecco pur viene l'aiuto invocato dal cielo nel bisogno a chi implora desolato da questa umanità, oggi tanto provata, ché chiama un'anima accorata dalle lacrima sue. Ma tu non hai mani solo le nostre! Noi siamo gli intermediari dell'amor tuo. “Qui potest capere capiat” direbbe il figlio tuo! Non dobbiamo sciupare la vita nel non vedere e non voler sentire, cupidi solo dell'accumulo personale di risorse, sì, non dobbiamo star dietro alla ricchezza. Questa è spesso frutto di ladrocinio, ché sempre è non solo da fatica personale, ma dal sudore, dalle lacrime e dal sangue di altri. E l'avaro invilisce per essa la vita sua, nulla l'inorridisce, niente lo ferma pur di accrescerla, né il sangue che potrebbe versare, né il delitto divenuto possibile. Questi ne ha tanta brama sempre da far qui la patria sua, che sciocco vede come eterna dimora, ché d'altra nostalgia non ha, né vuole. Vi muta la luce, che pure v'è fioca, in tenebra fosca, più favorevole alle trame sue, e fa coll'agir suo questo mondo più inferno ancora, ché il dio suo tu non sei, ma è mammona. Ecco, è breve per tutti la vita, una storia di normale affanno nella tristezza per lo più, con intoppi sempre, e mai fratelli, ma concorrenti, antagonisti, lupi spesso, si incontrano. E lottiamo tenaci per raggranellare poche cose di qualche conto e vile denaro sopratutto, sempre troppo poco per gli scopi prefissi. Quello che al fine ci permetta di indossare un abito ritenuto decoroso, magari decorato con galloni dorati, quelli del premio a una vita soddisfacente e perfino pensata ben spesa. Sì, un riconoscimento allucinato, tutto solo personale, ché intorno non si lascia che rancore e odio, dell'impegno tenace che primeggiare ci abbia fatto sui tanti su cui violenza s'è usata più che subita. E poi? Ecco improvvisa notte s'è fatta, tramontato è il giorno nostro! Né abbiamo agito per il bene diffuso, né pregato che s'affermasse. E ' tardi per tutto, esangue s'è fatta la preghiera nostra,disperata di pentimento, ché tu segno non dai che ci ascolti! Meriteremmo di rimanere in quest'inferno se il perdono tuo non ci chiamasse. Dobbiamo andare, soma abbiamo, no siamo, di peccati o forse solo di viltà. Che ci è mancato? Non abbiamo dato risposta al tuo amore. Abbiamo in fondo solo preso, nulla o poco dato. E io sono così proprio? Ho disperso l'amore tuo, ho fatto ancor più quest'oggi triste, manco d'amore? E dire che capir dovrei amore e le esigenze sue, ne ho ottima maestra, questa che tutta si spende per me. La favola d'oggi mi racconta che parla d'un amore perduto e così la chiude, ma nel nostro bel dialetto, Dico al vento, va, portami l'amore mio e seppure vecchio me lo portassi, io ancora più bene gli vorrei! Così m'incanta, ma pur scemo d'amore ne rimango e così vado!
martedì 7 maggio 2013
Una parola sola
Keplero, che alla tua luce guidato si pensava dalla luce della scienza, al tempo in cui molto si dibatteva sul caos iniziale da cui questo cosmo ordinato sarebbe venuto fuori, chiese così il parere della giovane moglie. Ella offerto gli aveva un'invitante insalata. Ebbene, pensava ella che gli ingredienti usati, da lei, certo sapientemente dosati, si fossero separati dal caos primordiale, perché in un preciso momento nel tempo e luogo nello spazio, ella li utilizzasse, ultimo intermediario, per quel gustoso piatto? Rispose ella, convinta, che non poteva essere accaduto proprio per quella sua insalata, che ella evidente preparata aveva con in più l'amore. Keplero abbandonò l'idea che dal caos provenisse l'ordine delle cose tutte. Perché questo aneddoto? Io in certi momenti pregare non so, mi turbinano senza pace parole e frasi con quelle, ma da quelle tante che dentro sento, nulla di degno ne esce per te. E' il dramma di chi ti invoca da mane a sera, caos gli fa amore dentro, e non sa più che fare e dirti di vero bello, per catturartene ascolto. Amata sei, è la sola cosa certa, e tenta per te il cuore dolcezza, ma poi continuare non sa. E tu ché non mi soccorri? Sì, spira sull'anima mia avvilita come aura di primavera, che le cose tutte di qui alla vita ridesta. Canti la voce tua nel mio cuore e lo faccia puro, fresca più della rugiada dell'alba, feconda più del sole, che alto rosseggia su queste essenze che tutte nuove ha ricreato e rivestite di splendido manto. Vieni in queste notti serene e fa ridere la pupilla di questa mia donna, che virtù ha della mitezza e della dolcezza, e che riguarda con pia malinconia l'ansia mia. Fanne simbolo vivente tuo nel cuore mio, e vi agisca e ti significhi e porti ordine e luce là dove s'attarda la notte e si combattono le ombre sue. Ecco, mi invita a sottrarmi alla rozzezza del tempo e a sostare con lei nel suo giardino fiorito che olezza primavera, ché lo senta oasi sotto l'incanto delle tue stelle. Ella ombra di malignità non conosce e ha candore se ripetermi vuole che è amore la vita e che è amore a farci palpitare navicelle su mare immane sospirando porto. E quale? Questo cielo, ché sull'orlo del mondo questo tanto incurva i mille e mille brillii suoi, quelli che avacciano di incanto i cuori nostri, che per noi, che porta amore, trapassare in essi facile diventa. E' l'ultima favola sua! Io resisterle non so e se carezza ora mi fa come a bambino sperduto che di madre il seno cerca amoroso rifugio, e mi dice parole, ecco dolci sono e io so ora cosa dirti, quello che oso per questa che le lacrime mie bacia. Che le dico? Una parola sola, Amore!
domenica 5 maggio 2013
Quando amor falla
Ecco, un mistero aleggia in tutte le cose e gli uomini spinge a porsi problemi, cui cercar risposte sempre più adeguate. Si interroga sempre daccapo la natura, si vagliano le risposte già date, parole chiare e soddisfacenti non si trovano, e “naturalia” suscitano nuove congetture, e come fanno gli “arcana dei”, celate rimangono. Presto ci si accorge che la radicalità di certi giudizi sconsolati dello stare al mondo, come il “nihil sub sole novum” dell'autore biblico e il “nil admirari” del nostro Orazio, sono solo semplificazioni amare, accettate da chi la vita ha fortemente deluso. C'è molto che dà motivo di speranza, oltre al goder delle piccole cose belle e buone che la vita offre, su cui i due autori convengono. E che? L'amore, credo. E se manca, le piccole gioie, che danno le cose in natura, vi suppliscono. Perché? A chi le sa guardare senza preconcetto e superficialità, non sono scontate e ripetitive, non sono tristi nella noia che suscitano sempre uguali, ma hanno del degno del nostro interesse, e la curiosità che generano è premessa a vero godimento dell'anima. Ecco un piccolo toporagno. Immane fatica fa lungo la scarpata il cui terriccio frana sotto le sue zampette, che inutile agita, per forse riguadagnare della tana la sicurezza e la pace. Lo prendo e quello inutile protesta agitandosi tutto, pensandosi vittima di un animale da preda. Mai ho visto di più minuscolo bello, mai ho avvertito di più morbido! E, madre, ti ringrazio per avermelo consentito, poi lo adagio sull'erba e lui va. Ecco, godere di questi fatti, saper che nelle cose e dalle cose, si può avere motivo e occasione di sentirsi sereni e spesso felici, per uno spirito semplice, può divenir l'ultimo rifugio, se l'amore umano lui trascura o esonera come talvolta fa, ingiusto. Ma è anche l'ultima possibilità per te d'amarlo. Tu principalmente ami attraverso noi, se e quando altri amiamo. Ma l'amore vero è raro quanto è sublime, parvenze, luccichii se ne hanno e spesso, vanito precoce, ne restano solo vestigia. Talvolta esso non può andare oltre l'intenzione espressa o taciuta, perché circostanze, contingenze, psicologia avversa, vi fan barriera. E nello speciale rapporto di amicizia tra esseri complementari, l'andar più oltre talora sconsigliano considerazioni di opportunità, come quella che barriera fa una notevole differenza d'età. Allora l'amore va auspicato per l'altro e una possibilità insospettata si ha nell'imitare l'amor tuo. Tu spessissimo ami per quello che persona può offrire ad altra, molto o poco, ché ami attraverso cuore umano, generoso o geloso del suo. Così se di giovane donna si gode confidenza è meglio dal proprio cuore dirle, Se qualcuno t'ama è per me come amarti, ché il bene tuo desidero. Perché? Forse non è bene che gentilezza sia per tutt'altro scambiata, e scada nel ridicolo. Ecco così proprio, oggi mi sono candidato a imitarti! Ma cos'è il più che si può fare? Vi sono qui derelitti che l'amore umano neglige, allora, e valgono per tuoi, piccole attenzioni e gesti di opportuna cortesia entrano a far un po' di luce, come parvenza d'amore, in quel mondo di solitudine. E poi che resta? L'amore di un piccolo fedele animale, l'afflato delle cose tutte, come queste di primavera, fiori, farfalle, uccelli. Perché? Io stesso, che son fortunato e amar mi puoi per cuore di piccola donna interposta, ne godo. Poi il nulla! Oh onnipotente proprio non sei! Non filtra per lo spessore del male l'amor tuo e tutti non raggiunge, anche tu sei nella solitudine, manchi di molte risposte e solo ne sospiri!
giovedì 2 maggio 2013
Semi di odio e di speranza
Quando, madre, si guarda attraverso un caleidoscopio, le immagini offerte sono continuamente cangianti a seconda della disposizione reciproca dei frammenti di vetro colorato, e qualcuno rimane incantato, come a me, bambino, accadeva. Al contrario, il multiforme susseguirsi di quelle dà ad altri impressione di monotonia di cose di poco conto, nonostante le tante combinazioni offerte, e non suscita meraviglia, non si è bambini abbastanza, ma noia. Così nei fatti di questo mondo confuso. C'è chi scorge ricchezza e bellezza nella varietà e nel mutamento, come lo star tra gente diversa, chi al contrario, blocca la mente nella fissità del consueto e la diversità provoca anzi disappunto, ansia e ne vuole l'esclusione dal proprio mondo. C'è in questi un pregiudizio di fondo che tiene in uggia il nuovo e l'imprevisto e non tollera il contatto appunto col diverso. Proviene dalla propria posizione sociale, proviene dall'educazione ricevuta e dai valori offerti, lo stare in un ambiente che osserva certe tradizioni, il vivere in una terra che richiede certi adattamenti e regole, l'esprimersi con una determinata lingua, il non tollerare altri giudizi e diversa scala di valori per le cose. Si diventa allora gelosi delle prerogative, dei vantaggi, delle esenzioni che vengono dall'appartenere a una casta, a una etnia, a un popolo, a una storia. Ecco è come se lo stare in un luogo, tra gente che si conosca o da cui non si tema minaccia, sicuri faccia della lontananza di un pericolo, ché tra pari si pensa improbabile. E se tutto questo ha motivazioni giustificabili, tu accettar però non puoi l'egoismo. E poi cacciando i diversi, senz'altro vaglio, da casa propria si finisce col mettere alla porta il dio stesso, te, il totalmente diverso, l'altro. Si dimentica che tu proprio hai predilezione per i minimi senza credito alcuno né voce, i vinti dalla lotta per la vita, i disprezzati, e stai tra loro e sei in loro. Ecco allora che talvolta la “vox populi”, che dice le ragioni sue di esclusione dello straniero o del diverso, adducendo che molti guai vengono dalle pretese degli appena arrivati, e fa agire per pregiudizi col rifiuto, non è “ vox dei”. Occorre allora per non perderti, rischiare il disaccordo con la propria gente, occorre rischiare, per le proprie giuste idee, la solitudine dell'emarginazione, il marchio di amico dello straniero. Certi atteggiamenti di diffidenza del diverso e talvolta anche del più debole e bisognoso, non vanno troppo tollerati, sono quasi sempre eccessivi e non troppo giustificati, ché sono il seme della violenza e del razzismo, sempre risorgente minaccia, ricorrenti nonostante condannati dalla civiltà e dalla storia dei popoli. Ecco, proprio qui da noi, la nomina di una donna diversa per il colore della pelle, a occuparsi, al massimo livello, dei problemi dell'immigrazione, ha scatenato un vespaio di feroci commenti e ha fatto gridare allo scandalo. Io sarei tentato, se non me lo vietasse il buon senso e la dimestichezza, di cui ho vanto, con te, di rispondere all'offesa, offendendo, col chiedermi. E' da parte di gente solo mediocre o c'è di più della stupidità, c'è malignità? Ma sarebbe insolente aggressività, offesa appunto, pari al loro blaterare, questa risposta. Ma io non posso, né voglio, comprendere questa mala genia che fa il proprio e l'altrui danno, allontanando da te, che hai raccomandato l'amore per tutti. Come posso dire d'amarti se non rischio amando? Ogni amore è rischio, possibilità di sconfitta, di venir ricambiati col disprezzo e odio addirittura. Sì, di esser incompresi, di venir insolentiti, scherniti per la propria offerta di bene. Non è la frequentazione saltuaria o assidua del sacro, non è recitar formule, aver fede riposta sui dogmi, che fa il tuo credente, ma chi ama. Soprattutto chi è scomodo, primitivo, senza costume, e fa paura perché non come noi. Se io non ho l'amore, ogni ricchezza che mi proviene dall'osservar regole e consuetudini è un di più che fa peso, soma. L'amore non appesantisce, libera l'anima, ché si inazzurri fino a raggiungerti. Mai bisogna perdere tenacia nell'attesa fiduciosa di te, la speranza che tu e il figlio tuo veniate palese. Il futuro viene, ma non come ripetizione del passato, non è ripetizione di luoghi comuni, pregiudizi fondati su idee antiquate che giustifichino il rinchiudersi nel proprio saputo e sicuro senza i problemi posti dai diversi per provenienza, colore,costumi, credenze, religione, è novità. Sì, in tanto male il nuovo non può essere che bene, il tuo bene!
mercoledì 1 maggio 2013
Un solo amore
Oggi tra stormi di rondini, che giulive armonizzano con la primavera di qui, sono. Perché rispetto a me, che lento guadagno del chinale l'altezza, volano basso da lasciarsi ammirare. E nugoli di piccole nere vespe, credo, salgono a interferirne il volo perdendosi nell'azzurro. E quando il cielo si fa sgombro di quei muti araldi di primavera, ecco i balestrucci che a piccoli insetti mirano e velocissimi quasi mi sfiorano, ma poi alti volano. Fanno questi metafora dei miei pensieri per te, piccoli, leggeri, timidi sono e in alto vanno a cercar ascolto. Ma da dove vengono e se di te son degni, mi chiedo. La psiche nostra è luogo di tanti conflitti, ché immagini vi si affollano, parole vi risuonano, ricordi ci allietano o disturbano, e poi emozioni, impulsi, desideri contrastanti, tutti vi fanno ridda. Ma, ché non si dissolva l'unità di persona, devono conciliarsi, cercar compromessi e aggiustamenti, spesso tra opposti, e se ne fossimo consapevoli, consci, ne sarebbe proibita la allora stridente sintesi. Invece accordo vi fanno, ché le inibizioni razionali, affievolite e inefficaci a zone profonde e oscure dell'inconscio, giungono. Ecco allora la perplessità mia. Io ti penso dal cuore, che metafora è dell'insieme dei sentimenti belli e cari, che sono, fanno l'umanità mia. E' la parte mia migliore e vi ti conduco. Ma da lì tutto pervaso ne devo essere, il mio celato profondo anche. Ma là non ho diritto di coerenza e di farvi armonia, così non ho sicurezza che le mie parole per te, rimedio siano alla promiscuità che là regna e che di per sé è male. Più ancora, le cose belle concepite per te, anche volar vorrebbero e raggiungerti fuor dei miei meandri, lì impegolate nel me remoto, primitivo e oscuro. Ma volano basso, son rondini comuni, non balestrucci. Resistenza vi fanno le bagattelle di qui e vi rimango impigliate come uccelli in rete presi. Ecco allora, io dico, è bello pensar di lei, ma le mie parole non mi santificano, ché già in me resistenza trovano, e poi fuori disperse forse sono, senza speranza d'ascolto. Allora, madre cara, che mi resta? Solo un appello all'amor tuo, e dico. Se bene mi vuoi e convinta dell'amor mio, raccogli allora le parole mie, imprecise, fragili, timide accennate, diverse dalle meravigliose in me nate, attardate da mille intoppi. Falle tue! E quando la preghiera mia si fa accorata, ché mi fa pena o mi strugge la sorte di qualcuno, amplificala. Aggiungi del tuo. Bagnala delle lacrime tue e dei gemiti tuoi rafforzala. Il figlio tuo non le resisterà! E quante richieste simili avrei, tu vedi che ne piango! Ecco, profumo si spande dalle prime infiorescenze, e qui a lungo rimane a far primavera, senza vanire. Fa che di simile accada alle parole mie, sono per te, sono per lui. Passino per te saturandosi, ché se ne respiri aria “unguenti fragrantis” e così questa a lui le porti. Non sei tu che lodi la mia piccolezza, ti meravigli della mia sincerità, scorgi del buono in me e incanto ti fanno le favole mie d'eterno bambino e lì corri con me bambina, la mano nella mia, a saltar cespugli? Sì, leggi oltre le superficiali apparenze e “nomen bonum” m'hai dato, e lo porto con timore e sofferenza, cercando di rimanerne degno. Allora oggi accogli la mia lode, forse piangerò domani cercando il tuo soccorso, e allora le mie pene farai tue. Noi siamo due e quanto diversi! Ma così come dico di me e questa piccola donna, un solo amore!
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