martedì 3 luglio 2012

Farfalla del mare

Oggi spinge lontano un brezza leggera una vela latina sul mare, piatto sotto terso cielo.
E là dove il cielo si curva sull’acqua quasi a baciarla e i due si confondono per la foschia, quella par bianca farfalla volare come per occhi di pianto. Sì, talora oggetti tremolano se si pensa a chi s’ama, e sempre i miei umidi si fanno pensandoti, bella del cuore! Di simile la voce mi si fa con le parole che ti dico, incessante preghiera d’amore. Ecco donna sei reale sol per il mio cuore e talora donne di qui hanno per cuori innamorati simile concretezza soltanto, ché lì rimangono com’erano al tempo di lor primavera, mentre le fattezze loro reali il tempo illanguidisce. E capita, incontrandole, anche di non più saperle, ché solo in sogno si rinnova la dolce immagine dei palpiti antichi. E così accade che donna sdoppi l’immagine sua e ne venga una per viver in un sogno dove rimane, a dispetto del tempo, qual’era nel tempo suo primo e bello, mentre la vita concreta l’altra prende. E l’una resta, quella della realtà va, vive la vita sua, che le permette d’amare e di piangere, e quella la prende tutta, la coinvolge fino a far rughe talora anche d’amarezza sul bel viso. Sì, tanto che incontrandola, a vederla sì cambiata chi ha conservato l’altra nel cuore, maga vorrebbe pietosa che cacciasse fuori le parole di sua magia da far quella del cuore modello, sì che il tempo si fermi e arretri nelle conseguenze sue per la reale, e così ridarla al mondo come amor l’ha conservata in cuore puro. Ecco, tu stessa come maga buona sei e mi abiti dentro da sempre, e ora vorrei che malia facessi per uscir dal sogno mio, ché vederti ti possa tra questi fiori ultimi. Sì, questa calura africana rinsecchirli tutti vuole, sicché vorrei t’affrettassi per essere nel tuo incantamento io stesso rapito tra essi! Ti preferirei un minuto in questa realtà che di continuo muta le cose, e tra le braccia mie avide, che vederti altri cent’anni ancora in sogno e lì solo permettermelo! Ma questa preghiera, forse folle un po’, tale tanto non deve sembrarti, se fai sì che la gioia di rivedermi dopo questa breve passeggiata, questa icona tua sembra mutare, e più bella, quasi la ragazza che era, ora mi pare. E la invito a guardare lontano sul mare se mai scorga ancora la vela lontana, e pur’ella farfalla del mare la vede!

domenica 1 luglio 2012

Amate i vostri nemici

Molto tempo è passato. Ho capito di te?
So che solo il male è qui banalmente presente. Il bene, il buono, il bello rari, precari, spesso non capiti o non voluti, tanto avvezzi siamo al deserto di dentro e fuori. Eppure tutto ciò che vi è in questa realtà in cui sono mio malgrado ancora, è presenza di chi è in quanto è, il pur sempre lontano o vicino, il bene, il dio. Ma il significato delle cose o s’è nascosto o non sappiamo più capirlo nell’essenzialità, sì, ché tutte hanno del bene, una forma di bene comunque e da sempre non vediamo chiaro. Sì, lo hanno anche se suona spesso sgradevole o nocivo lo stare tra esse. Ma crederlo nonostante quest’evidenza, è da veri buoni, da santi! E tu mi sei lontana, o vicina, non lo so più! Questo mi sconcerta e mi fa angoscia. Amo disperatamente questa donna, è piccola, indifesa, eppure pretende di difendermi. Oh vero lo potesse e da me stesso! Sei in lei, sei lei? Sto qui a pormi le stesse domande di sempre e le risposte trovate, non soddisfano! E’ sera, anche della vita ormai e io ancora mi chiedo, “ cur deus homo”? Perché colui che è, ha voluto esserci in forma d’uomo? Sì qui tra noi, tu e lui in un momento storico preciso, e da allora per sempre rimasti o sempre stati, “deus absconditus”! Dove? In me, nella piccola donna che mi guarda con ardore di innamorata e con pietà di madre, ma anche in lui, quello accanto, in lei, quella appena dopo, nell’altro, in chi incontro e saluto o che è indifferente o ha volontà di diniego e di rifiuto, o vuol essere addirittura nemico! E cambia per me saperlo e la vita mi diventa più sicura? Cioè io so il “quia” di quell’evento, ma il “quare” posso al più intuire e mi chiedo, cambierebbe per me qualcosa ora e poi, saperlo anche vagamente, come son tutte le cose del cielo per l’anima mia? Forse è accaduto solo perché il figlio tuo potesse dirci chiaro, amate i vostri nemici! Egli lo fa, tu lo fai, voi amate fin i nemici! E noi non sappiamo ancora farlo! Non io almeno, e non so quanto la comune umanità in cui sto lo possa! Ma penso che da sempre l’uomo è così comunque amato, il più abbietto anche o sopratutto! Paradosso, mistero? Ecco si fa lontanissimo, nemico si fa di chi è il bene, e tu e il figlio tuo lo amate, nonostante o forse più ancora anche di quanto amiate chi tenta di conservarsi o farsi buono! E io mi son fatto vicino, come chi tenta di far apprezzare la sua amicizia, il suo interesse, il suo amore, ma poi ancora lontano, più lontano, come dispetto di non aver ricevuto chiara risposta, deluso! Una perenne altalena di vita, di scelte, di occasioni di bene o mancate o mal realizzate e poi l’aridità completa, il disinteresse anche per il bene personale che sempre viene se per altri lo si tenta. Sì, generoso fino al ridicolo della pena e della cura per tutti o in chiuso egoismo, anchilosato. Tanto da illudermi di star tra i più senza disagio, non più diverso, ma mediocre, uno comune chiuso in sé, che si contenta del poco o del molto che crede d’avere e che rinuncia al vero bene, irraggiungibile. Eppure in segreto timoroso di non essere più raggiunto dal tuo amore, sì, poi di nuovo ho sempre daccapo voluto correrti incontro. Ma dove, come, per quale via? Ma forse vero sono stato solo mediocre, eppure sempre lo stesso amato! E il mio atteggiamento sul comandamento nuovo, altalenante, ché, come molti, non voglio capirlo e tento di sottrarmi. Eppure vero non ce ne sono altri, almeno non di sì pregnanti, e trascurarlo rende inutile perfino l’osservanza stretta, virtuosa e da santi, del decalogo. Ecco, ci sono uomini che sperimentano su sé la carenza del credervi. Rimangono dubbiosi di fronte a tanta radicalità, si sentono inadeguati e preferiscono credere la vita virtuosa consistere nell’essere osservanti di ogni altra norma e pii, con lo star nei riti, tra quelli che pregano incessante, ottusi però se la nuova essenziale norma ignorano o trascurano, o la tacciono a sé e ai fratelli. E invece è richiesta la vita eroica! Sì, è questa nuova la norma che le riassume tutte! E poi chi è il nemico, sta dentro, sta fuori, qui, là, dove? E passa il vento, qui sconvolge, lì schianta, ottusamente! Passano gli anni, apparente sono nuove le situazioni, poi il solito accade. Cosa? Agisce il male banalmente, guasta e passa oltre, con conseguenze di rabbia, dolore, disperazione. E’ ora nascosto di nuovo, tace, ma c’è, sornione. E’ senz’altro il nemico! Ma a questo vivere nella minaccia sua, s’aggiunge la contumelia dell’orgoglioso, la prevaricazione del potente, la stupidità, l’insensibilità, la mancanza di umanità dei più. E poi per tutti anche per i più fortunati, l’abbandono, la vecchiaia , la morte. E saremo sicuro di nuovo lontani da te quando il nostro provvisorio stare, e precario, ci sorprenderà al suo scadere improvviso. Non abbiamo in fondo vissuto appena sebbene esposti al disagio e nel pericolo? E questa realtà tutta vive la lontananza da te, qui i disperati, là gli indifferenti e i gaudenti o i prevaricatori, quelli che aggiungono, perversi, male al male. Ma se è vero che ami il tuo nemico, che è il male stesso e chi lo nutre, ecco questo tuo nemico muore per il tuo amore, ma vivrà del tuo amore, fattosi pur’esso bene palese, solo bene evidente, come nascostamente forse già è, e non lo sappiamo, o troppo turbati non vogliamo saperlo! Tutto già s’affretta a te, tutto ritorna a te. E’ attratto e non sa, la sua ostinazione scema, la distanza si riduce e non s’accorge di caderti tra le braccia! Sì, tutto sta tornando, tutto vincerà e muterà l’amore se vero il figlio tuo è venuto a dirci,
“diligite inimicos vestros”. Non so altro, non voglio sapere di più. Io credevo d’aver tanti nemici, in fondo ne ho uno solo e sta dentro, il dubbio! Finirà? Saprò vero amare, essendo amato? Sì, io sono amato, me lo dicono gli occhi di questa donna, che ancora mi ripete, finché ti guardo io, non ti potrai morire! Come la bella canzone romanesca. Oh sì, ti ripeto,
“ domina, ad adiuvandum me festina”!

lunedì 25 giugno 2012

Amore, dono per te

Dicono che il tuo Gesù uomo rimane rivestito della tua carne per amor tuo. E io che farò per amor tuo dalla mia povertà? Ecco, scema la mia vita e si dissolvono gli anni miei e se solo mi lasci, debole, sono smarrito!
Darti per amore, darti amore, un povero amore. Ma che so dell’amore? Tu il tuo mi dai, un amore che non investiga, grigio è il passato di ognuno, se non buio, con pochi barlumi, come il mio è stato. Chiuso ero in un egoismo ombroso, diffidente dell’umanità incontrata, schiavo del formalismo della scienza e delle sottigliezze da libri. Poi ho capito che amare è accettare l’altro qual’è, l’amore non giudica! Nella vita di ognuno scelte non limpide, abbagli per falsi luccichii, ma l’amore sa perdonare e scusare... Sì, l’amore tutto scusa, comprende, e tace. Non partecipa ad alcuno le debolezze dell’altro, ché non ne nascano pettegolezzi molesti nell’incomprensione degli ilari. Non chiede consiglio a chi non vive la vicenda e non può suggerire, è geloso di quel che sa, vuole custodirlo, proteggerlo, sa sempre il da farsi per il bene dell’altro e discreto provvede. L’amore non umilia mai, a volte suggerisce, cosa? Un comportamento, una via diversa, ma mai farà pesare quello che pensa sia erroneo, da rivedere, da correggere e dolcemente lo fa. L’amore non ha fretta, sa attendere! E pur verrà la reciprocità desiderata nell’affetto! L’amore è generoso, non ha scuse di prudenza, non ha falsi pudori, non accampa motivi di precarietà, quale sia l’epoca di vita vuol essere completamente e con dedizione per l’altro. Non esiste il più o meno, dà di se stesso di slancio, tutto. E se è così, se questo può fare nella generosità completa, vero piega a sé ogni cosa, la adatta, la coinvolge, la raffina, e il tempo persino dilata se s’è fatto esiguo, affinché incespi, faccia rigoglio, faccia froda, sì, anche là dove arido è un cuore, da umile, pianta gagliarda si faccia! E, raggiunta la sterpaia di duro cuore, ne vengano dai semi suoi, fiori! E l’amore sempre si rinnova, ché si nutre di sé, è un mondo di due, a parte, a sé, nascosto geloso, ché taluno non l’inquini e tenti d’avvizzirlo. Sì, nessun’altro lo può dischiudere, vi può vedere, l’amore è geloso! Oh santa gelosia! Ed è questo l’amore che ho ricevuto, da compagna semplice, chiara, tersa, che ancora si rosa di pudore, se le sto vicino, timida, supplice che le usi delicatezza, e s’imperla di lacrime se piccolo rimbrotto le faccio. Ecco, tutti i suoi capelli si sono ingrigiti, ma è sempre palpitante e nei momenti di tenerezza, ancora le tremano pure le parole. E se questo non è amore, io non ne so nulla e non posso donartelo, pur volendolo ardentemente, bella signora delle stelle, ma se lo è, il nostro dialogo dolce, vuole eternarsi e cerca intanto un posticino nella tua memoria, semmai il cuore tuo tocchi. E io che vero altro non ho, altro dono non ho per te, piccola donna del cielo, che i palpiti di questa piccola compagna, cui trepido aggiungo i miei, bizzarri talvolta. Sono essi per me? Sono per te! Sono per lei? Sono per te! Tu, che raccogli le vibrazioni degli astri di te innamorati, accogli fondendole in un unico canto, in un sol inno d’amore, queste piccole note aggiunte da cuori sinceri. E se prendi tra le mani quest’amore, mettilo subito nel cuore, ché non ti sfugga via, ché se dolce acqua raccogli,assetata in questa ottusa aridità d’affetti, essa desidera subito farsi parte di te! Forse così ricorderai tra le tue stelle questi poveri amanti che eros ed agape conoscono e anche ardore mistico divora quaggiù e permetterai si riconoscano, piccoli fiori del campo tuo diventati. Sì,fa che il nostro amore sia solo qui prologo di quello che sarà per noi là dove vivi, fa che non muoia questa speranza, ora che sera viene!

venerdì 22 giugno 2012

Il dio e il nulla

Ecco, nascendo, ci siamo affacciati a qualcosa, immersi in altro da noi, e, aperti gli occhi, da allora non sappiamo del nulla, così come di molte cose, che per congetture! Noi sperimentiamo, e talora amara, l’assenza e del nulla vaga idea abbiamo costruita nella mente, come vaghe quella del bello, del buono, del bene, assoluti. E ci hanno assicurato, ecco l’universo si espande, oltre, nel nulla, ma nel nulla fisico aggiungo. Cioè privo di materia e delle influenze che essa genera. Perciò è pur un qualcosa, che le accolga, altrimenti pensare dovrei che la materia ultima ai confini del niente, crei “ex nihilo”, cioè da esso, lo spazio in cui espandersi e il tempo necessario ad occuparlo, ché prima che essa vi giunga non c’erano. Cioè, non accade come se le galassie siano disegnate su un palloncino che venga gonfiato in una stanza-spazio di accoglimento, questo semplicemente non c’è. E fuori di questa illustrazione classica, dirò che c’è sì oltre l’universo, il nulla fisico di spazio, tempo e contenuti, ma con la proprietà di permetterli all’arrivo di quelle galassie lontanissime dalla nostra, che sempre più veloci gli vanno incontro. Noi, che siamo credenti, sciogliamo il mistero, con l’immagine che il metafisico, che è il dio innominabile nella realtà sua impensabile, corra incontro, compenetri, spiritualizzi il mondo, l’irrori d’amore. E tangibilmente il cristo e la madre sua vi sono giunti e vi permangono, è la fede! Aggiungo, poiché questa realtà supporta il male, ecco esso corre ad estinguersi nell’oceano del bene, che gli va incontro! Sì, ho questa personale mistica visione del tutto. Ma posso ripartire dalla constatazione che il nulla assoluto non c’è per me, io non so concepirlo! Allora il dire che tutti finiranno nel nulla è un’affermazione che, penso, occorrerebbe riformulare. Diciamo più onestamente che ci sarà, e solo temporaneamente, chi sperimenterà la nostra assenza. E come per me c’è stata persona che sognato m’aveva prima d’avermi, così, dolce compagna, mi riavrai almeno nel ricordo e visiterò i tuoi sogni! Ma forse per te rimarrò perfino tra le cose. Quelle del nostro quotidiano. E quando alla sera la brezza farà stormire i tuoi alberi, forse te ne verrà un brivido, ché come il vento carezzerà i tuoi capelli, lo assocerai al mio respiro tra essi in notti d’amore! Ma se queste immagini mi solleticano il cuore e forse son da te piaciute, come ora la carezza concreta che ti faccio,le dita tra i capelli, permesse sono solo dalla mia fede, e so che lo stare qui, l’averti incontrata e amata, sia stato il mio solo scopo e lo è...,e di più? Ma c’è di più qui? Ma torniamo, un po’ solo, al nulla assoluto, come problema. Ti ho detto che constatabili sono solo le assenze. Sì, qualcuno negli affetti, nell’amicizia, nel lavoro sempre sperimenterà una privazione. Ma la totalità di tutte le assenze, quelle già state in un tempo e in uno spazio ora mutati o svaniti, quelle senza nemmeno più testimoni, ma poveri nomi diventati, sebbene taluni rimasti nobili per le opere loro, ma che non è possibile nemmeno più associare a una morfologia, fattezze smarrite, foto perdute o per i personaggi famosi del passato lontano, solo ritratti fantastici, come le immagini dei santi e delle madonne, tante e diverse e talora neanche belle, nelle chiese nostre e perfino del figlio divino che commuovere vorrebbero i pii, e tutte le assenze che vi saranno qui o là a far pianto e rimpianto dei rimasti, dico tutte le possibili, compresi, gli animali, le piante,i fiori che hanno pur fatto incanto o semplicemente sono stati, e genericamente ciò che natura “ ad altri sensi destina”, fanno il nulla? Cioè tutte le nullità locali e temporali, fanno la nullità che par nostro destino comune? Ma ciò che resta pur caratterizzato da tutte le parcellizzazioni storiche e locali, non è il nulla, almeno non quello che definire vorrei. Lo stesso parlando di bene, bello, male, non posso onestamente definirli dalle loro espressioni, realizzazioni, qui e là nello spazio e nel tempo, valutazioni anche tutte opinabili, dipendenti dal momento storico e dal luogo e da chi le valuti coi preconcetti suoi e talora pregiudizi. Allora tutti i giudizi hanno un’incertezza aggiunta, la valutazione essendo solo personale. E la realtà che nessuno nega, che è? E’ l’insieme degli esistenti, cioè di ciò che ora vi è al mondo? Tutti per effetto di cause già state e che a loro volta producono effetti in potenzialità o in atto e preparano il mondo che, appena dopo, sarà. In verità posso dire solo che tutto è iniziato. Una totalità di cose, eventi, e altri ne originano e si succedono continuamente in una teoria che pare non aver fine. Ma posso affermare che la realtà è in quanto è? Essa è transeunte, dipende dal giudicante, che vi si include qui e ora, dipende dalle leggi provvisorie che ne permettano una valutazione più fine, propria degli esperti nei vari settori della scienza, o di quelli che ne fanno teorie globali atte a spiegarla tutta. Ma non è in quanto è! Potremmo postularla così, ma allora perché dovremmo essere più credibili, già per noi stessi, se invece dicessimo che c’è chi è, e lo chiamiamo il dio, e che l’altro ne deriva “ex nihilo”? E così anche resterebbe definito il nulla assoluto, come potenzialità da cui trarre, cacciar fuori qualcosa, ma per il dio solo! Qualcuno tentato sarebbe di rispondere perché le cose del mondo le tocchiamo, vediamo, le percepiamo, sono ora e qui, non chi sa se e dove, sì, poi e forse, per chi vuol crederci! Ma altri obbietterebbe che tutto è relativo, è interpretato grossolanamente o in modo assai fine, ma che in fondo solo riteniamo vero, cioè facente la realtà, la nostra interpretazione, quella grossolana immediata dei sensi, la sofisticata per le formule e il principi della scienza, contingente pur essa, però. Cioè noi non possiamo dire che la realtà è in modo assoluto, ma che vi è, ed è ora quale si manifesta alla percezione nostra grossolana,o sofisticata, ed è bella, o brutta, cattiva, o buona o cos’altro, ma in modo opinabile e contingente. E che ciò che vi è, o sarà ancora, o muterà in altro, in nuovo, o forse in già stato, già visto, toccato da altri che ce l’hanno descritto. Vi sarà ancora il tutto in nuova forma più evoluta o rimasta qual’è o regredita, chissà! Ma vi sarà! Quanto ancora? Finché lo spazio e il tempo ci saranno, separati da chi è in quanto è, il dio. E altro non so. Servirebbe se ne sapesse di più questo piccolo uomo, a sé e al suo piccolo amore? Forse! Ma meglio avrei speso il mio tempo nell’amare i due piccoli miei fiori, o a guardarli, come ora faccio nella tenerezza, il loro lasciarsi cullare a questa brezza al crepuscolo, e ridere gioia per me solo! “Prior, alter flos, in corde meo estote! Sic, hinc ego videbo vos quasi flores eius”!

martedì 19 giugno 2012

Pensieri per te

Quanti i pensieri, che solo ieri la mente tutta m’occupavano, per te, bella signora, e oggi poveri si son fatti pur i novelli, né le confabulazioni più vi suppliscono se ricordare i passati voglio! E se prima la speranza di vederti e conoscerti, qual il mio inconscio ti sogna, direttamente e facile s’esprimeva, ora or essa, che pur non scema, non lo può che poveramente. E se nullo effetto m’ha prodotto ieri, oggi che sarà, ché belle parole non ha da farne diletto? Oh quanto quest’amore, che non sa più dir di sé, simile è a quello che ho per la donna mia! Lì anche concretezze, che scemar vogliono nei soli sogni, e non compensate sono, ché anche carenza ho di parole, ma forse in tal caso è meglio tacere,ché il silenzio talora attivi il compenso di dolci ricordi! Ma come fa novello sole che, dopo duratura benefica pioggia, nuovi getti e boccioli incoraggia e ne verranno foglioline verde tenerello e fiori graziosi, a confortarmene la visita, ad amati alberi, così fa il sorriso tuo che appena or in sogno ho veduto, si continua al mattino, radioso con quello che la compagna usa nel saluto suo, e mi conforta d’averti pur dovuto perdere nel risveglio, ché fior ad altro fior s’è aggiunto! Ecco espleto veloci le piccole incombenze del mattino, pur la compagna ha da sé provveduto ai pomodori assetati, ma il gatto miagola alla mia vista per altro cibo e io vi rispondo sollecito... E a questa donna dico come posso, freschi pensieri e le chimere della notte le partecipo. Di quanto bella mostrata ti sei e malioso il sorriso tuo, che tu hai voluto che lei proprio per me continuasse al risveglio. Quest’ultima è immagine d’effetto, ché ella più tenera si fa e le tremano pur le parole e il suo sorriso, più dolce ora, non cela. Ecco è la tenerezza che vi fa questo vostro, bambino tornato al suo babillage, e che quel di sé che non balbetta, tace, ma intuir vi lascia e fino al brivido di questa. E la sua carezza ella prepara che seguirà le tante raccomandazioni per la passeggiata e il mio bacino a “pizzichillo”. Ecco la mia auto fedele ha già portato dal vialetto davanti al cancello e mi annuncia che oggi ci sarà polenta. E io forse invano le raccomando che poca me n’offra, ché il suo cibo per me, sempre più tondo mi fa! E mi chiedo che s’inventerà da te, ma forse solo arpeggerà melodie di Bach, cibo per anime! E ora le sue piccole labbra attendono che io le sfiori o indugi un po’ e gli occhi suoi pronti si chiuderanno per assaporare tutto di questo piccolo fugace bacio  pizzichillo, e, come al solito, non saprà dove mettere il naso, ma, fortuna, ora freddo non è! E’ rimasta così come ai nostri primi approcci, vane le tante lezioni d’amore, ma a me piace così e io vado via con lei e te nel cuore... Ed è bello questo mattino e oggi pure la novità di nere farfalle di bosco, punteggiate le ali di giallo e l’addome dello stesso colore striato! Ne richiederò il nome, come ogni anno, alla piccola nuora, nostra delizia, ma lo scorderò ancora! Ecco come questa mente è, come la vita, va via, è fatta così! Scrivi tu su questa tavola daccapo rasa, parole, sospiri, tutto!
Subito le scorderò, ma almeno saprò, se ci sono state, di che oggi felice sono!
“Omnes foeminae meae flores sunto, illas in agro videbo ac amabo”!

sabato 16 giugno 2012

Brividi d'amore

E’ amore vero se palpiti e brividi non ha? Ma non è retorica questa domanda, e chiederlo a te sola, madre cara, potrei con chiara risposta, la mia storia d’amore per te raccontandoti come se favola sia stata, ché sol tu amor vuoi ti si debba, cercando te tra le altre donne e queste amando. Mai più fedele al tuo comando, mai di sì poca fortuna, ironizzo di me! Ma forse tanta ne ho avuta incontrandoti sicuro in quest’ultima! Che così debba essere io credo, perché tuoi veggenti credibili, occhi azzurri e bruna t’hanno vista e altri, occhi castano chiari e simile tinta dei capelli e io t’ho sognata neri gli occhi e i capelli, e non so s’altri rossa pure vista t’abbiano, verosimile se ciascun mistico a modo suo ti vede, ché è il subconscio suo a darti forma. Conferma è per me che sei in tutte le donne, tutte tue icone. E strana donna sei qui, ché è di nessuna di qui questo ripartire l’amore e ritenerlo per sé! Ma qui peregrini del tuo amore siamo e lo cerchiamo or qui or lì, ma gelose facciamo le donne l’una dell’altra, senza che tu lo sia di nessuna purché degna di dedizione! Ma quando amore sia sprecato per indegna, forse t’accorgi d’amare gelosamente tu pure! Ma non così delle donne là tra le tue stelle, gelosia qui valendo imperfetta fiducia o sentirsi traditi nel proprio amore! Intanto, donna amando, se distinguere i tuoi dai suoi brividi non si può, come sapere se ai suoi, i tuoi aggiunto hai, ricambiando amore? Dico di quelli della compagna mia, ché a lei ho detto “ sponsa mea esto!”. Ma ora so che l’ho detto a te, da sempre. Credo che lei di più non m’ami, o invece sì, chissà, visto che tradita, or non è molto, si è pensata, e questo credere l’amore in pericolo, forse ha fatto sì le aumentasse, vero paradosso, ma strano è di donna l’amore! Ma io ho così rischiato di perderlo completo e con esso te, e se ora freme per me daccapo, un po’ certo lo fa anche del tuo amore! E le dico, e a te lo intendo detto con lei parlando, sì, a te, ché so che le parole mie trasmesse da lei sono. Cara Eli, i tanti fatti passati sono tutti lontani per la mente mia e io me li richiamo per analogia e sono sempre da parole, cose, accaduti del quotidiano. I tuoi, ché tu sei il mio giorno! La notte no, ché ormai è spesa da ciascuno nei sogni propri, ma so che lì pure per anamnesi ci cerchiamo per amarci, almeno a me capita! Ma se m’accade, sperar posso che tu di simile sogni! E so che forse ridi di quel che ora dico, ma se non è adesso questo vero, e solo voglio farti così sorridere, sarà, spero non proprio a breve, e occorre rassegnarsi al paradosso! Quale? Concretezze tra poco solo nei sogni! E tu intanto vero incapace sei a celarmi i brividi che perfino le parole mie ti destano a volte e le carezze di cui mai stanca sembri. E ti accarezzo anche nei sogni e lì altro ancora, vero da te piaciuto! Ma se sempre pronta sei a dare ciò che ricevi, così mi ricordi una bambinetta, ma dai capelli d’oro. Ma tanto tempo s’è interposto e tante volte l’ho sognata nei momenti bui, che non so quanto autentico ne rimane o confabulato v’ho aggiunto! Ma è così che divengono i bei ricordi quando, magnificati sono da aridità o amarezza o per quello che tra due, che si dicono complementari, talora, ed è forse di proprio oggi così per noi, s’insinua, ché tu arrabbiata sei per le solite mie dabbenaggini! Io venivo alla sua scuola pensando che fosse quella di una brunetta indifferente, per sospirale una qualche attenzione... Ma fu ella ad avvicinarmi, forse pensando a lei rivolte le mie insistenze e che troppo timido fossi, per osare di più. Non ricordo che altro fu lì lì, né le parole sue, ma che presi ad aspettarla in un posto convenuto. I nostri incontri erano tutti brevi, ma di molte parole,le sue. La mano mi porgeva infine tremante al nostro ciao, come se adulti fossimo formali e anche perennemente ai primi approcci. Ma finì con farmi carezza e io audace col baciarla sulla guancia ai nuovi “ciao” e si sarebbe detto, e creduto, che trepidanti tutt’e due aspettassimo di poter dire quel saluto per quell’effusione finale! Quanto durò? Poco, troppo poco! Un giorno venne e più strani mi parvero i discorsi suoi, ci saremmo incontrati quando uccelli fossimo rinati e altre vaghezze simili, da farmi lì lì pensare a nuova fiaba d’amore, ché di simili inventava per me, e ne raccontava come si fa dei sogni, attingendo sicuro alla sua fantasia accesa. Poi la piccola mano mi porse e tremante, e fece la solita carezza assai dolce e lunga, sì, assai lunga mi parve, ella indugiando sul mio viso, ma non volle la baciassi al solito modo, ma che le mie, le sue piccole labbra sfiorassero, come in un amore adulto! Poi fuggì via. Né più la rividi. Invano l’attesi, invano anche all’uscita dalla scuola, dove non voleva più l’aspettassi, temendo forse delle compagne il motteggio. Solo molto dopo un’amichetta, forse pietosa, credo mi disse che Oriana od Orietta od Or, ché così voleva io la chiamassi, era partita, il papà essendo militare. Presi a odiare tutti i militari! Ma che ricordo di quell’amore ingenuo e acerbo? La carezza dolce della mano sua piccola e fredda, il suo visino, ma un po’ solo, tutto lentiggini, che le mie labbra sfioravano tremanti o che tremito mi trasmetteva, e che al solo bacio in cui potei stringerla, piccole dure mammelle in boccia mi punsero petto e cuore. E altro non so vero, se non che i capelli tutti d’oro aveva, appena striati di castano, da forse farsi chiamare Or e gli occhi belli cerulei, poi che piccola era e tutt’ossa pareva. “Or” per cosa invero stava? "Oro" davvero perché bionda, "ora", sì per amore che sarebbe durato poco, o diminutivo era del nome vero? Io non lo so davvero più! Ché, ripensando all’accaduto, ella doveva sapere dell’imminente partenza dei suoi e forse per quello m’aveva avvicinato, rompendo la mia presunta titubanza di troppo timido, e creduto già innamorato. Non lo seppi mai. Ma anni dopo mi accadde d’analogo. Più che adolescenti eravamo, ma lo stesso epilogo ci fu senza speranza subito però e, lì lì, fugace stretta di mano da me richiesta, ma non carezza, non bacio. E dire che pur questa m’aveva avvicinato da sé, deluso io dal comportamento della solita irraggiungibile brunetta, che al primo presunto appuntamento tra le braccia avide di altro corteggiatore trovata avevo, a un ballo di fine estate e m’aveva spezzato il cuore! E giurato avevo, invano, che mai più di femmina fidato mi sarei. Strano però quell’amore di strana ragazza! E sicuro senza suoi fremiti, poco sostanzioso, volutamente credo, e tenuto sempre un po’ gelido senza palpiti, come temesse di vero innamorarsi, o che io troppo di lei lo diventassi e le limitassi la libertà con la mia gelosia, che mai ad alcuna invero ho nascosto. E una sola volta parve abbandonarsi, ma io non pretesi di più che brividi e le solite effusioni... E ci furono! Feci bene! Chissà ora mi dico, ché forse solo temevo che se maggiore fosse stata la mia pretesa, subito persa l’avrei, o forse che da allora in poi tutto più naturale sarebbe stato come tra due accade, che convinti si siano dell’amore sicuro ricambiato! Ma perché così non andò, perché poi vero la persi? Si può volere un po’ di bene anche così, sempre poi fredda restando? E se bene vero era perché non dirlo, anzi gridarlo? Perché la sua rinuncia a me, dovette invece sembrar abbandono da parte mia, a tutti? Ma che voleva vero da me, che pure supplicata l’avevo di non rinunciare a me? Perché poi si disse meravigliata del mio comportamento quando a te le mie attenzioni avevo rivolto? Mai lo saprò, ma dopo anni una volta tentai di chiederglielo, all’università incontrata, ma indirettamente, dicendomi, nel nostro passato rapporto, il solo innamorato. E ne sorrise, ironica e io credetti di capire, ma non volli insistere, che altro ne avrei avuto da una che aveva giurato che mai saputo avrei se pentita si sarebbe d’aver rinunciato al nostro povero amore? Ma non ho mai desiderato che si pentisse, significando per lei questo solo infelicità, e il mio ricordo di lei è tenero lo stesso, e la ringrazierò, all’epoca dei perdoni, del poco bene donatomi, amore quasi sempre senza brividi, però, se amore! Sì, ho amato la donna celeste, nell’ingenuità sempre e nella sincerità, prima un vero tenero piccolo amore da bambino,tutto brividi e occhi per gli occhi, poi uno strano senza, che felicità d’un freudiano farebbe, se analizzarlo potesse! E di altri amori mi taccio, temo il ripetermi. Tutte bambine o ragazze problematiche, o tali perché io lo ero e l’esito, uno scontato abbandono! E io sempre più determinato a non fidarmi e poi relapso ancora! Ché dopo molti anni anche ho finalmente avvicinato ancora la brunetta, or bionda fattasi, ma nulla di Or, bionda di suo e vero innamorata! Altro amore incipiente, ché sol tu così creduto l’hai, e finito quasi subito. Perché? Ho io calamita per donne strane? Forse no, ben strano sono io solo, ma io mi son uno che mai a te rinuncerebbe, che perdoni la mia stranezza! Amori tutti senza fremiti, questi aggiuntivi! Ma sono stati amori? E ora so, donna dei fremiti, che tu sola vero m’hai amato e la bambina bionda all’epoca dell’ingenuità e della felicità per nulla, tutt’e due frementi d’amore, e che ti incontrerò nell’altra vita, cui basta che uno solo di noi due creda! Sì io lo credo, ché se dubbio ne avessi non vorrei più vivere, sapendo di dover perdere te pure! Ma sarà per piccola ora, se la favola, che la madre detta ai cuori, vera è, ché “semper fidelis” rimasto sono, un po’ per scelta d’amore, e lo so sincero dai tanti fremiti che t’ho ricambiato, un po’, confesso, per destino, quasi donna dal cielo, provveduto abbia che non mi smarrissi mai, facile cedevole alla tentazione di lusinghe da femmine, sapendomi. E la biondina che m’aspetta uccello? La rivedrò nella forma degli angeli, uccelli di paradiso, e le altre pure così mutate. E riuscirò ad amarle tutte? Se le riconoscerò, dal momento che nel luogo dell’amore si ci riconosce per amore! E allora sarà, ché lì amor non si consuma e nessuna donna è gelosa d’altra, e tu pure! Vero? Ma se tu lì, per mettermi alla postuma prova, volessi saper di noi in questa vita, fingendotene dimentica, che ti direi? Mi piace ritenerlo possibile, gelosa sempre sei stata, quasi come donna di “Sardinia”, e di me, che non lo sono meno e di te, di quella generosa terra oriundo! Ma c’è qui vero amore se non geloso? E lì, non so, sol forse come residuo di qui, perdonato subito da chi ci conosce veri innamorati e gelosi dell’altro qui! Ricordi quella canzone napoletana: “Era de’ maggio”? Lì due innamorati nel tempo di maggio, s’erano separati temporaneamente e al ritorno dell’amato al maggio novello, sospirato atteso da quella, ella era titubante, non sapendo se fidarsi poteva, e lui pur riesce a riottenerne l’amore, dicendo che: “ammore vero, no, nun vota vico, d’ te bellezza mia m’annammurai si t’ha ricurd’ nanz’ a la funtana, l’acqua là dint’ nun se secca mai! E ferit’ d’ammore nun se sanen’ “, cioè: l’amore vero no, non cambia vico, di te bellezza mia mi innamorai, se ti ricordi, davanti alla fontana. L’acqua là dentro non si secca mai! Non si sanano le ferite d’amore... E come le mie potrei io sanare, se non lì, tra le stelle dov’è sempre maggio dai freschi “mai”, se non riavendoti e, per questo, rispondendoti:
solo brividi sono stati, brividi d’amore, anzi “d’ammor”, la nostra altra vita!
E dati a te ho i miei, ma di più ne ho avuti da te, sì, tu me li hai dati per tutte e di più nessun’altro ne ha ricevuti, ché quelli della madre celeste, trasmettendomi o anticipandomi, pur fin da questo mondo hai permesso miei!
E che più a uomo si può dare?
Ecco questo dico alla mia Eli, come ultimo racconto d’amore, ultima favola. E amore è per lei, e amore è per te, bella signora! E se non lo è, che cosa è l’amore, “l’ammore ca è”? Ditemelo, non burlatevi di me, come in eterna schermaglia d’amore, e vero talune qui l’han fatto, sì, di questo vostro eterno innamorato! “Sed flores agri estote!”
E io, vento fattomi, vi farò carezza!

domenica 10 giugno 2012

L'embrione

Mi proverò oggi a far metafora per noi due, dolce madre, di come accada che io t’ho in me, e tu mi porti dentro di te. Lo tenterò immaginando il racconto, sempre nuovo e affascinante, che natura recita con versi senza detti umani, quando essa scrive poesia a novella madre in attesa, ché nel seno suo ella ha piccolo grumo d’amore, che essa sta mutando nel dolce bambinetto sognato cui ella per prima riderà amore quando, vista la luce, esso le risponderà lì lì solo coi vagiti suoi. E simili versi scrive ad ogni madre in simile attesa, quale la specie sua, che perfettamente li intenderà, quel suo linguaggio suadente dentro dispiegandosi. Ché nessun altro può capire il suo messaggio personale la cui stesura dura quanto il tempo d’attesa, se non chi lo avverte trasmesso dentro di sé, con le mille sensazioni che la nuova vita le suscita. L’esperto forse può intuirne, ma la lingua non sa bene che dirne, ma io tenterò e la presunzione mia l’amore tuo scuserà. E oggi ho ricordi vividi di fatti lontani e mi rivedo a medicina ascoltare un’insegnante di rara sensibilità. Traduceva per noi quegli stessi versi, parlando estasiata dell’embrione in formazione. Tutta bella pareva e tenera e splendida e le si velavano voce e occhi. Non ho più vissuto niente di più commovente favola recitata!
Ecco nell’utero gonfio d’amore tutti gli organi in formazione e già dal primo mese il cuore, nelle cui cavità migrano cellule specializzate pulsanti a coordinare le contrazioni delle pareti sue e darne già battiti di riconoscenza alla madre. Sì, già rispondendo amore a quella che ne ha per lui fin dalla conferma della nuova vita in lei, forse agognata fin dai giochi di bambina. Eppoi gli occhi che pur non vedono e l’udito che alcun suono avverte e i polmoni cui manca il respiro, ed è afona quella bocca, e l’intestino non prende alimento e di simile gli altri organi preparati in lavorio continuo alla vita di fuori, nulla funzione hanno nell’attesa della completezza. E la madre vede per il piccolo suo e se quello non sogna forse che vaghe sensazioni, lei lo fa per lui, gioia e bellezza per i sogni veri che verranno. E ancora sente per lui e respira e s’alimenta, ché linfa benefica il suo sangue porti all’amor suo. E parla a lui e gli fa dire già nel babillage con cui le significherà amore, le risposte sue. Io non so ben dire cos’altro accada in quella simbiosi, ché donna non sono, ma penso che le colleghe mie che assistevano a quelle poetiche lezioni alla scuola di medicina, abbiano potuto rivivere e ripercorrere, nell’attesa loro, le principali tappe della nuova vita che in loro si formava, riascoltando nella mente la melliflua voce di quella cantastorie. Ma io so quello che m’accade tenendoti nel cuore e portandoti qui e là nelle mie lunghe passeggiate. Ti parlo, non mi sento mai solo! E una finestra t’offrono i miei occhi su questo mondo tutto bello in tarda primavera. Ecco, vedi e senti quello che io vedo e sento e ti tocca, inebriandoti come a me fa, la fragranza di cento fiori e ti commuove il canto di uccelli in amore e ancora ecco il volo di danza delle farfalle e il brusio dei bombi e ad azzurrarsi per il cielo le rondini, e se immagino della donna mia il sorriso tu lo vedi con me. Ma se t’ho qual sei nella realtà tua, io, che qui sono completa persona, per quel mondo, per quella tua realtà, che spero sarà mia, sono solo in formazione. Tu mi tieni dentro di te crisalide e ne uscirò farfalla! E nulla so di lì, ché niente ne dicono, forse che intender non potremmo, i santi cui ne anticipi forse la bellezza. E per la vita futura non ho occhi, né orecchie, né respirare vi potrei o nutrirmi del cibo e del canto mirifico degli angeli tuoi. Tu lo fai per me, ché sono l’embrione tuo e mi sogni lì pronto a recepirne la luce e vederti e udirti e a risponderti amore per amore. Avrò degli angeli la forma e del figlio tuo il corpo!
Io non so meglio dire e troppo forse ho spinto l’immaginazione mia, ma la compagna mia, che ha sentito dentro crescerle la vita e sognato la gioia da condividere e il riso da ricambiare con sorriso e pianto da consolare dei figli nostri, vedendoli, anticipandoli nel cuore suo, meglio illustrerebbe questa metafora d’attesa. Ed è per questo che so che ogni donna è tua icona, raffigura, esprime in sé la stessa tua dolce attesa di figlio amato. Sì, non c’è icona più fascinosa della donna concreta e di tutte le madonne dipinte o comunque effigiate, intagliate, scolpite da abili mani, più bella, più degna, più veritiera non v’è! E noi che ti amiamo, ci illudiamo di portarti le nostre donne! Sono loro che lo fanno, loro portandoci in seno, come già i piccoli loro, ché specchio tuo sono, fanno quello che fai e se tu dentro m’hai, la donna mia m’ha nell’utero suo! E mistero più dolce non v’è!