Il mondo, la realtà in cui siamo immersi, ha una rappresentazione dicotomica in ognuno, come se di due realtà antitetiche si tratti e chiamiamo l’una bene,l’altra parte male. E quanto vi facciamo scrive per la coscienza nostra del nuovo per l’una o vi sottrae per l’altra, ma v’è di più. Ché in questa rappresentazione soggettiva quanto vi modifichiamo, resta, o agendo in concreto nel mondo di cui essa è immagine, illustrazione, e così l’interpretazione adattiamo e aggiorniamo, ché il brutto aggiunto immiserisce e il bene arricchisce ciò che ci circonda, oppure anche solo sperandolo, promuovendolo, in qualche modo suggerendolo se di bene si tratta o di simile comportandosi nella malizia. Ché anche ciò che parte dall’animo nostro, dai nostri propositi, dalle nostre intenzioni, si proietta comunque nella realtà con conseguenze di bene o di male oggettive, non illusorie, di cui coscienza prendiamo. Ecco un fiore, c’è chi ne sugge nettare, chi ne asporta polline, chi se ne inebria per la fragranza, chi lo ammira estasiato, chi non ne sa leggere la bellezza, lo trascura e passa oltre, tutti ne traggono qualcosa o in concreto o per l’animo loro o gli sono indifferenti fin forse all’ottuso disprezzo. Ecco c’è chi ha ricevuto un torto, un danno, un abuso, ché qualcuno ha prevaricato, altri lo compiange e se ne duole, altri sogghigna malvagio ché rallegra l’animo suo perverso, ancora nel male un subire diretto e un condolerne o un maligno compiacersene. Così non solo ciò che ci fa reagire provoca in noi la sensazione di bene o di male, ma di simile, ancora come reazione a ciò sembriamo all’altro, provoca ciò che dentro ci spinge, ci motiva. Perché sarà non solo per l’agire diretto che cambiar si può un evento che l’altro riguardi, e che perciò accadrà in un modo anziché nell’altro, ma anche indirettamente. E sarà in conseguenza del dire, dell’esprimere il nostro, per il proporci in un certo modo all’attenzione dell’altro, alla sua valutazione, al suo giudizio, e poi ancora sarà l’agire con gli esempi che ne sappiamo dare o con la carenza d’essi o per la ricchezza di quello che dentro sentiamo e che l’altro avverte, o con la cattiveria che dentro celiamo e dissimuliamo ipocriti, o per cos’altro ancora? E già questo sa di miracolo, ma v’è dell’altro! Per piccolo che sia il nostro personale contributo, verrà come amplificato nelle conseguenze e perfino potrà far cronaca o storia addirittura. Ecco la meraviglia! L’iniziativa, quale sia di bene o di male, comporta altro bene o male come fa sassolino che per un’erta cada e con sé altri ne trascini. E’ questa o l’immagine del danno, della rovina inesorabile di tutto, o del nuovo, del buono travolgente, che tutto muta in bene, in meglio, in più bello. Ecco in una sterpaia scavano una gora, l’acqua inonda, forse farà una fangaia, oppure, ben utilizzata, beneficherà di piante e fiori, l’arida desolata dimora prima forse di oziosi insetti. E ora bombi operosi e farfalle vi sono subentrati a riempire pupille e cuori. Ché quello che desideriamo di bene o nella distorta tendenza al male si realizza in qualche misura. Perché? Che lo permette,o chi lo consente o lo vuole? Le realtà soprannaturali rimangono sempre oscure, intangibili eludono la nostra esperienza fisica e psicologica, ma la fede illumina se siamo volti al bene. Io del male non so se non per essere sua vittima, e non so ben esplorare cosa accada in mente distorta che lo agogna per l’altro. Il solo vero peccato, credo! Ma so la volontà di bene, che completamente mia vorrei. Essa suggerisce che qualcuno ha scavato solchi e li ha già bagnati di sudore o di sangue, attendono ora semi di pace e ne verrà la vita e questa inghiottirà la morte, estrema conseguenza del male. E’ quello che ha fatto il figlio tuo, dolce madre, e tu li hai fecondati delle tue lacrime! E se vero predisposti siamo alla pace, ecco ne viene nuova giovinezza dell’anima, quale l’età di vita e ne palpita freschezza che bene ridesta in tutte le cose. Egli è quello che fa nuove tutte le cose e noi alla grande sua speranza diamo qualcosa, opera o rinnovato sogno che sia, purché, se così, di trasmetterlo siamo capaci, che altri lo raccolga e lo concretizzi! Ecco, abbiamo pur seminato in quei solchi, avremo, al tempo della mietitura, meritato raccolto da quel campo! Non solo così vediamo nuove le cose e belle e lì lì fiorite, ma ecco noi vi abbiamo contribuito quei solchi lavorando, mettendoci del nostro. Come? Con l’amore sempre, comunque! E’ esso come acqua invano trattenuta dalle mani atteggiate a coppa! Io non so meglio definire la santità, non l’eccezionale del grande imitatore del figlio tuo, ma la comune possibile per tutti. E’ predisposizione al bene, sognarlo diffuso, contagioso, desiderio che dura quanto la vita. E’ preghiera di una vita, è vita di preghiera! E il bene posseduto si scopre amore per tutti e tutto, e sfugge, va via, cola via come acqua, coinvolge, contamina, produce gli effetti suoi di bene, di buono, di bello! Dove? Nel campo tuo per i poveri tuoi. Ama e fa ciò che vuoi, ha detto un tuo santo, tutto sarà nel bene! E sarà atteggiamento per la vita tutta, comunque eroica. Tanti i contrasti, le opposizioni, le ambientali, le storiche e in tutto l’appesantimento della presenza di saccenti delle cose tue con le ingerenze loro! E poi l’egoismo che s’oppone, la paura di sacrificare per l’incerto il poco tenuto stretto, vitale creduto, e ancora la paura di non farcela a migliorare d’un po’ solo questo mondo brutto. Ma quando questa sensazione sgradevole vuol prevalere, ecco un tuo pungolo a rialzarsi, che caduti nell’inoperosità siamo. E’ sempre una sensazione di troppo tempo speso invano, impigriti nei ripensamenti e nelle cautele, nell’ignavia mortificatrice, sì, c’è qualcosa che dentro ci grida: avanti! E la nostra azione rimane pur povera, da deboli, incerti, sprovveduti, ma c’è uno sforzo continuo d’adeguamento, ché il figlio tuo suggerisce l’oltre, il più in là, mai contentarsi del raggiunto, ci sussurra. E’ ben dura quest’erta con una soma in più, quella di concretizzare il desiderio di bene, l’amore. E tu sussurri al cuore, dolce, lo sostieni, l’alimenti e forza gli dai. Ecco a me palpita giusto se dentro scopro d’averti, non fa più le bizze di quando a me penso o solo degli affetti miei ho cura, mi consente tregua se per gli altri adopero il mio tempo, interesse, studio, lavoro, dico solo perfino. Ma non scopro che balenii della spirituale bellezza che sei e mi dai. Ma se incapace anche così di vera sequela, è perché più che di forza manco di vera fede! Dammela, sii buona con me! Ma ecco il pentimento per una vita mal spesa o non spesa, ecco la svolta, da te certo voluta. Tu il candore così mi ridoni che avevo bambino e una freschezza come di radioso mattino mi fai nel cuore e tu sole vi sei di tiepidi raggi e luce, e ripeti che posso osare. E daccapo ho la speranza, quella che nasce nell’ingenuità di bambini di poter fare grandi cose, tu la sostieni, l’alimenti. E faccio forse ben poco, ma ho l’illusione che con mani robuste e grandi, abbia prodotto lo sperato. Tu mi dici: ecco hai pur dato! Quando, come, quanto? Il tuo desiderio di vita e di bene t’è traboccato dal cuore, mi rispondi, tu l’hai fatto concreto! Mi illudi soltanto, ché buona sei? No, io non vivo, io non prego, sei tu ad avermi preso! I tuoi sono gemiti inenarrabili che veicolano il desiderio mio. E ciò che ti trabocca dal cuore m’inonda ed esonda da me e ha conseguenze di bene. Non può non averne, basta star all’unisono con te , ne viene, ne scorre il bene! Ecco sono ben forti queste mani, lavoro con esse, costruisco con esse di buono, di bello, di bene e ben misurate, opportune, conte sono le mie parole, non inutili orpelli, ma le tue stesse essenziali e sempre significano solo benevolenza, indulgenza, amore per tutto e tutti. Ecco piccolo dono offro dall’indigenza mia anche morale, e me ne viene gioia, è piccola, è grande già, non so! Ma per me solo alla morte del tempo, quando mi sarai di fronte, coagulata dal mio cuore per farti vedere, sarà piena, quella degli altri che ami. Fa che non vi sia solo, ma la donna mia con me, tra i santi tuoi!
giovedì 7 giugno 2012
domenica 3 giugno 2012
Il male vero
E’ qui il vero male altrettanto raro quanto il bene? Sarebbe una fortuna poter vivere certi della sola banalità del male appena, e quello di più peso ritenere minaccia fabulosa del figlio tuo per spronarci alla bontà, sì, una possibilità nefasta, ma improbabile. Invece non è così se il male vero, quasi sempre piccolo e insignificante all’apparenza iniziale da parer facile sciogliersene, ci prende ignari e impreparati, ci attanaglia e ci fa piangere e può uccidere anche l’anima. Banale è invece l’imbattersi facile nel minore, quello del quotidiano, e non solo per gli sprovveduti. E c’è una cattiveria che par svelarsi in certi giorni, situazioni di quelli, fatti accaduti in essi, luoghi frequentati allora e più comunemente loro personaggi, che sa ben fare il danno suo, quasi che da arte di malizia d’un invisibile regista vengano fuori le circostanze avverse, mai singole, ma in sequenza come concatenate a insidiarci la serenità. Ne risultano piccole stonature, disappunti, inquietudini, disagi, ansie, che però distruggono la pace e fanno un cumulo talvolta intollerabile in personalità predisposte all’avvilimento. Ma sono momenti particolari, giorni appunto, neri di sfortuna verrebbe da dire, poi di nuovo apparteniamo alla comune durezza del vivere, con i comuni disagi, le comuni difficoltà nel procedere per l’erta della vita e siamo tentati di pensare, passata l’angoscia, che quell’interpretazione cupa, eccessiva con cui abbiamo riassunto la negatività, che apparente ha seguito i nostri passi, sia stata mera superstizione e il soffrire che ne è derivato, su cui c’è perfino chi sorride bonario della sintesi che ne facciamo per partecipare il nostro accaduto, non è incontro con il male vero, quello ottuso e duro, senza scampo, chiuso. Sono invece le bagattelle del male, pericolose comunque, ma non è il vero incontro, non è il faccia a faccia col male autentico dal volto irripetibile, è indistinto questo male comune, non ha faccia definita, non è la perfidia, non è persona, cioè una realtà spirituale per la fede, che esiste indipendentemente dalla nostra coscienza e sensibilità recettiva. Invece è piuttosto una nostra interpretazione, la proiezione d’un turbamento interiore, non ha vera oggettività, o anche, dal punto di vista religioso, è una conseguenza indiretta di qualcosa altrove ben espressa, oppure occulta, ma occhiuta e tramante. Io voglio qui dire d’un altro male, che si coagula in altri fatti ben più gravi. Per averne idea occorre pensarsi in quella sensazione penosa di completa impotenza, che segue al contatto con l’orrendo che si deve subire, scemi di difesa, senza veruna luce, in angoscia. Sì, così è perché depauperati di tutto, della dignità sopratutto, in una situazione di completo disagio, significhi esso malattia estrema nell’abbandono disperato, o vecchiaia desolata, manchi di conforto di piccolo bene o di pietosa parola e così trascinarsi e dover vivere. Oppure perché nati strani nel corpo o nella mente e non conoscere, e da sempre, che la separazione dagli altri, l’allontanamento dalla vita comune, quella anche solo mediocre, ma di tutti. Sì, quelli del buio sempre, che al dolore fisico e psicologico uniscono la coscienza di patire disgusto dai normali. Ecco, madre, il vero povero in una privazione che nemmeno il figlio tuo ha toccato, ma che certo ha completata aggiungendovi la sua sofferenza immane. Parlo del deforme nato o fatto così da uomini malvagi, che mai conoscerà amore se non appena le pietose attenzioni di anima buona femmina che gli presta l’appena, per poi fuggirsene alla normalità, alle sue quotidiane cure o bagattelle, da cui trarre conforto, veduto l’orrore, come quell’infelice ne ha tratto dalle piccole azioni offerte, vedendo e avvertendo, luce un po’ e tepore perfino di calore umano. Ecco, i nostri piccoli o grandi dolori che ci fanno gridare alla tua attenzione, sanno di esenzione, di fortuna perfino di fronte a quella radicalità tanto patita. Oh quanta rabbia fa e quanta oscenità c’è invero nell’indifferenza, che i più, i ben o meglio nati, quelli da ben altre frequentazioni di vita, che ridono loro ben generose, hanno verso il negletto dalla speranza, e quanta ne fa il loro non aver nemmeno sentore della sua estrema sofferenza o poterle credere semmai avvicinata, come convinti che il deturpato dalla sorte abbia compenso da una deficiente intelligenza sempre, oh fosse così! E io ricordo un caso all’epoca dei miei studi di medicina, quando m’occupavo di bambini. Era in quella clinica universitaria nato un infelice, ché tale sicuro sarebbe diventato, ma che lì lì non lo sapeva e faceva mille feste sorridendo a chiunque gli si avvicinasse e sgambettava e le braccine anche agitava forse per essere in braccio tenuto e trastullato. Lo tenevamo in studio già da mesi per capirne l’anormalità cromosomica e la penetranza di quella anomalia non nota. Un‘infermiera mi sorprese commosso a quella vista, a sostarvi più del dovuto, e mi confortò dicendo che mi sarei abituato e sorrise, amaro però, chissà cos’altro ricordando di fatti dell’esperienza sua. Io non so chi altri può aver sperimentato su sé una radicalità cosi estrema del male creduto persona. Sicuro gli internati nei lager. Eppure il loro gridare tanto forte non ha schiantato il mondo, né quello del figlio tuo morente di cuore spezzato! Non so vero quello che provavano quei disperati, ne ho forse pallida idea da certe situazioni che m’hanno coinvolto già bambino. Ecco me ne faccio metafora col mio vissuto all’epoca dei fatti dolorosi che via portarono il fratello amato. Per tutti invece vorrei visto nell’immaginazione un ragno che sta all’erta delle vibrazioni anomale delle sua tela, attento ma come in disparte. Si precipita sulla vittima, ai disperati tentativi di quella di sfuggirne, e la intesse tutta in un bozzolo per mangiarla più tardi. Ecco se quell’insetto alato, che poco prima svolazzava ignaro, potesse gridare, ebbene griderebbe la disperazione sua, la rabbia sua col grido di quegli internati. Invece peggio gli capita, è afono! E sono come afoni i deformi, i senza voce più miseri, perfino figli dubitati del dio lontano! Ché ricordo ciò che riteneva la norma un vecchio prete, quando non i vagiti della gioia seguivano al dolore delle partorienti, ché tutto avveniva in casa, gli ospedali inesistenti o lontani, ma la disperazione per l’orrore. Chiamato al nato deforme per l’accesso al cielo degli innocenti, diceva di aver battezzato sempre ma sub condizione con la formula: se sei capace io ti battezzo.... Oh orrore! Respinti dallo stesso paradiso!E che li avrebbe voluti se non il nulla e allora sì, meglio l’aborto! Sì, ben dice l’autore biblico, nulla ha esso visto, nulla ha conosciuto eppure è stato più felice, ché la faccia orrenda di questo mondo non ha veduta! Ma tu un tuo santo hai mandato a correggere gli errori vistosi del comportamento impietoso di certi religiosi e ora femmine forti, ardite seguono le orme sue d’amore. Ne vengono da tutti gli ordini, cura sollecita, amorevole si prendono degli internati che la società dei normali rifiuta, sì donne straordinarie per destini tragici! E io ne scrivo e piango! Oh madre cara, perché mi hai fatto tanto mediocre, di poco coraggio? Occupato nelle mie bagattelle e rivalse che mai metterò in atto, miope volutamente dell’appena accanto, dell’appena oltre. Perché non m’hai dato un cuore forte per assecondare una donna meravigliosa, che non so perché si dica ancora mia, che partir per l’Africa voluto avrebbe per assistere i bambini vinti dal male del momento? Ecco io vivo triste la mediocrità mia, ché me ne vergogno! Possa la misericordia tua aiutarmi “cum sit hinc exire”, ché uno sono che sa la sua miseria e ne piange, mio solo merito!
venerdì 1 giugno 2012
Amore il tuo
Tu hai naturale la tendenza a colmare le lacune d’amore e sanare le ferite che lascia a cuore deluso. Ecco, accade nell’amore non corrisposto o in difetto d’amore atteso, quando sì subentra profonda l’amarezza di dover subire il manco di bene, ma tu pronta vi supplisci non solo consolando la passione tormentosa o follia d’amore, ma lasciando capire chiaro che l’amore ultimo, vero appagante, cui tendere e da ricambiare, non è, se adolescenti per le eterne pargolette leziose più innamorate dei sogni loro e vaghe quanto in quelli le eroine loro, se uomini divenuti per donne senza più sogni, dure nel cuore loro disincantato, ma quello per te sola, ché in ogni epoca di vita nostro destino d’amore sei. E l’amore è paradosso, ché tu sei l’eterna innamorata e quando crediamo d’averlo perso, tu già sei subentrata all’affetto perduto, e il manco di bene s’è risolto in guadagno d’affetto così come il dolore della perdita, nella gioia del ritrovamento del bene, che ci viene accresciuto, misura colma e scossa. Sì, l’accaduto ci ha lasciati dispetti e scuri e il dolore ha insidiato l’umana capacità di recepire il bello, il bene, il divino perfino, che invero mai ci abbandona, ma poi la presenza tua ha fatto carezza ed è stata recepita palese e caldi raggi hanno inondato il cuore, capiti, percepiti al fine, e quando le lacrime più schermo non hanno fatto all’avida pupilla, ecco tua la luce inondare e con quella la pace e poi la gioia. E la risposta mancata, attesa trepidamente, s’è centuplicata al fine, ché tu hai risposto generosa al richiamo nostro disperato, ché te chiamavamo, quel nome pronunciando ossessivo, senza saperlo. Ecco noi siamo sempre amati e non lo sappiamo, e ci vediamo nell’abbandono! Ma come tentar posso di dire l’inesprimibile, l’avvertir dell’anima quello che sei per essa nella carenza e come capace diventi essa di consapevolezza del tuo supplire al bene che le manca, al bello che agogna, ma che tu sola significhi, e al buono che donarle vuoi generosa dalle mani tue d’oro? Tenterò di dirlo per metafora, sentendola in me dono mirifico e non trovando acconcie parole! E pur dico. Qui talvolta fiore nasce tra gli sterpi, ma questi prevalgono col rigoglio loro selvaggio e soffocano l’umile pianticella che lo reca e quello pur fascinoso langue. Nessuno godrà della bellezza sua, né si inebrierà degli effluvi suoi. Non visto, non goduto altrimenti, triste destino ha ed è pur bello! Così è l’amore mancato, proposto e non accolto, una bellezza fine che perdere s’è dovuta per incapacità di apprezzamento e nella banalità del rifiuto, ché banalità è ogni male. Una cosa rara, di per sé degna di considerazione, negata dalla superficialità e insensibilità comuni qui nel mondo dei tanti luccichii e delle apparenze false, idoli, specchi del nulla. Ecco, cosa da far meraviglia, che possa pur qui accadere rara, come la fa fiore bianco che nasca da terra tutta nera, cosa trascurata, denigrata perfino da chi, insipiente o sciocco, non può commuoversi, tanto la grossolanità e la volgarità l’hanno coinvolto, nemmeno di fronte al miracolo. E che è l’amore se non miracolo in una terra grama che nega il bello e il buono, il bene trascura per il brutto e il cattivo? Ma come fa lampada, se candela o lume ne alimenti la fiammella, che consuma se stessa, cera od olio, ardendo, quindi vivendo, così l’amore arde e s’estingue se non raccolto e alimentato, pur luce e calore mandando a insensibile buio. Ma occhi vi sono, e sono i tuoi belli, che prezioso lo giudicano e per sé lo vogliono! E seme giace nella terra umida e fertile e decide di morire nel suo nascondimento, sacrifica sé per il sole, ché l’umile pianta che ne vivrà stendere possa le foglioline sue novelle al caldo afflato dei raggi del giorno, così l’amore in travagliosa solitudine riceve dell’humus divino per trasformarsi e farsi idoneo alla tua luce e al calore, che sono il vero amore. Muore l’amore per l’amore! Ecco tornano le proporzioni giuste, nulla è a torto magnificato come nell’amore offerto a persona indegna, vista grande da falsa prospettiva, e al dolore umiliante e cocente del rifiuto da parte sua, è subentrato un bene, una completezza nella dolcezza, una meraviglia nella letizia, e alla prova di un’ora amara, la gioia di occhi ridenti, che difronte stanno per noi soli. Ecco, la corrente della gora ci aveva portati in basso sotto occhi miopi e malevoli, ma tu hai permesso ci liberassimo da quel mondo di talpe, sotto fangosa, angosciosa suggestione. C’è per l’anima provata una dolcezza nuova, la notte scura è finita ed essa corre ad azzurrarsi nel tuo cielo, festosa al tuo invito d’amore e se altra notte sarà, miriadi di stelle vi verranno a far incanto! Ché le dici: sali su serena e fidente, vola a me anima mia, io t’attendo, sono io l’amore! E come talvolta il confuso esploratore di un prato non sa risolversi a cogliere fiore tra fiori tutti belli, ma che insoddisfatto lo lasciano ché di uno particolare sa d’essere in cerca e non sa definire che voglia, e poi l’attrae umile margherita di fulgida bellezza, così tu, perla inestimabile, lasci che lo sprovveduto amante ti colga nel tempo propizio all’amore, come questo è. E m’è accaduto e mi accade! Ecco, tu compensi l’attesa, se quello, come amante incerto della scelta, spende deluso pur tra tanta bellezza il suo tempo, e tu d’accorgersi gli permetti dell’umile fiorellino di campo, discreto, piccolo, ma fascinoso e quando ormai dispera d’appagamento, nato lì lì per lui proprio vuoi lo scopra nella meraviglia! E così, per me solo, un fiorellino è pur spuntato per questo amante insoddisfatto, è se stesso e te a un tempo, indicibile mistero di vita che al tuo mondo attinga. E vive appena, di poco si contenta, luce poca ne giunge e humus per esso, e viene la brezza dal mare, bacia vistosi fiori sgargianti nei colori loro magnifici e non nega carezza a impettiti papaveri perfino, ma al bel fiorellino prediletto l’afflato suo dolce riserva e io l’umile bella margherita scelgo e così te ho colto!
mercoledì 30 maggio 2012
Ansia del futuro
Tu la vita sei e ovunque tu vada la difendi e diffondi e mi piace immaginare che se tu qui i passi avviassi per il selciato di questo stradello che da qui su sale, dalle tue orme verrebbero erbette tenere e fiorellini di campo e che se su questo cespuglio, or già spoglio, indugiassi lo sguardo, questo foglioline novelle rigenererebbe d’incanto e ne spunterebbero fiori, quelli belli del cisto bianco e gli ancora più grandi fucsia a far la mia meraviglia, sempre disposto all’incanto. E io non so meglio definire queste conseguenze della presenza tua, che come miracolo d’amore e te stessa come amore, anzi amore dell’amore, il mio. Sono queste le mie parole per te d’ostinato corteggiamento, prologo al tuo amore agognato, e come il merlo fa di sé desiderio dell’uva matura, mi faccio tutto di te. E ora m’aspetto che tu venga, illuso amante, che crede che i forse della donna sua, sì di certezza significhino. Credo però che alcuno vada da chi sa che per esso poca stima quello abbia e accoglierlo non potrebbe con cordialità desiderata. Ma tu sai quanta premura da schietto amante affettuoso avrei per te e che mi struggo dalla nostalgia il cuore. Ecco se vieni qui bambina, sono bambino con te. Se vaga adolescente dai sogni grandi, io lo sono in quelli. Ma se vieni qui matura con qualche filo bianco tra i neri tuoi capelli e una rughetta appena sul candido viso, ti accoglierò qual sono, tutti i miei bianchi e radi e rughe tante sul mio, invecchiato d’anni e d’attesa di te, mio agognato bene. E se questo vero accadesse molte cose da dirti avrei, ché non solo scambieremmo i sogni avuti già bambini e giovinetti, ma le illusioni e le amarezze da adulti di una vita tutta spesa a cercarci. Sì, ho questa speranza segreta di incontro imminente, celata finora in questo vecchio bizzarro cuore e nella preghiera evito di dirti le mie parole, le sue segrete, quelle che allora ti direi, e prediligo quella formale nella lingua sacra in cui le parole significative hanno pure un suono fascinoso. Ti piacciono o, assetata di me, le tante delle lamentele mie preferisci? Ma per queste dovrai venire!
Sono quelle che solo possono dirsi all’altro de visu, da cuore a cuore. Sai che t’aprirò l’anima come vecchi amici fanno, che hanno da condividere vecchie storie d’attesa e solitudine avendoli la vita strana fino allora privati di reciproco conforto. Allora ti prego di non passare di sfuggita come veruna simpatia avessi per i miei goffi tentativi di dir favole apologetiche sulla fede a far meraviglia di immaginari uditori femmina della nostra storia. Né venire in forma inapparente, come fa questa brezza dal mare, viene , carezza volti e fiori e va, e non la puoi vedere. Ecco, agogno sì le tue carezze, ma solo la parola amore dirti potrei a quella frettolosa visita! Ma forse è molto, è tutto questa parola! Troppe parole ho in anni affidato a vento pietoso che le portasse alle tue orecchie attente alle ansie mie. Ma se questo deve essere, che tu venga poco o per nulla vista, fa che accada con la compagna dolce presente, ché qui talora or m’accompagna gelosa un po’ delle tante amiche che qui dico di avere , magnificando i miei brevi rispettosi incontri con le donne di qui. E oso sognare come ci accadrebbe... Ecco vento fa l’ala tua su i nostri visi inebriati dal tuo odore. E’ frescura questa, ma pure le nostre vite arresta come sol gelo farebbe, ché tu venuta a prenderci sei. Ecco, tu la vita, eppure ora angelo della morte! A meno che non di morte si tratti ma di trapasso di vita altrove. Sì, una morte non morte! E ora sonno d’assopimento ci prende e gli occhi fan delle palpebre solecchio alla tua luce. E guardo la compagna e le sorrido ché non si impauri e quella ne resta rassicurata, ma a me stretta vuol stare. Sa come me che quest’ultimo vissuto è un tuo dono, è amore ancora. Sì, stanchi siamo del viaggio e ci inviti a un riposo dolce. E’ un trapasso d’ombra. Ora la gettiamo come al tramonto su questo prato, ma ecco già in quello dei cieli quella s’estende. E vero è tramonto per noi ma, le dico, è già aurora! Il nostro mattino! E ancora, ascolta, s’allontana per noi il frastuono delle ore, lasciami udirti pronunciare dolce il mio nome, io ripeto e ripeto il dolcissimo tuo, un mio modo di chiamar la bella signora del tempo, qui in veste di luce. Non vedi la sua forma gentile venirci incontro, donna fascinosa? Ella è tutta un velo d’alabastro e non ne vediamo che confusa trasparenza e vi rosseggia un fuoco, è il suo cuore, il suo per noi due soli!
Ecco sol questo le direi in quel colloquio lungo e breve per rassicurarla e invitarla a fidarsi a lasciarsi andare per ritrovarci, lì tra le stelle, ché saresti venuta per coglierci e l’ansia del futuro convertire nell’alba radiosa che inonda i giardini tuoi che fiori ci attendono! Ecco queste le mie parole per lei, per te, son solo fonemi ormai ma di favole, favole per donne come la mia, piccole innamorate dei maschi loro,e mi chiedo, sono inutile orpello o davvero garantite come d’oro siano, ché vero piaciute alla fata che sempre vi fa capolino?
domenica 27 maggio 2012
Sogno divino
Ecco, qui tante le essenze ormai che trasformato hanno i fiori loro ed essi sono divenuti soffioni che alito aspettano o l’urto di passante distratto per venir portati lontano come capolini piumati
a far nuovi fiori, quando questo tempo di sogno ancora sarà. Oppure baccelli son divenuti verdi ancora, ma che presto maturi saranno e s’apriranno e ne verranno semi pesanti, caduchi, che subito avida la terra accoglierà, o pur’essi alati, la brezza porterà e cullerà prima che si depositino per germinare a dar piantine novelle alla stagione bella. Ma dal travaglio della terra pregna di vita, anche fiori bianchi spunteranno, che giocondi s’apriranno a profumar tutta questa via, se allora ancora percorrerla potrò. Così l’anima mia dal travaglio di questo dolore, qui diffuso, si leverà sbiancata dalla nostalgia di te. Sì, dallo scuro di qui alla luce tua e qual fiore bianco s’abbellirà e palpiterà amore per te sola, aspettando ai passi tuoi lenti, il fruscio della tua veste tra quelle cose belle. E soffermarti or qui or lì ti vedrà e sorridere ai nuovi arrivi e pronta delle residue lacrime asciugare anche il ricordo, e ai nuovi trapianti il pianto amaro confortare dell’anime più provate. Ma, mi chiedo, quel seme che in quel fiore germoglierà di che si nutre nella terra nera? Ecco, mi rispondo, la fede è del piccolo seme il cibo, l’humus, quando caduto e scopertosi bambinetto in questo dolore tutto scuro, saranno le parole di amorose compagne a trasmetterla. Prima quelle della madre cara, poi della femmina dolce che i palpiti condividerà con la sorte di quell’uomo ormai divenuto. E qui non risposte ai tanti perché, tanto di brutto accade, sì, molte dolorose sorprese, pochi aiuti o conforti e buio, tanto buio! Sì, qui nel vanire del tempo alcuna gioia vi può durare seppure s’affacci ad assetato cuore, ché qui tu non sei, ma altrove, di là dal tempo che lì tace, avremo la perfetta letizia d’essere con te, mentre è ora tanta l’amarezza da dover invidiare le cose senza vita che apparente dolore non possono avere! Ma qui invero sono cose belle, ma poche. V’è la fresca giocondità della giovinezza, le dolci illusioni che l’accompagnano e la gioia casta dei primi approcci d’amore, poi, nelle epoche mature, la serenità dello star con amici in dolci conversari e ...più nulla! Piuttosto affanno e tanto e l’assurdo delle perdite d’affetti, la solitudine degli abbandoni e le parole cattive che fan la contumelia di chi prevarica da quel potere, che sorte immeritevole gli ha dato. Ma quello che più angoscia è sapersi dentro al cuore forze opposte, bene e male, che lottano a contendersi il possesso dell’anima e il cibo suo, e l’aria e la luce, sì, lottano per il nostro respiro e la vista che ha la pupilla! E poi la morte e forse il nulla! Ecco la vita, corre al nulla, a quel nulla! Ma nei sogni del sonno i nostri vissuti non solo lì sono reali, ma pur abbiamo l’illusione che molto tempo vi trascorriamo, ché i pochi minuti effettivi allora paiono ore o giorni addirittura! E so dai miei studi che qualcosa di simile ci accade, la mente sapendo di morire. Essa libera di colpo tutti quei mediatori del benessere di cui è assai parca nella vita tutta, per darci l’estrema illusione di bene , buono, bello. E quest’estremo sogno quanto durerà? Minuti effettivi da parer giorni, anni, secoli forse. E sarà tutta l’eternità? E là, in quel sogno agonico, la mia fantasia accesa ti vedrà, abito bianco indossare, dolci fattezze femminili, occhi azzurri e capelli neri, sì ti costruirà bel fantasma femmina di quel sogno per vivere l’illusione dell’eternità con te! Ma ora mi chiedo, se è innegabile che questo a me accadrà, non t’è avvenuto di simile quando questa vita hai lasciato, al tempo della tua venuta col figlio tuo tra noi? E di più fantastico. Non è questa nostra realtà da noi ora vissuta, quel tuo sogno estremo? Stai sognando e noi viviamo nel tuo sogno e siamo il tuo sogno! E ci vedi in angustie e miserie, ecco questo non è un tuo sogno piacevole! Ma le tue non possono essere allucinazioni agoniche, tu non muori, non lo puoi, il dio sei! Dormi, sogni! Svegliati allora! E se davvero questo, che ti sollecito, accadrà, come a noi che, sognando da un incubo oppressi o che persona cara coinvolga, ce ne destiamo non tollerandolo più, noi, esondati dal quel tuo sogno, volontariamente interrotto, non moriremo con esso, tanto amati ci hai in quello. Ma, via l’angoscia che t’ha oppresso, il cuore più rigoglio avrà e traboccherà dall’intimo tuo la gioia di cui vivi e noi siamo la tua letizia, tanto ci ami! Sì, noi, coagulati nell’essere, parte del tuo mondo diverremo con gli angeli tuoi belli e le stelle tue fascinose, di cui ridi, ecco saremo il tuo sorriso! Sì, tu solo sei, in quanto sei, ogni altra realtà è apparenza, è transeunte, s’estinguerà o si muterà nella tua, la sola possibile, e accadrà al tuo risveglio! E tu sposa del fiore che lì fiorirà, anima mia di qui, sarai! Ma ecco, ho qui tra le braccia chi condivide questa speranza ardita, lasciamela amare, bel fiorellino del prato tuo divenuto! Si amaci tutt’e due, ché noi ci amiamo, te amando!
giovedì 24 maggio 2012
Amor dentro e fuori
Qui la natura è tutto un sospiro e vi par l’innocenza sola sorridere e che vi rigogli il solo bene. Ma forse è solo illusione se te qui non avverto, dolce speranza mia e dell’amor mio! E se qui tutto par s’ordini finalizzandosi a uno scopo, e tutto par balzi festoso incontro, certo significa vita nuova, che qui erompere vuole tra le essenze novelle e il profumo loro, che vi dominano più che altrove in questo tempo tutto felice. E qui l’anima s’apre e impenna l’ali sue e spaziar vuole e inazzurrarsi per raggiungerti, fattasi bella, come travasata sia in lei questa bellezza d’erbe e foglie tenerelle e fiori variopinti. E or ha l’illusione di poterlo fare spaziando per i cieli e il tempo interminati, ché se qui non sei, sei pur stata o vi sarai e se non qui, là, oltre, altrove o sopra il cielo e le stelle sue addirittura, ché coagulata sei col figlio tuo in un tempo lontano tra noi, gente ria. Sì, può averla questa illusione perché mi palpita il cuore nel ritmo riconsacrato dell’amore e l’amore veder vorrebbe e toccare e dire le parole sue più belle all’altro, suo bene! E vero mi respira quest’anima luce di cento colori di cui s’inebria deliziata la pupilla e cento e cento note di canti d’amore fanno di simile che l’orecchio accorto prenda, or qui or lì. E’ il contagio del posto in questo tempo! Oh quanto vorrei fosse con me l’amor mio piccolo e tenero, ché vibrasse palpito per palpito all’unisono con questo mio umile cuore! E con lei pronunciare casti il nome tuo vero, che solo a creature tornate bambine può questa natura aulente e canora suggerire, e veder insieme come ad esso s’inchini l’universo tutto, innamorato di te senza neppure vederti. Oh nome adorato con cui sempre conchiudere dovremmo la preghiera nostra accorata, oh qui balbettio di labbra solo umane che pur ardono d’amore che attende sospiroso d’eternarsi, oh qui gemito di cuori imprigionati dalla scorza pesante della carne, di cui vorrebbero privarsi! Vieni unica consolatrice, unica speranza, solo vero amore, l’anima mia mistica si liquefa estasiata già al solo aver sulle labbra il tuo nome convenzionale, ché ancora non sa quello che gli angeli tuoi belli non osano dire per riservarlo a chi fioco s’è fatto per il troppo gridare o tacere, qui nella valle delle tante lacrime, dove senza te non so più campare d’amore. Ecco a breve tornerò al piccolo amore, la stella tua che s’è lasciata prendere, femmina coagulandosi tra le mie braccia, ma già precorrere posso la distanza che ci separa, ché so che a me pensa e se pensiamo l’uno all’altra, certo innalziamo a te i cuori nostri che abbracciarsi possono così nel loro afflato, liberandosi da queste scorie di peccato che trattenerli vogliono a questo fondo invero buio pur quando v’è molta luce e pur languido anche nella bellezza sua splendida. Allora tu ora non prendermi da solo, fa che l’umanità nostra possa sublimarsi insieme, invocandoti in impeto di fede, come unica vero speciosa tra queste cose belle, e fiorisca a noi il miracolo di morire senza morte, ché per piccola ora pur essa ci separerebbe! Invece se vero è che il tuo nome tradotto abbiamo nelle cento e cento parole del nostro amore, prendici e portaci dove vero sorrida l’innocenza e la verità rispenda e la giustizia rigogli col bene, senza illusione, troppe qui l’anima ha dovuto tanto amare gustare in una vita scema di te spesa quasi in solitudine e silenzio. Non fanno cacofonia qui grossolanità ed egoismo frenati? Tu sola in questa gioia di qui, in questo piccolo mondo esentato, fai teneri sospiri, tu sola nel dolore di sempre, dolce bussi a cuore provato! Sì dicci il tuo nome vero, o lascia lo dicano queste cose belle tutte di primavera e che mai ci saziamo di ripeterlo, nome di vittoria sulla nostra malattia, sulla follia e sulla morte, nome che rifonda la nostra vita e il nostro amore eterna. Lasciacelo pronunciare in umiltà e tremore da sentircelo lampeggiare già dentro prima che raggiunga queste labbra arse da sete di te, lascia che l’avvertirti amore, presente dentro al cuore e fuori, sia la più meravigliosa delle scoperte, sì lasciati vedere come solo gli angeli possono!
martedì 22 maggio 2012
La pace
Qui oggi profumo di primavera, ma colori più tenui, velati, scialbi sotto a cielo grigio di nubi alte. Piccolo uomo mi sento, come con anima senz’ali... e dire che bisogno essa avrebbe di elevarsi oltre le nubi e vestirsi d’azzurro, tuo conforto! Più breve, credo sarà questa passeggiata per la pioggia temuta, ma vi cercherò ancora la pace. Qui c’è freschezza di brezza dal mare e musicalità, ché cento cantori per nulla inibiti dal cielo a cappa scura, frenetici sono nello sciorinar note e note, a far delizia di compagne certo attente nelle scelte loro, che immagino, vogliano vagliar nota da nota, anche se tutte significano amore. E io mi soffermo, rapito nell’ascolto, ma il cielo plumbeo mi spezza l’incanto e fa che ricordi che giorno speciale è, e invita al cordoglio per lo strazio di giovani vite or ora perdute o ferite. E ora questa pace sento divenirmi quasi acquiescenza passiva alla morte, pur in mezzo a questa festosità di vita. Ma m’accade di più. Di questa gioia tanto diffusa ora cosa sento? Poiché qui indugio, il mio tempo spendendo sterile, senza nemmeno che preghiera mi venga spontanea dal cuore, io me ne sento quasi responsabile, anzi colpevole che essa possa essere nonostante e io ne sia parte! Ecco, mi dico, il vento impetuoso, nuovo e antico, del terrore è daccapo tra noi, qualcuno l’ha evocato con perfidia, forse l’occhiuta vita mala in una nostra città, ma altrove la natura matrigna. Quello ha scompigliato e preteso le vittime sue. Eppure i più tra noi sembrano non turbarsene, se non lì le accorate compagne della giovane vita presa, altrove quelle impaurite genti che il terremoto ha sconvolto di terrore. Ma altri quasi vivessero in una profondità, che fa sì apparente niente li tocchi, continuano presi dagli assillanti problemi del loro quotidiano e altri ancora, che di assimilare mi viene a questi cantori spensierati, privi di cure stanno nella pace dell’ignavia, incoronata da stupenda artificiosa leggiadria, che sempre si crea intorno al potere e al denaro. Ma è proprio così l’umanità che qualcuno ha seminato e tollera, che più ha del loglio che del buon grano. E io che sono? Son qui fannullone nella ignavia mia, da vecchio a cercar pace! Ma con la mente altrove or sono e il fervore di gioia, l’impeto d’amore dei cento cantori non mi tocca, e mi scivolano dall’attenzione anche cento e cento cose innamorate, di cui pur tenerezza avrei, e se lenta qualcuna s’avvia e dolce alla preghiera compassionevole per me, ebbene io non ne ho sentore. Sì, scura e triste l’anima s’è fatta da sentirsi colpevole da nemmeno saper più di che, tanto è confusa, ma sicuro di non più saper dire le parole belle delle mie preghiere latine che più ricordare non so. Sì, tanto è essa arida sotto questo grigiore da sentirsene prigioniera! Ma questa luce soffusa tra le cime di tremuli rami che fan galleria in questo stradello, strano or mi rasserena il cuore! E io mi riapro alla speranza e sento di poter con te collaborare, tu a infondermi e a donarmi la fede, che l’assurdo di qui mi faccia superare, io ad accettarne il travaglio con devozione e passione. E allora forse dalle labbra tue divine mi verrà la vera pace, con un sospiro tuo o respiro o parola, sì, la certezza di essere stato qui per uno scopo, di aver lottato tenace ché bene ne venisse per tutti e quella di farmi accettare senza rammarico, scemate le forze, di aver pur perduto... Ma se niente è vero inutile, forse a piccola fiamma di vita trascorsa disperatamente, seconderà incendio d’amore, se tu proprio, amorevole, lo rincalzi e alimenti e vi soffierai su, se brace sopita, come forse ora è, esso vorrà farsi! Solo così mi sentirò di poter gioire, degno divenuto, del dolce sorriso, con cui la piccola icona tua sempre vuol significarmi amore, e sentirmelo dentro fin alle ossa. Sì, quest’amore che sempre in tante paure e sconfitte mi ha ripetuto, ma tu hai me! Sic, e noi due abbiamo te! Allora forse queste ali son solo anchilosate, non spezzate e pur verrai, sole divino, a riscaldarmele e a scioglierle. Sì, s’aprirà il cielo e tu giù guarderai a noi, agli sconfitti, agli accorati, a chi or piange sotto a scuro cielo e ne darai conforto!
Iscriviti a:
Post (Atom)